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Fusione Fca-Renault, perché il governo deve prendere in mano la situazione!

di Marco de’ Francesco ♦ Al tavolo dove si danno le carte del merger tra le due case automobilistiche, il governo italiano, a differenza di quello francese, non può sedere. Ma da qui ad una completa passività, ce ne passa. Mentre si stanno chiudendo gli accordi, ecco come Conte & Co potrebbero battere un colpo a riguardo, interessandosi al futuro di una storica azienda che vale il 3% del Pil, e conta decine di migliaia di posti di lavoro. Più un riepilogo di quello che si sa e che si prevede riguardo alle trattative in corso. Parla Stefano Aversa (Alix)

Quanto costerà all’industria italiana e al Paese l’inerzia dell’esecutivo Conte sulla fusione tra il Lingotto e la Renault? È un merger che si fa su un unico terreno di battaglia, quello europeo; e dalle sinergie tra le due case automobilistiche la nuova entità dovrebbe ottenere un risparmio di cinque miliardi. Ma come sempre accade con le fusioni, non tutti gli stabilimenti rimarranno aperti. Ecco dunque l’Eliseo scalpitare, mettere paletti, assicurarsi un posto in Cda. Conferire forza politica e decisionale alla propria partecipazione azionaria. Tutto in vista dell’interesse nazionale e della tutela dell’occupazione in Francia. Tutto già discusso al tavolo parigino tra il ministro delle finanze transalpino Bruno Le Maire e il presidente di Fca John Elkann. Ora si attende il sì del Cda del carmaker francese, che con tutta probabilità sarà espresso oggi.

 

Il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire

 

Quanto al governo italiano, pare che abbia perso un’occasione per fare qualcosa di utile per il Paese. Non si è mosso, al di là di qualche dichiarazione istituzionale priva di contenuti programmatici. Eppure da noi il sistema Fca, servito da tanti fornitori, vale il 3% del Pil, e conta decine di migliaia di posti di lavoro. Ed è già in difficoltà, stretto tra la crisi del diesel e il ritardo nell’elettrico. Tuttavia, una soluzione per evitare il tramonto del Lingotto nello Stivale c’è. Secondo il vice president worldwide e presidente Emea di AlixPartners Stefano Aversa, uno dei maggiori esperti internazionali del mondo automotive, potrebbe consistere nel rendere interessanti e competitivi i nostri stabilimenti, con la defiscalizzazione e particolari gabbie salariali per gli impianti del Sud. Ma, anche qui, è necessario che il governo oggi guidato da Giuseppe Conte, prenda in mano la situazione.

Parigi nel Board, Roma non pervenuta

Il governo francese si è già mosso con energia, per porre paletti all’accordo tra Fca e Renault – gruppo di cui controlla il 15% dell’azionariato. Secondo l’agenzia Reuters, ripresa da Il Sole 24 Ore, l’esecutivo transalpino avrebbe già trovato un’intesa complessiva, a seguito di intensi colloqui non solo con la casa automobilistica di Boulogne-Billancourt, ma soprattutto con il Lingotto: uno dei 4 posti nel consiglio di amministrazione riservati a Renault spetterebbe allo Stato francese; a Fca spetterebbero altri 4 posti. Insomma, Parigi vuole essere della partita, e difendere l’interesse nazionale. Sempre a quanto riportato, alla Francia spetterebbe un posto nel comitato nomine. E secondo altre agenzie internazionali Le Maire avrebbe posto al presidente di Fca John Elkann altre condizioni: il quartier generale a Parigi, e nessun taglio occupazionale Oltralpe. La Francia, è chiaro, fa la voce grossa: o si fa come vuole l’Eliseo, o la cosa non si fa. In questo gioco c’è senz’altro un convitato di pietra, tanto per citare Molière ; ma con una precisazione: qui la “muta presenza inquietante e minacciosa” è più muta che minacciosa.

 

Il Ministro delle Finanze Giovanni Tria

 

L’esecutivo italiano non ha lasciato traccia, per ora, nella vicenda. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria si è limitato ad affermare che l’Italia non acquisterà azioni per compensare la presenza dello Stato francese. Non ne vede il motivo. Il capo del Viminale Matteo Salvini si è detto favorevole al merger purché comporti un vantaggio a imprese e occupazione italiane. «Al di là della sede», per Salvini, forse consapevole che sarà a Parigi. Quanto al premier Giuseppe Conte, si è sfilato con stile: al governo non spetta orientare operazioni di mercato. Quanto al ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, si è sostanzialmente limitato agli auspici: più lavoro, più tecnologia e più crescita grazie a questa operazione. Eppure, Fca conta per l’Italia assai più di quanto non conti Renault per la Francia. Conti alla mano, il Lingotto incide sul Pil italiano mezzo punto in più di quanto Renault valga per quello francese. C’è chi protesta: per il predecessore di Di Maio, Carlo Calenda, è «allucinante che non ci sia ancora stata una convocazione formale dei vertici Fca per comprendere meglio cosa accadrà agli stabilimenti italiani»; ed è «davvero surreale che Elkann incontri Le Maire ma non il presidente del Consiglio italiano o il ministro Di Maio».

 

Il Ministro del lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio (foto di Mattia Luigi Nappi)

Se vuole mantenere il lavoro in Italia, il governo deve farsi sentire

Guardando all’occupazione, c’è chi pensa che i giochi si faranno dopo la fusione, ma sulla scorta di azioni tipicamente governative. Per Aversa «più che le garanzie iniziali, se si intende mantenere in Italia l’occupazione e dirottare sui siti produttivi nostrani gli investimenti, esistono strumenti rispetto ai quali una multinazionale non è mai sorda». Bisognerebbe «fare proposte concrete per rendere più attrattivi e competitivi gli stabilimenti italiani». Della questione dovrebbe occuparsi, secondo Aversa, soprattutto il Ministero dello sviluppo Economico coordinando un tavolo multilaterale.

E «dal momento che i Francesi sono più bravi di noi quanto a politiche industriali e ad attrarre gli investimenti, una carta che si potrebbe giocare l’Italia è quella della defiscalizzazione o una flessibilizzazione delle gabbie salariali al Sud. Ci sono aree nel Meridione dove Fca opera e dove la disoccupazione, in particolare quella giovanile, ha raggiunto livelli straordinari e dove il costo della vita è oggettivamente inferiore rispetto al Nord Italia». Pertanto, «non dovrebbe destare scandalo un aggiustamento dei salari fino a 20 punti percentuali, stabilendo al contempo un bonus consistente sui risultati. Così facendo, il Sud si troverebbe in una posizione molto competitiva agli occhi della multinazionale che nascerà dalla fusione. Anche perché gli stabilimenti non sono troppo distanti da porti attrezzati e attualmente poco utilizzati, che potrebbero favorire i trasporti internazionali».

 

Stefano Aversa, vice presidente globale e presidente Emea di AlixPartners

 

Una Fca molto americana potrebbe diventare sempre meno italiana. La partita con Renault si gioca in Europa, e qui non è affatto detto che si vinca.

Aveva notato lo storico dell’economia (ha diretto l’Archivio Storico Fiat dal 1996 al 2002) della Bocconi Giuseppe Berta sul Corriere di Torino che oggi le multinazionali tendono ad essere più radicate nel territorio dove inizialmente si sono sviluppate. Con un’eccezione. «Può sembrare strano, ma mentre Volkswagen rappresenta la Germania e Toyota il Giappone, Fca incarna ormai più gli Usa che l’Italia, più Detroit che Torino». In effetti c’è stata una focalizzazione degli investimenti di Fca dalle parti di Detroit. Dal 2011, afferma Berta, Fca ha investito negli Usa 14,5 miliardi di dollari generando circa 30mila nuovi posti di lavoro. Dunque, per Berta, la news di qualche mese fa, relativa ad una ulteriore tranche di 4,5 miliardi di dollari di investimenti per consolidare la capacità produttiva degli impianti americani non deve sorprendere, in quanto parte di una precisa strategia. Gli utili Fca li fa in America.

In Italia e in Europa, dice Berta, Fca ha investito poco. Ed è evidente che la situazione di Fca in Europa potrebbe ulteriormente complicarsi con la fusione. È stato notato  che «sul medio lungo termine l’impatto occupazionale negativo ci sarà eccome e sarà tutto a danno degli italiani. Fca è interessante per i francesi perché porta in dote il ricco mercato americano, nel quale la Renault di Thierry Bolloré è sostanzialmente assente. Le sovrapposizioni sono soprattutto in Europa, e quando si fa un merger (il valore economico sta soprattutto lì) si tagliano sempre le ridondanze e i costi inutili. E siccome i francesi saranno al timone (perché hanno le tecnologie importanti e decisive a cominciare dall’elettrico, perché sono disponibili a investire, perché il maggior azionista di Renault è proprio lo Stato francese) è evidente che i tagli si faranno in Italia».

 

Thierry Bolloré, amministratore delegato del Gruppo Renault

 

La fusione

L’idea è quella di dar vita ad una società di diritto olandese, con quote paritarie del 50% e 50% ai due gruppi, il Lingotto e Renault. La società, un colosso da 8,6 milioni di veicoli venduti ogni anno, sarebbe quotata nei listini di Parigi, Milano e New York. La famiglia Agnelli, che attualmente controlla il 29% di Fca, resterebbe primo azionista con una quota del 14,5%; lo Stato francese avrebbe in mano il 7,5% della nuova entità, metà dell’attuale 15% in Renault. «È probabile – afferma Aversa – che il presidente sarà John Elkann, mentre il Ceo potrebbe essere l’attuale presidente di Renault, Jean-Dominique Senard». Tecnicamente, una «unione di uguali. Ma è tutto da vedere, perché attualmente nulla è stato chiarito nel dettaglio». Se la fusione avvenisse, cosa a questo punto è molto probabile, si tratterebbe di appianare la differenza di valore di mercato – Fca vale circa 18 miliardi, Renault 16 –: agli azionisti del Lingotto spetterebbe un dividendo straordinario pari a circa 2,5 miliardi.

 

John Elkann all’inaugurazione dell’ impianto dedicato a Giovanni Agnelli alla Maserati di Grugliasco

La ragioni della fusione

Renault, come si diceva, ha interesse ad entrare nel mercato americano, dove in effetti non ha mai messo piede; e a sviluppare sinergie nel settore dei veicoli commerciali leggeri. Unendo le forze, i due gruppi otterrebbero risparmi dichiarati per circa 5 miliardi, da destinare agli utili o agli investimenti. Quanto a Fca, secondo Aversa è interessata ad accedere a tre piattaforme tecnologiche nel settore dell’elettrico, comparto dove Renault è senz’altro più competitiva. In termini di mercato, Renault è presente in Russia, Paese che Fca ha abbandonato. Ora, è senz’altro vero che Fca è particolarmente arretrata in tema di auto green, e che il piano di investimenti da 5 miliardi per gli stabilimenti italiani potrebbe non bastare a ribaltare la situazione. Meglio trovare un compagno di viaggio; ma perché proprio Renault?

«Non è che rimanessero tante opzioni – afferma Aversa -: con General Motors l’alleanza fallì nel 2005, ai tempi di Sergio Marchionne; VW, invece, è lanciata nell’elettrico con imponenti investimenti, e non pareva interessata ad una fusione con Fca. Restava da scegliere tra Psa e Renault. Un accordo con Psa avrebbe comportato maggiori sinergie, ma anche un numero più elevato di stabilimenti da chiudere da entrambe le parti. Per questo motivo si è puntato su Renault». Va infine sottolineato che da mesi Fca non naviga in buone acque, soprattutto in Italia: il Lingotto ha immatricolato a maggio 51.798 auto, il 6,09% in meno dello stesso mese del 2018. La quota di mercato è scesa dell’1,37%, dal 27,6% al 26,2%. Dall’inizio dell’anno Fca ha venduto 228.147 auto, con una flessione del 12,1%.

Ma Renault non è sola

Com’è noto, RenaultNissanMitsubishi Alliance è un gruppo industriale realizzato grazie a partecipazioni incrociate. Infatti l’Alleanza è detenuta pariteticamente da Renault (50%) e Nissan Motors (50%); e inoltre Renault detiene il 43,4% di Nissan Motors e Nissan detiene il 15% di Renault. Quanto a Mitsubishi, è entrata nel Gruppo tre anni fa, a seguito di un aumento di capitale che ha consentito a Nissan di acquisire il 34% dell’azionariato di Mitsubishi. Fino a poco tempo fa l’Alleanza era guidata dal presidente e Ceo Carlos Ghosn, il supermanager dell’auto di origini libanesi arrestato in Giappone nel novembre 2018 per evasione fiscale. Già con la caduta dell’uomo forte dell’Alleanza, descritto con un accentratore, sarebbe emersa la volontà di Nissan di ridiscutere i rapporti interni al Gruppo.

 

Hiroto Saikawa, Ceo Nissan

 

Ora, la possibile fusione tra Fca e Renault potrebbe accelerare questa tendenza Secondo quanto riporta il Financial Times, il Ceo di Nissan Hiroto Saikawa avrebbe infatti affermato che «la proposta attualmente in discussione è una fusione completa che, se realizzata, altererebbe in maniera significativa la struttura del nostro partner Renault». Per Saikawa «ciò richiederebbe una revisione profonda della relazione esistente tra la Nissan e la Renault». Pertanto Nissan «prenderà in considerazione i suoi rapporti contrattuali esistenti e il modo in cui dovrà operare in futuro».

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