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Coltorti: solo la fine dell’austerità e politiche di spesa pubblica possono sostenere economia ed industria

di Marco Scotti ♦ Di austerity si muore e può funzionare l’approccio espansionista del governo Conte-Salvini-Di Maio con il deficit al 2,4 per cento. Il potere della Germania e gli errori di   Bankitalia. La Commissione Europea non ha il diritto di  criticare le strategie del nostro governo. Le azioni paradossali di Boccia e Confindustria. Gli spunti dell’economista olandese Paul De Grauwe

«Quello che sta facendo questo governo è tentare di dare una scossa a un sistema che ha smesso di crescere da troppo tempo. La Commissione europea in via di principio non è legittimata a criticare queste scelte, perché non paga il prezzo politico di scelte diverse. Piuttosto, bisognerebbe pensare a come rientrare delle maggiori voci di spesa che sono state inserite nella legge di bilancio: è una legge non scritta che chi alza le tasse perde le elezioni, per questo il nostro debito pubblico è così elevato. Ma non si dica che il deficit al 2,4% è così terribile: si tratta di un approccio espansionista che può e anzi deve funzionare. L’Europa farebbe bene a restare unita ma deve decidere come collocarsi in un contesto mondiale che sarà sempre più dominato da Usa, Russia, Cina e India. Colossi che non solo possono incidere sui mercati mondiali erodendo fette significative della nostra economia, ma possono anche intaccare pesantemente la nostra industria manifatturiera». È questo il pensiero di Fulvio Coltorti, economista, già direttore del centro studi di Mediobanca per oltre 30 anni e oggi docente alla Cattolica di Milano. Una visione complessa e composita dell’intera economia italiana ed europea, che si misura con nuove spinte sovraniste e contrarie allo status quo.

 

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Fulvio Coltorti

 

D. Coltorti, si può ancora parlare di sovranità in quest’Europa che manda lettere e letterine e che, soprattutto, non lascia grande margine di libertà ai singoli paesi?

R. Credo che siamo in un momento di confusione per quanto riguarda le istituzioni continentali. C’è prima di tutto una questione di legittimità della Commissione che impone un certo tipo di politiche ai governi. Ma questo è un comportamento che non funziona: la Commissione che chiede austerità non paga il prezzo politico che invece i rappresentanti dei singoli governi, eletti dal popolo, devono subire. Nel caso dell’Italia, sono stati presentati programmi che contemplano alcune operazioni per riportare la crescita nel nostro paese, fermo ormai da tempo. La diagnosi che è stata fatta è che non cresciamo perché ci sono state politiche di austerità, che hanno ridotto la domanda aggregata, che a sua volta ha ridotto il mercato per le imprese dando origine alla disoccupazione. E’ quindi necessario dare una spinta al sistema. Condivido in pieno questa analisi.

 

 

D.E la spinta può provenire da un innalzamento del deficit?

R.Parliamoci chiaro: prima ancora di entrare nel merito delle scelte di questo esecutivo, è bene ricordare come il 2,4% di deficit non sia poi molto diverso dall’1,6% che ci viene chiesto, almeno in termini assoluti. È evidente che ci troviamo di fronte al tentativo di attuare politiche espansioniste per ridurre il debito. Solo la Germania può permettersi di “rimborsare” il debito, perché vive di un export drogato dal basso cambio dell’euro che le garantisce un avanzo fiscale tra i 40 e i 50 miliardi all’anno con cui rimborsare i creditori. Gli altri paesi non hanno questa possibilità, e quindi devono ridurre non il debito ma il suo rapporto con il pil.

D.Finora però il nostro paese non ha fatto “i compiti” bene come altri membri dell’Eurozona

R.Questo è un falso mito. La spinta che è stata data al sistema nel 2008, all’epoca della grande crisi, ha coinvolto buona parte dei paesi continentali i quali hanno varato politiche fiscali ad hoc che contemplavano una significativa accelerata degli investimenti e della spesa pubblica in generale. L’Italia no, perché a quel tempo aveva ancora un’economia piuttosto in ordine, mentre la Germania ha portato avanti politiche anche molto aggressive (vedi i salvataggi e gli aiuti alle banche). I problemi per l’Italia sono sorti nel 2011, quando la crisi è passata dalla finanza all’economia reale, con le banche che hanno iniziato a registrare insolvenze e, di conseguenza, a ridurre l’erogazione di crediti. Il credit crunch è una iattura e non ci sarebbe dovuto essere. Quello che ci hanno insegnato le crisi del passato è che bisogna fare esattamente l’opposto. Bisogna dare più credito invece di restringerlo, altrimenti si aggrava la crisi. L’Italia, quindi, si è trovata in una situazione che, da favorevole, si è trasformata in disastrosa proprio perché le nostre banche, molto orientate verso le imprese e le famiglie, hanno chiesto rientri ai clienti registrando poi maggiori sofferenze rispetto a quelle di altri paesi.

 

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Il cancelliere tedesco Angela Merkel, l’alfiere dell’austerità europea

 

D.Che però avevano in pancia miliardi di titoli tossici…

R. Esatto. La Germania ha salvato le sue banche nel silenzio generale. Il modo in cui l’Eba conteggia gli attivi e i passivi deve per forza mutare. La crisi ha avuto origine dai titoli tossici che avevano un contenuto nullo o fasullo. La Commissione europea ha sottovalutato la portata di questo fenomeno. Anzi, a voler essere cattivi, si può dire che è stato un gesto deliberato e volontario, vista l’influenza specifica dei paesi del nord che sono quelli che più di tutti hanno puntato sui derivati. La Germania, per esempio, impiega più di un centinaio di persone a Bruxelles per vigilare quello che fa la Commissione e per impedire che venga approvato qualcosa che cozza con gli interessi nazionali. L’Italia invece ha pochissime persone.

Anche la Banca d’Italia dovrebbe dare un contributo molto più qualificato rimarcando le debolezze che gli altri tendono ad occultare. Nell’ottobre di un anno fa avevo calcolato che i derivati in pancia alla sola Deutsche Bank (396 miliardi) valevano molto più del rischio complessivo di tutti gli istituti di credito italiani con i crediti deteriorati verso i loro clienti. Questi infatti erano al nominale 360 miliardi (dato 215), che si riducevano a 198 miliardi al netto dei fondi rettificativi e a 52 miliardi al netto delle garanzie totali (e ancora meno scontando le garanzie parziali). Sono dati elaborati dall’Area studi Mediobanca; Bankitalia dovrebbe comunicare al mercato questi dati “netti” e non quelli lordi molto meno significativi ai fini di un possibile rischio di default. I “duri e puri” tedeschi hanno lanciato liberamente i loro strali contro questi crediti, iscritti nei bilanci delle banche del Sud-Europa e dell’Italia in particolare, che si deterioravano a causa della crisi, lasciando perdere la montagna dei derivati che ingolfava (e ingolfa) i conti delle banche loro e di altri paesi “nordici”. La pubblica opinione quindi si è vista bombardare da valori impropri. Qui, ripeto, dovrebbe essere compito di Bankitalia, nella sua funzione di consulente del nostro governo, fornire dati corretti e soprattutto non inspiegabilmente terrificanti! Lamentano di fare prediche inutili ma il punto è che bisogna fare “prediche utili”.

 

Palazzo Koch, Roma, la sede di Bankitalia ( photo by Lalupa)

 

D. Anche perché le banche italiane, alla luce degli ultimi stress test, non sono poi così mal messe.

No, al contrario. Il problema è che l’Europa è una costruzione zoppa: non c’è una Banca Centrale che svolga appieno il proprio ruolo, cioè quello di prestatore di ultima istanza. Bisognerebbe far passare l’idea che un paese membro dell’eurozona non può fallire. Questo non per fare una concessione ai paesi che scialacquano, ma per far capire che non si può morire di austerità e che i debiti pubblici saranno sempre onorati. D’altronde, l’Italia è uno dei paesi più diligenti e ha sempre obbedito alle regole che le sono state imposte. Se prendiamo le variazioni del debito pubblico in valore assoluto dal 2008 al 2017 (cioè dalla crisi in avanti), vediamo che il nostro è cresciuto del 35%, mentre quello francese del 61,9%, quello austriaco del 43%, quello belga del 38%, quello danese del 30%, quello svedese del 46%. E quello spagnolo addirittura del 160%. Il problema per l’Italia non è il debito eccessivo, ma piuttosto che non cresciamo a sufficienza.

D.C’è però anche un debito pubblico difficilmente sostenibile e la spada di Damocle dello spread

R. Non è esattamente così. Il debito pubblico è sostenibile finché qualcuno continua a rinnovarlo e questo avverrà fino a quando sarà assodato che il debito sarà sempre onorato. Da questo punto di vista, quindi, bisogna evitare la retorica stucchevole del rischio che le banche necessitino di aumenti di capitale se cresce lo spread: chi ha investito in debito del proprio paese non deve essere soggetto a svalutazione di quel debito. Sono rimasto basito dal fatto che il governatore di Bankitalia abbia richiamato l’attenzione sul fatto che i nostri istituti di credito possano andare incontro a problemi se dovesse salire il differenziale con i bund tedeschi. Il Governatore avrebbe dovuto tacere, bisogna sempre proteggere il proprio paese, almeno in pubblico. Quando le agenzie di rating hanno cercato di declassare gli Stati Uniti, Obama ha fatto un famoso discorso in cui invitava ad avere rispetto per l’America perché l’America era un grande paese e non poteva fallire. Bisogna fare lo stesso ragionamento per l’Italia e ricordare che di austerity si muore. Non è fallita la Grecia, è vero: ma con le politiche che le sono state inflitte è stata condannata a vivere in potenziale default e in condizioni di povertà per molti anni ancora. Non dobbiamo aver paura di finire come l’Argentina, ma di finire come la Grecia.

 

Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea

 

D. Quindi si torna al discorso di partenza: l’Europa è legittimata a dire a Conte, Salvini e Di Maio che la legge di bilancio così non funziona?

R. La risposta è semplice: inizialmente l’Ue aveva come fine ultimo un’unione politica, che avrebbe portato a una legittimazione del governo che sarebbe stato deciso a Bruxelles, rispondendo quindi anche politicamente delle azioni che intraprendeva. Ma, al momento, questa possibilità è ancora molto lontana: quindi le strategie fiscali rimarranno in capo ancora per un po’ ai singoli governi. E quindi, senza costo politico, la Commissione non è legittimata a criticare le strategie del nostro governo.

D.Ma a lei piace quello che sta facendo l’esecutivo?

R. Le politiche messe in campo sono sicuramente espansive, si cerca di spingere “keynesianamente” la domanda aggregata. Ma le politiche alla Keynes sono per forza di breve periodo, Lui diceva che nel lungo saremo tutti morti… L’essenziale è dare più soldi alle persone le quali aumenteranno le loro spese. Però bisogna avere ben chiari gli effetti di queste maggiori spese: se con il reddito di cittadinanza gli italiani acquistassero, per dire, beni cinesi perché hanno i prezzi più bassi, allora non si spingerebbe la nostra economia, ma soltanto le importazioni. Quello che nessuno dice, poi, è che le maggiori spese fatte nel breve periodo dovranno essere recuperate, una volta che sarà ripreso lo sviluppo, con maggiori entrate tributarie. Questo passaggio, però, non lo cita nessuno: abbiamo questo enorme debito pubblico perché nessuno ha mai pensato a come recuperare le maggiori spese; chi aumenta le tasse perde le elezioni, mentre le maggiori spese generano consenso.

 

Il peresidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte

 

D.A proposito di consenso, le elezioni europee sono dietro l’angolo: si aspetta un ribaltone anche dal punto di vista della politica economica?

R.Ci sarà sicuramente un mutamento delle forze, questo è ovvio, e ci sarà uno spostamento dell’elettorato. Quello che la gente non percepisce ora è che non è detto che le nuove elezioni porteranno una situazione più favorevole all’Italia: non dobbiamo dimenticare che l’Ue, nella sua fase di costruzione imperfetta, ha portato a configurare una coabitazione di paesi che sono diventati sempre più egoisti. Quello che manca è la condivisione, non è detto che se vincono i movimenti sovranisti o di destra questi saranno più buoni con noi, anzi, sarà vero probabilmente il contrario. O si prendono opportune contromisure o il rischio di una disgregazione dell’Europa si farà sempre più concreto, specie se si crea una dinamica da “muro contro muro”. I membri della Commissione sanno già che non saranno rinnovati, ma i loro successori faranno esattamente le stesse cose. E soprattutto si dovrà eleggere un presidente della Bce che quasi certamente sarà molto più duro nei nostri confronti di quanto non sia stato Mario Draghi. Bisognerebbe ragionare sul perché il governo non ha saputo o voluto comunicare in maniera più efficace la sua politica e perché non ha chiesto conto di come avrebbe altrimenti potuto ridurre il debito. Se la risposta fosse stata “austerità”, avrebbe avuto come arma infallibile la fallacia delle politiche europee dell’austerità.

 

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Il mandato del Presidente della BCE, Mario Draghi è prossimo alla scadenza

 

D.Però il pil nel terzo trimestre si è fermato…

R.Ma non certo per colpa di questo governo. Era previsto già da tempo un rallentamento, ben prima che si formasse questo esecutivo. Se vogliamo essere giusti, oggi accade quello che è stato seminato negli ultimi anni dai precedenti esecutivi. Neanche il governo Renzi è da considerarsi responsabile del tutto, semplicemente ci sono dei fenomeni che si combinano: c’è il rischio del commercio internazionale con gli Usa che impongono i dazi e la Cina che li fronteggia svalutando. Ora serve che l’Europa metta in atto politiche espansive perché tutta l’eurozona sta rallentando e deve essere sostenuta.

D. Però nello scacchiere internazionale il vecchio Continente sembra sempre più marginale…

R.Ma per forza, c’è un costante e continuo egoismo che di fatto impedisce all’Europa di muoversi come un’unica forza per fronteggiare i colossi di cui abbiamo parlato prima (Usa, Cina, Russia, India e così via). Non è più giustificato un paese piccolo. L’Europa, che è l’area più ricca del mondo, deve trovare una maggiore unità per riuscire a tornare tra i protagonisti. Anche in manifattura: o si attuano politiche comuni che sostengano l’industria, o il rischio di marginalità aumenta, soprattutto se si pensa a paesi in cui la manodopera ha ancora un costo molto contenuto.

 

Il presidente di Confindustra Vincenzo Boccia nella Conferenza Stampa di chiusura delle Assise di Verona

 

D.Un’ultima domanda riguarda ancora l’Italia: senza più Mediobanca, chi è che dà le carte al tavolo? O non c’è più neanche il tavolo?

R. In questo momento le carte non le dà nessuno. L’unico personaggio forte nel capitalismo italiano è rimasto lo stato, perché le uniche grandi imprese rimaste sono quelle ancora partecipate dallo Stato. Le big interamente private sono ormai scappate, vendute allo straniero o diminuite parecchio dal punto di vista dimensionale. Quindi chi dà le carte è lo stato. Quando il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia dice che è pronto a portare gli imprenditori in piazza, fa quasi sorridere: sarebbe singolare vederlo manifestare contro i politici insieme ai manager e agli amministratori delegati che sono stati designati proprio dal governo contro il quale starebbero dimostrando. Questo perché il blocco più importante in Confindustria è oggi costituito proprio da imprese pubbliche. Il capitalismo italiano fatto dalle grandi aziende private è ormai defunto. Ma non è una peculiarità solo italiana: a livello mondiale, il clima è identico. Basta pensare alla Cina, dove il capitalismo è interamente statale o comunque mediato dalla politica. In Russia anche assistiamo a dinamiche analoghe. Ormai nel capitalismo si fronteggiano interi stati, non più soltanto aziende, anche se di grandi dimensioni.

Rivedere le regole

Le riflessioni di Fulvio Coltorti sulla sovranità prendono spunto da un articolo dell’economista olandese Paul De Grauwe uscito lo scorso 23 ottobre su The Vox. Secondo De Grauwe, l’innalzamento del livello di scontro tra Italia e Commissione europea – con conseguente tensione sui titoli di Stato – costringe a rivedere le regole di budget applicate dal massimo organismo continentale. Vulnus principale, la crisi economica e le tensioni sui debiti sovrani del 2010-2011, in seguito ai quali la Commissione ha visto crescere in maniera significativa la propria possibilità di controllare il budget degli stati membro. Ma questo apre un problema di legittimazione democratica e di “costo” politico: se la Commissione impone ai governi un incremento delle tasse e una riduzione delle spese pubbliche, non è poi lei direttamente a pagarne le conseguenze, che ricadono invece interamente sui governi. E questo, per De Grauwe, è un modello che non funziona. In Italia sta accadendo lo stesso: il governo italiano ha ricevuto un’ampia legittimazione democratica che si fonda su determinate promesse fatte durante la campagna elettorale. Ma se l’Europa impedisse a Lega e Cinque Stelle di attuarle, automaticamente creerebbe un problema politico per i due principali partiti italiani. L’unica soluzione, conclude De Grauwe, è raggiungere un’unione politica, oltre che economica, per impedire che vi sia eccessiva discrezionalità da parte della Commissione.

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