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direttore Filippo Astone

La filiera logistica e la sostenibilità

di Roberto Cigolini e Daniele Testi ♦︎ Il direttore del Global Executive Master in Operations & Supply Chain (GEMOS) della School of Management del Politecnico di Milano, insieme al presidente di SOS LOGistica Testi, spiega perché iniziative di green supply chain possano costituire una crescita per l’intero sistema produttivo. Ma è necessario un cambio culturale che porti a una visione circolare ed eco-centrica

In molte filiere, a cominciare da quella agro-alimentare, i prodotti sono esposti a parecchie criticità, non ultima quella della sostenibilità ambientale. Ad esempio, la filiera dei freschi è ormai stabilmente inserita tra quelle ad alto impatto energetico perché i prodotti sono deperibili e richiedono temperatura controllate e consegne giornaliere di volumi importanti. L’impatto ambientale del trasporto è quindi molto critico, a partire proprio dai van (i nostri “camioncini”) che – in tutto il mondo – affollano quotidianamente le strade per le consegne.

Il trasporto intermodale ferro – gomma è una soluzione ampiamente praticata per ridurre le emissioni di Co2 e quindi ritenuta un’interessante tecnica nell’ambito del Sustainable Supply Chain Management (SSCM), che – tuttavia – mostra qualche limite quando è richiesta l’integrità del trasporto e – ad esempio – il controllo della catena del freddo per preservare le caratteristiche organolettiche del prodotto.

Indipendentemente dalla filiera considerata, comunque, resta il fatto che la parola “logistica” e la parola “sostenibilità” hanno in comune la ricerca di un unico obiettivo a cui però, ancora oggi, il settore della committenza e degli operatori dà significati diversi e spesso opposti: il punto in comune è però l’efficienza. Dietro a questa parola si nascondono due altri concetti che sono il quotidiano ambito di scontro e incontro per qualsiasi professionista che abbia un ruolo attivo nell’ambito della supply chain: costo e valore.

 

Se partiamo dal principio che inquinare ha comunque un costo, allora potremmo condividere che – nel medio e lungo termine – la ricerca della soluzione di filiera logistica più sostenibile per l’ambiente e la società non è assolutamente in contrasto con la ricerca della migliore soluzione dal punto di vista economico. Il punto di maggiore difficoltà risiede però nella complessita dei sistemi, dove la maggior parte del valore riconosciuto dall’acquirente di un bene o servizio (sia esso un consumatore o un’azienda) viene difficilmente relazionato al relativo processo logistico.

Nonostante l’accresciuta consapevolezza sui temi ambientali e di sviluppo sostenibile, i processi di logistica e mobilità di beni e persone, rimangono in un cono d’ombra o – ancora peggio – sono di fatto trasparenti rispetto al cliente finale di moltissime filiere. Ciò continua a portare gli operatori e la committenza a discutere di efficienza relazionandola soltanto al costo, ovvero alla ricerca del servizio necessario al minor costo possibile.

La logistica sostenibile interrompe questo circuito e dimostra che le migliori pratiche e iniziative di green supply chain possono trasformarsi in una crescita per il sistema, con un valore percepito del bene o servizio acquistato più alto da parte dell’utilizzatore finale. Si tratta di orientare la telecamera dal primo piano di noi stessi verso una visione complessiva e circolare: in altre parole occorre passare da una forma di egocentrismo a un più virtuoso e vincente concetto di eco-centrismo.

 

Non esistono formule specifiche per questo cambio di visione e alla base di tutto c’è un cambio culturale che deve coinvolgere imprese committenti, operatori del settore, pubblica amministrazione e, infine, non ultimo il consumatore finale. I processi di trasporto delle merci impattano per più del 10% di tutte le emissioni di Co2 equivalenti e, con lo sviluppo delle nuove pratiche di e-commerce, la logistica è destinata ad assumere sempre di più un ruolo strategico e di rilevante impatto. Basti pensare alle necessità per approvvigionare qualche decina di migliaia di esercizi commerciali in Italia rispetto alla potenziale necessità di approvvigionare ogni nucleo familiare nella propria abitazione (incluso quella usata per la villeggiatura invernale o estiva). Le infrastrutture primarie e secondarie nei propri meccanismi di pianificazione e sostenibilità a lungo termine stentano però a incorporare questi nuovi principi e necessità, con il rischio di diventare esse stesse collo di bottiglia per quegli operatori che – con fatica – stanno avviando al proprio interno percorsi di sviluppo sostenibile.

La tecnologia, che già nell’ambito della produzione dei mezzi di trasporto ha compiuto passi significativi per limitare gli impatti ambientali – uno studio Acea ha dimostrato come negli ultimi 20 anni l’emissione dei veicoli sia scesa del 96% per ciò che riguarda i particolati, gli Nox e la Co2, sarà una ulteriore leva di sviluppo per i meccanismi di filiera e collaborazione tra i vari operatori della committenza e dei servizi logistici. Tali meccanismi di collaborazione vedono nella condivisione delle informazioni, dei mezzi e delle infrastrutture di servizio (magazzini, transit point, parcheggi, impianti di manutenzione ecc.) un elemento fondamentale di incremento dell’efficienza.

Anche le organizzazioni dovranno adeguarsi a queste nuove necessità, ponendo i professionisti della supply chain più al centro della governance delle aziende e riconoscendo alla funzione logistica quei meccanismi di intelligenza retroattiva in grado di migliorare la qualità dei prodotti in tutte le sue fasi del ciclo di vita.

Infine, una spinta considerevole a nuove pratiche e processi di logistica sostenibile, potrà arrivare da quelle pubbliche amministrazioni virtuose che sapranno concepire nuovi modelli in grado di incentivare o penalizzare processi ad alto impatto ambientale e sociale. Si tratta per prima cosa di imputare i costi di esternalità direttamente a quelle filiere che ne sono causa di sviluppo.

Si pensi, ad esempio, alla possibilità di avere incentivazioni fiscali legate alle emissioni delle proprie flotte nell’approvvigionamento di esercizi commerciali di prossimità o di Gdo (Grande Distribuzione Organizzata) piuttosto che alle possibili facilitazioni per accedere alle zone urbane in fasce orarie più ampie. Si pensi anche alla possibilità di incentivare modalità di trasporto a lungo raggio su ferrovia, utilizzando l’autotrasporto in maniera più bilanciata sull’ultimo miglio, non solo a beneficio delle emissioni di gas nocivi per tonnellata trasportata ma anche a beneficio della qualità della vita degli autotrasportatori, un lavoro sempre più difficile e oneroso dal punto di vista sociali (distanza da casa, dumping sulle tariffe, scarsa tutela contrattuale, sicurezza ecc.).

 

Già quasi quindici anni fa (2005) Jeremy Rifkin, partecipando a un convegno, proprio qui in Italia (organizzato da SOS LOGistica, guidata dal presidente Daniele Testi) sosteneva che il mondo sarebbe stato sempre più determinato dall’energia – in termini di modalità di produzione, conservazione e distribuzione – e dall’informazione, intesa come meccasnimo di condivisione e accesso ai dati, perché tutto il resto sarà “solo” logistica.

 

Per avere informazioni circa il Global Executive Master in Operations & Supply Chain (GEMOS) della School of Management del Politecnico di Milano, diretto da Roberto Cigolini, clicca qui.

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