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STAIN

I robot di Catelli Food Technology

di Marco de’ Francesco ♦ L’ azienda parmense fattura 248,6 milioni ed è quotata Aim.  È specializzata nelle macchine per food packaging e processing e punta il più possibile sulle nuove tecnologie

Tre le leve strategiche per la crescita del Gruppo Cft, Catelli Food Technology, attivo a livello internazionale nella progettazione di macchine e impianti “chiavi in mano” per il trattamento e il confezionamento di prodotti alimentari. Anzitutto, la focalizzazione sulla robotica e sui sistemi di selezione ottica dei prodotti freschi: queste nuove tecnologie sono quelle che garantiscono la più alta marginalità. Poi, la flessibilità, e cioè la capacità delle macchine di adattarsi a formati diversi. Infine, la diversificazione: sia in termini di prodotto che di mercati di riferimento. L’idea è che il cliente che ha rinnovato le linee l’anno scorso difficilmente lo rifarà il prossimo.

Occorre una vasta clientela potenziale. Il Gruppo di Parma nel 2018 ha realizzato un incremento di ricavi, un po’ per via organica e un po’ con acquisizioni, pari al 21%, portando il fatturato a quota 248,6 milioni. Cft è nata nel 2006 dalla fusione di due società del comparto alimentare, Rossi & Catelli e Manzini; ora ha 850 dipendenti, di cui 500 a Parma e ha stabilimenti produttivi e uffici in giro per il mondo. Ma la storia della società è legata dalla fine della seconda guerra mondiale alla famiglia Catelli, presente nell’azionariato e che esprime il presidente Roberto Catelli; altri esponenti della famiglia (Adele e Livia) sono membri del Cda. In breve, Cft è una manifestazione del cosiddetto Quarto Capitalismo, categoria di imprese di medie dimensioni che riescono ad associare flessibilità e proiezione globale. Ora la holding Cft è quotata all’Aim Italia, mercato gestito da Borsa Italiana. Di tutto ciò abbiamo parlato con l’amministratore delegato della società Alessandro Merusi.

 

Alessandro Merusi, amministratore delegato Gruppo Cft

Dalle origini ai tempi nostri, tra invenzioni e acquisizioni

La storia dell’azienda inizia nel 1945, appena finita la guerra, da un’idea di Camillo Catelli, che inizia a produrre macchine per la lavorazione del pomodoro. Dodici anni dopo, l’azienda ottiene un brevetto per un modello di evaporatore. Gli anni Settanta, poi, sono un periodo di grande innovazione, per l’impresa: con peeler, sterilizzatori e altre strumentazioni si fa conoscere non solo in Italia ma anche in diversi Paesi stranieri. Ed è così anche nel decennio successivo, Cft introduce novità, inventando un disattivatore enzimatico. Così, negli anni Novanta, l’impresa è in grado di affrontare il boom della processing industry del pomodoro cinese. Quanto agli sviluppi degli ultimi anni, nel 2000 viene lanciato l’evaporatore Apollo enel 2005 l’azienda realizza la prima importante acquisizione, Manzini e Comaco; due anni più tardi è la volta di Raytec Vision.

Nel 2012, Cft e Cft Packaging vengono fuse in una sola azienda: l’idea è quella di fornire soluzioni complete per i due processi, la trasformazione e il confezionamento. È il momento di internazionalizzare la produzione: due anni fa, poi, il gruppo apre un secondo impianto in Ucraina e l’anno scorso una filiale in Spagna. Sempre lo scorso anno, due acquisti importanti: Comac, azienda operativa nell’imbottigliamento; e Milk Project, società che realizza impianti completi per la trasformazione del formaggio. L’ultima acquisizione, qualche giorno fa: Siapi  di San Vendemiano (Treviso), «società con un fatturato di 11 milioni di euro attiva nella progettazione, produzione e vendita di soluzioni tecnologiche per il mercato delle macchine di stiro-soffiaggio per bottiglie e contenitori in Pet, Pp, Pla e altre resine ecocompatibili, focalizzata in particolare nelle soffiatrici lineari bistadio di alta qualità». Attualmente, il Gruppo ha stabilimenti produttivi a Parma, a Bonate di Sotto (Bergamo), a San Polo di Torrile (Parma), a Monaco di Baviera e in Ucraina; uffici commerciali in Russia, Vietnam, Stati uniti, Ucraina, India e Spagna.

 

La sede Cft a Parma

La strategia della diversificazione

La teoria di acquisizioni appena descritta rientra nella strategia di ampliamento del portafoglio prodotti e completamento della gamma nel settore del packaging. Lo stesso allargamento che il gruppo ha realizzato anni fa nella trasformazione degli alimenti. Occorre essere attivi in più comparti. Prodotti diversi per settori differenti. «E questo per due motivi – afferma Merusi – anzitutto i singoli mercati hanno i propri ups and down, e poi chi ha investito oggi per rinnovare le linee di produzione, di certo non lo farà nuovamente l’anno prossimo». Quanto ai prodotti, le principali attività (lavorazione, riempimento, aggraffatura, trattamento del prodotto, smistamento, fine linea, linea completa) si traducono in strumentazioni specifiche ed eterogenee: ad esempio, filler volumetrici con valvola rotativa, tunnel pastorizzatori, freezer, macchine per l’ispezione a raggi X.

Passando ai comparti, una volta le macchine per trattare il pomodoro rappresentavano la quota fondamentale del fatturato; «ora circa il 18%». Anche il portafoglio è molto diversificato. «Abbiamo una quota export dell’85%. Nel campo del pomodoro abbiamo clienti importanti come Doria, ma in generale nel mondo chi trasforma questo alimento si serve delle nostre macchine. Quanto alla birra, tra i clienti abbiamo Heineken, o Anheuser-Busch InBev, la multinazionale di Lovanio (Belgio) che ha nel portafoglio dei brand Budweiser, Corona, Stella Artois, Becks, Leffe e tanti altri. Quanto all’olio, direi che quasi tutti gli oleifici italiani di rilievo si rivolgono a noi».

 

La strategia per la crescita: puntare sui robot e sui sistemi di visione

Quale la strategia per lo sviluppo nei prossimi anni? «Normalmente – afferma Merusi – i nostri ricavi aumentano proporzionalmente all’incremento dei mercati “a valle” della nostra attività. Per esempio, per l’anno in corso, considerata una crescita media stimata del 4% di questi ultimi, pensiamo che in linea di massima questa dovrebbe essere la nostra percentuale di sviluppo. Abbiamo un’importante base installata, e quando non si vendono macchine si fa assistenza, service, si forniscono i ricambi. Sono entrate costanti». Ma un fenomeno sta modificando questo meccanismo. «Le nuove tecnologie, che garantiscono margini più ampi e un rialzo del 15% o del 20% di quella parte di fatturato che le riguardano. Stiamo parlando soprattutto della robotica e dei sistemi di selezione ottica dei prodotti freschi».

Secondo Merusi, è questo l’asso nella manica: un mix tra business consolidato e quello innovativo. Ci sono vari modelli di robot che l’azienda propone. Per esempio, il depalletizzatore Cft 803, caratterizzato da una testa di presa customizzabile. Quattro guide ai lati si stringono attorno allo strato dei contenitori vuoti, lo sollevano dal pallet e lo posizionano sul nastro trasportatore. La testa è anche in grado di afferrare il foglio di cartone che si trova sul fondo del pallet e tra gli strati di contenitori; dopodiché lo posiziona in magazzino. La stessa cosa fa con il pallet vuoto una volta che tutti i contenitori sono stati “depallettizzati”. Dunque parliamo di due operazioni: la raccolta e il deposito dei lembi e dei pallet.

O altrimenti i Camera positioning Pick and Place Systems, che si riferiscono ad una confezionatrice modulare con camera e che opera su 600 pezzi al minuto su due linee diverse di robot da cinque o sei assi. Il pick-up può essere sia singolo che multiplo. Secondo l’azienda, il sistema può essere facilmente incorporato su ogni tipo di linea. Le pinze di presa sono regolate da motori brushless. Le tasche di trasferimento del prodotto sono in titanio ad alta resistenza. Quanto ai prodotti freschi, secondo Merusi macchine dell’azienda «sono in grado di selezionarli in base a colore, consistenza qualità. E di manipolarli. Non ci si rende conto quanto sia difficile afferrare un pomodoro senza schiacciarlo e rovinarlo. Occorre esercitare la giusta pressione. E per far ciò, le macchine devono essere realizzate e calibrate sulla scorta di un’esperienza che non si acquisisce in poco tempo. Aziende molto più grandi di noi faticano ad imporsi in questo settore. Anche per altri prodotti, ad esempio l’insalata, ci vuole una certa expertise».

 

L’importanza della flessibilità nel packaging

Le richieste del cliente, in termini di automazione, differiscono molto in rapporto al mercato di riferimento. Per Merusi «se consideriamo per esempio il comparto dell’olio, l’interesse del cliente che acquista una macchina che etichetta le confezioni è quello che sia dotata di un sistema di manutenzione predittiva o preventiva, per una questione di efficienza produttiva. Se invece in gioco c’è la trasformazione del pomodoro, e quindi di grandi quantità di materie, la cosa veramente importante è acquisire macchine in grado di garantire un grande risparmio energetico. Se infine si tratta di manipolare le verdure, si scelgono soluzioni robotizzate per liberare la manodopera e pertanto risparmiare». Soprattutto nel packaging, però, c’è una richiesta che sta diventando standard, una costante: la flessibilità. Quella della macchina di adattarsi a prodotti di formato diverso. «Sempre di meno la clientela ha a che fare con alti volumi dello stesso formato: sempre di più è tenuta a realizzare confezioni diverse con lotti molto contenuti». Per questo, per esempio, le macchine più avanzate di Cft dispongono di scatole di trasporto motorizzate con due servomotori per gestire più formati.

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