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direttore Filippo Astone

La galleria degli orrori anti-industriali commentata con Alberto Dal Poz, numero uno di Federmeccanica

di Filippo Astone* ♦︎ Non è un momento buono per la manifattura italiana, tra stop ad ArcelorMittal, crisi dell’auto, contrazione della meccanica, Decreto Crescita insensato, proposte di salario minimo e di flat tax insostenibili. Ne abbiamo parlato con il numero uno dei meccanici italiani. Che, certo, esprime stupito dissenso rispetto alle follie suicide di questo Governo. Ma guarda con speranza alla formazione e a idee di politica industriale basate sui nostri punti di forza, come la componentistica auto, che potrebbe rivitalizzarsi con la mobilità elettrica

«Il Decreto Crescita? Non ho mai nascosto il mio dissenso nei confronti dell’esecutivo anche per altri provvedimenti, come nel caso della modifica della responsabilità civile pregressa: attenzione, perché se l’articolo 46 del Decreto Crescita venisse confermato, non escludo che ArcelorMittal possa lasciare l’Italia. Più in generale, mi lascia piuttosto perplesso, anche perché è la prima volta che si menziona questo termine, crescita appunto, in un anno e mezzo di governo. Finora si è data priorità a una serie di provvedimenti assistenzialistici che storicamente non hanno mai portato a nulla di buono. I soldi vanno messi sulle imprese, su chi produce, non sulle persone immaginando che questo porterà a una maggiore crescita. La meccanica sta scontando una serie di problemi generali che dipendono dal suo primo cliente, ovvero l’automotive. Che sta vivendo una crisi non tanto per una stagnazione economica, ma per politiche ambientali cambiate in corso d’opera dall’Europa che hanno minato il settore. Fortunatamente però i colossi, Bmw e Volkswagen in testa, stanno investendo. E questo non può che essere un buon segnale». Alberto Dal Poz, presidente di Federmeccanica, non riesce a nascondere le preoccupazioni che riguardano l’intero comparto e in questa intervista parla a 360 gradi.

Alberto Dal Poz, presidente Federmeccanica

Ingegner Dal Poz, che cosa pensa del Decreto Crescita?

Lo vedo come un tentativo di recuperare quasi all’ultimo momento una situazione che l’intero mondo industriale sta chiedendo a gran voce da tempo: non si è mai parlato di crescita dall’aprile dello scorso anno, perché è stata data per scontata. Si è invece data priorità a una serie di provvedimenti di natura assistenzialistica, sostanzialmente scommettendo sul fatto che il pil sarebbe aumentato e che i soldi erogati avrebbero fatto accrescere i consumi.

Ed è un’idea tanto sbagliata?

Certo che è sbagliata, perché la crescita non avviene spontaneamente. Serve qualcuno che investa, servono soldi pubblici che stimolino direttamente e indirettamente il mondo delle imprese. Non esiste una crescita automatica perché ci si dota di una quantità maggiore di denaro da spendere. La parte invece generata da investimenti delle imprese supera di diversi ordini di grandezza la disponibilità di spesa dei singoli. Tempo fa, col cosiddetto “pacchetto Calenda” si è scelto di dare la priorità agli investimenti in tecnologie e si sono generati due punti di pil in più, che non sarebbero mai stati ottenuti se ci si fosse limitati a erogarli ai singoli.

Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico nei governi Renzi e Gentiloni

Un suo giudizio su questo governo?

Non ho mai fatto mistero del fortissimo dissenso che ho sempre palesato. Ultimamente poi le dichiarazioni del ministro Lezzi mi hanno veramente creato uno sconcerto che raramente avevo provato in precedenza.

A quali dichiarazioni fa riferimento?

A quelle che sostengono che non si possano separare le tematiche ambientali dal resto. Ma non capisco che cosa c’entri questo con il voler addossare responsabilità pregresse a imprenditori nuovi. ArcelorMittal mi sembra di capire che non voglia minimamente liberarsi da responsabilità di alcun tipo, ma dal momento in cui sono entrati in carica, non prima.

E perché secondo lei sono state fatti questi annunci?

Perché ci troviamo in una campagna elettorale senza limiti, in cui c’è poco rispetto e poca comprensione nei confronti degli investimenti, e quindi si spara così, nel mucchio.

Lavori nello stabilimento ArcelorMittal Italia di Taranto

Lei fa riferimento all’Articolo 46 del Decreto Crescita, che di fatto annulla qualsiasi “immunità” pregressa nei reati ambientali, anche in caso di cambio di proprietà.

Guardi che stiamo parlando di un provvedimento che, potenzialmente, potrebbe portare a un allontanamento di ArcelorMittal dall’Italia. Le grandi multinazionali che decidono di venire in Italia e investire centinaia di milioni, hanno facilità di spesa e analoga facilità a revocare gli stanziamenti.

Non crede sia eccessivo? E c’è modo di tornare indietro?

Io penso che il rischio di un addio di ArcelorMittal ci sia eccome. Se si volesse tornare indietro serve emanare un’altra legge. Quello che mi rincuora è che c’è un ordine del giorno della Lega che lascia la porta socchiusa in attesa di vedere che cosa verrà discusso nelle commissioni del Senato.

Veniamo all’Ilva che ospita l’assemblea annuale di Federmeccanica: che futuro vede per l’acciaieria più grande d’Europa?

Partiamo da un assunto: che la cassa integrazione che è stata disposta per i lavoratori è uno strumento legale che tanti altri colossi hanno impiegato. Quindi non può essere questo la cartina al tornasole per capire la bontà del progetto ArcelorMittal. Anche perché l’azienda è una sorta di start-up perché ha azzerato le posizioni di tutti i dipendenti. Questo significa che alcuni “accorgimenti” usati in passato, come le ferie o le malattie, oggi non possono essere usati per evitare di ricorrere agli ammortizzatori sociali.

Alberto Dal Poz – presidente di Federmeccanica -, Vincenzo Boccia – presidente di Confindustria – e Matthieu Jehl – ad Arcelor Mittal Italia – durante l’assemblea generale di Federmeccanica  tenutasi nello stabilimento ArcelorMittal Italia di Taranto

Il momento della meccanica e della componentistica è quantomeno complicato: quali le ragioni e quali le possibili contromisure?

È naturale che esista un legame fortissimo tra l’automotive e la componentistica. Ora che il comparto automobile si trova in difficoltà, è naturale che anche altre filiere si trovino a vivere momenti complessi. La crisi del veicolo è generale e riguarda tutti i principali destinatari della componentistica italiana: la Germania, la Francia (tra l’altro con stabilimenti giapponesi come nel caso di Toyota) e gli Stati Uniti. Il nostro Paese è leader indiscusso nella produzione di componentistica di livello complesso per i principali player dell’automotive.

Ma secondo Lei perché l’auto è in crisi?

Perché all’inizio del 2018 si è originato un rallentamento fisiologico a cui si è associata, nella seconda parte dell’anno, una situazione straordinaria. Da settembre, infatti, c’è stata una rivoluzione delle politiche inquinanti dell’Ue, con un anticipo di un paio di decenni rispetto a quanto era stato previsto inizialmente. C’è stata una seria accelerazione su due tematiche: polveri sottili ed emissioni di Co2, entrambi parametri impattanti sui motori che conosciamo ora.

Sul diesel si è compiuto l’ennesimo suicidio industriale privo di motivazioni realistiche o di utilità generale. Noi di Industria Italiana stiamo seguendo questa partita (per esempio qui) e continueremo a farlo. Ma secondo Lei esiste una via d’uscita?

L’unica soluzione potrebbe essere di arrivare a una massiccia presenza di vetture elettriche o ibride: le case tedesche le hanno già, ma non sono sicuramente importanti. Così, se uniamo gli attuali limiti ingegneristici dei car makers allo sconcerto dei consumatori si crea la tempesta perfetta. Perché gli utenti non sanno che cosa comprare e temono che il valore economico residuo della loro vettura venga ridotto drasticamente. I produttori, quindi, hanno dovuto accelerare. Ed è qui che si cela la notizia positiva che alla fine del 2018 sono stati avviati programmi di investimento come quello di Bmw e, soprattutto, di Volkswagen, che ha deciso di destinare 15 miliardi di euro alle auto elettriche e ibride. Si tratta di un segnale importante non solo in valore assoluto, ma anche perché si segneranno delle linee di tendenza nel settore dell’automotive. Una situazione del genere si è avuta qualche anno fa con Toyota, quando decise di “ibridizzare” la sua gamma fino alla completa riconversione.

Toyota Prius Prime
Toyota Prius Prime plug-in hybrid

Come vede le mosse di Fca? È ancora un asset strategico di questo Paese? E nell’elettrico….

Non mi pare che gli attuali azionisti abbiano prodotto grandi investimenti in auto elettrica, e quindi sicuramente qualche responsabilità ce l’hanno. Fca l’anno prossimo a Torino produrrà forse qualche decina di migliaia di vetture, le nostre aziende invece danno vita, ogni mese, a milioni di componenti per l’automotive. Significa che alimentano l’intero mercato europeo, mentre Fca, con i volumi ridotti che ha, non può pensare di guidare una transizione, attraverso un piano industriale innovativo, verso una nuova forma di alimentazione. È vero, hanno lanciato la piattaforma della 500 elettrica a Mirafiori. Ma si tratta di una produzione di nicchia che non sarà in grado di risolvere una crisi sistemica ancora lontana dall’essere risolta.

E allora?

Sarebbe bello riuscire a stimolare una filiera della componentistica per l’auto elettrica made in Italy. I nostri associati hanno la potenzialità per farlo e, se ci fosse una adeguata politica industriale di coordinamento, si potrebbero produrre grandi risultati in termini di valore economico, sociale, culturale e di posti di lavoro. Ma data l’attuale situazione politica temo di esprimere solo desideri teorici.

Linea di produzione Fca

 

Le istituzioni possono aiutare l’automotive?

Devono farlo, ma mi pare che in questo momento non ne abbiamo l’intenzione. Al di là di quanto avvenuto in Europa con il blocco del diesel, che cosa ha fatto il governo? Ha messo un carico aggiuntivo come l’ecotassa! Ma da quando si tassano i settori già in difficoltà? C’è stata un’enorme confusione sul tema, ed è diventato mainstream sostenere che sono molto inquinanti le macchine alimentate a diesel, quando invece lo sono enormemente di più le vecchie caldaie di casa. Sono inquinanti solo i vecchi motori diesel, peraltro, mentre quelli moderni sono molto puliti. Io penso, piuttosto, che a breve vedremo un’altra rivoluzione.

E sarebbe?

Quella del diesel sintetico, il cosiddetto Care, che bypassa i limiti sulla Co2 e che rappresenterà un’alternativa intelligente alla combustione tradizionale o all’elettrico.

Come si può stimolare l’industria italiana?

Bisognerebbe, tra le tante cose, migliorare il processo di assunzione, rendendolo meno burocratico e complesso e tagliando i costi. E intervenire sulla formazione, per adeguare le competenze alle necessità delle aziende. Quasi il 50% delle imprese iscritte a Confindustria lamenta la mancanza di personale, c’è un mismatch tra domanda e offerta. Il che vuol dire potenziali posti di lavoro che non vengono coperti. Assurdo.

Il governo propone flat tax e salario minimo: sono misure apprezzabili?

Non direi. Federmeccanica ritiene il salario minimo un aggravio, anche perché le tutele minime ci sono già, per noi cambia per l’1% dei lavoratori, che sono assunti con vecchi contratti. Imporre dei limiti non va mai bene, bisogna mirare e incidere sui posti in cui si guadagna troppo poco. Bisogna guardare a quei settori in cui c’è vero sfruttamento, come nel caso dei call center o per la raccolta dei vegetali. Anche perché così all’estero passiamo per quelli che impongono retribuzioni inappropriate, fissando il salario più alto d’Europa. Per quanto concerne la flat tax, poi, si sta ribaltando la normale prospettiva delle cose: prima si devono produrre i redditi, aumentare la ricchezza. Se prima si vanno a ridurre le tasse significa esclusivamente aumentare il debito.

E così torniamo a dove abbiamo iniziato: dunque non le piace proprio nulla del Decreto Crescita?

Non lo conosco in dettaglio perché è stato approvato poco fa alla Camera. Quello che però posso dire è che nei periodi di crescita piatta e inesistente non ha senso concentrare la parte più corposa della spesa negli incentivi fiscali, perché tanto gli utili non vengono fatti lo stesso negli anni magri. Sarebbe stato opportuno puntare sulla formazione, sull’addestramento. Perché servono piani invasivi di formazione nelle scuole per cercare di promuovere una nuova categoria di studenti che saranno pronti per entrare in azienda alla fine del percorso di studi. Non serve che io stia qui a ribadire l’enorme divario per gli Its, con la Germania che ha un numero di diplomati in questo tipo di istituto mille volte superiore all’Italia.

 

Però c’è chi ha criticato qualunque tentativo di formare i giovani alla vita lavorativa. Ad esempio, l’alternanza scuola-lavoro

Sì, ma per fortuna c’è chi si è opposto: ad esempio c’è stata una petizione in favore dell’alternanza che ha ottenuto 23.000 firme. Tantissime, se si pensa che si tratta di un argomento così tecnico. Ho ricevuto chiamate di presidi che chiedevano il mantenimento di questa alternanza.

 

*Ha collaborato Marco Scotti

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