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LVenture Group punta all’ebitda positivo e a 80 partecipazioni in portafoglio

di Laura Magna ♦ Prima italiana nella classifica dei top venture europei, la società di Luigi Capello controlla imprese innovative che spaziano al design al lifestyle, dalla domotica al fitness sino all’analisi dei Big Data. Del suo ecosistema fa anche parte l’acceleratore Luiss Enlabs. Ecco strategie e progetti per il futuro

Una serie di exit importanti e il conseguimento dell’utile il prossimo anno. L’obiettivo è rivelato a Industria Italiana da Luigi Capello, fondatore e ceo di LVenture Group, VC con headquarter a Roma e vocazione internazionale che, secondo Cb Insights, è già prima in Italia nella classifica dei top venture europei, per volume di investimenti effettuati tra il 2012 e il 2017 . E vuole continuare a crescere per portare entro fine 2019 le partecipazioni in portafoglio da 61 a circa 80, nei settori in cui opera, ovvero Marketplace, SaaS, IoT, Lifestyle, Gaming, Big Data, Fintech ed Healthcare. Grazie a un ecosistema unico al mondo – di cui oltre al VC fa parte l’acceleratore Luiss EnLabs – e in continua espansione. Le ultime mosse sono state, in estate, un accordo di collaborazione con Hatcher+, fondo di Venture Capital di Singapore specializzato nell’utilizzo dei Big Data e che co-investirà nelle startup che parteciperanno al prossimo programma di accelerazione promosso da Luiss EnLabs. E, a inizio ottobre, lo sbarco di Facebook all’interno dell’Hub romano. «Il nostro ecosistema si è arricchito di un partner strategico, con cui abbiamo un obiettivo comune: potenziare le competenze digitali delle persone e delle aziende che vogliono diventare protagonisti dell’economia del futuro, creando in questo modo nuove imprese di successo e opportunità di lavoro per i giovani talenti italiani», dice a Industria Italiana Luigi Capello.

 

Luigi Capello, fondatore e ceo di LVenture Group

I numeri

Rilevano anche i numeri di bilancio di LVenture, in un settore in cui – essendo il core business investire in nuove idee che devono diventare impresa – essere in perdita almeno in questa fase pre-exit è la norma. LVenture Group ha chiuso il primo semestre 2018 con un fatturato di 1,39 milioni di euro, il 35% in più anno su anno, mentre l’utile si è attestato a 52mila euro. Con un EBITDA a -554mila euro e EBIT positivo per 46mila euro. A fine giugno 2018 la posizione finanziaria netta evidenziava un indebitamento pari a 766mila euro dai 433mila di fine 2017. Al 30 giugno 2018, il portafoglio della società comprende partecipazioni in 61 Startup, dalle 54 di fine 2017, e 2 investimenti in acceleratori.  L’insieme degli investimenti invece si è portato a poco più di 11 milioni. Gli obiettivi, secondo il piano industriale 2018-2021 sono di generare 13 milioni di investimenti complessivi nel periodo, e portare il fatturato a 5,5 milioni con un EBITDA positivo a partire dal prossimo anno, grazie alla progressiva valorizzazione del portafoglio.

Il modello di business: la filiera delle startup

Ma a fare la differenza per LVenture Group rispetto agli altri, pochi, operatori del mercato domestico, è il modello di business di cui si è dotata. LVenture è una holding di partecipazioni quotata sull’MTA di Borsa Italiana, che investe in aziende digitali con un grado di innovazione e business scalabili a livello globale. «Il modello di business è basato sulle plusvalenze derivanti dalle exit delle startup in portfolio, che possono avvenire tramite operazioni di M&A o IPO – afferma Capello – Grazie al nostro deal flow proprietario, gestito dall’acceleratore Luiss Enlabs “La Fabbrica delle startup”, siamo in grado di selezionare le più promettenti startup sul mercato. L’approccio operativo è finalizzato a minimizzare il rischio dell’investimento e a massimizzare le percentuali di successo. Le startup del nostro portafoglio sono seguite in modo proattivo e vengono costantemente supportate da un team di specialisti nel processo di espansione e consolidamento sul mercato».

L’attività di investimento si articola su due fronti: quello micro seed in cui sono compresi investimenti di fino a 80mila euro in cambio del 9% delle azioni sotto forma di strumenti finanziari partecipativi (SFP) in startup nelle fasi iniziali di sviluppo, e seed, ovvero investimenti fino a 250mila euro, che si finalizzano acquisendo quote di minoranza nelle startup uscite con successo dal programma di accelerazione e in startup in fase più matura selezionate fra quelle con i migliori indicatori di crescita. Grazie all’accordo di co-investimento con Hatcher+ l’investimento per le startup che parteciperanno al prossimo programma di accelerazione di LUISS EnLabs sarà di 145mila euro, una delle cifre più alte in Europa a livello micro-seed.

«Il nostro modello di business è piuttosto unico nel suo genere proprio basato sul concetto di ecosistema: investiamo nelle fasi iniziali di sviluppo delle start up con l’obiettivo di selezionare le idee migliori e accompagnarle a entrare nel mercato, seguendo anche i successivi round di finanziamento che consentono loro di diventare scaleup», continua Capello, che fa un’ulteriore distinzione tra startup nelle prime fasi di avvio, e altre più mature che generano un giro di affari di un milione. «La fase finale del nostro lavoro è mettere in connessione le startup scalate con gli investitori. Creare un ecosistema in relazione con gruppi industriali. Ma in realtà quello che vogliamo fare è dare vita a una filiera di start up, che porti dal talento all’impresa. Proprio in quest’ottica stiamo per lanciare un programma su intelligenza artificiale: ci occupiamo dell’incubazione, quella parte che viene prima dell’accelerazione durante la quale le corporate sponsorizzano il programma, le start up sono fatte di idee più grezze e cerchiamo di creare un business model e inserirle nei programmi di accelerazione o nelle corporate», dice Capello.

L’ispirazione dalla Silicon Valley

Se CbInsight, la più importante società di analisi di mercato nel mondo hitech, posiziona LVenture al primo posto della classifica italiana dei VC, non è dunque un caso. «Quando con Giovanni Gazzola abbiamo fondato la società avevo in mente l’idea precisa di portare in Italia il modello vincente del venture capital americano basato sugli acceleratori creando un ecosistema innovativo in cui far crescere startup con potenzialità globali», dice Capello, imprenditore seriale e business angel con alle spalle già altre storie: è stato fondatore di Italian Angels for Growh (IAG). LVenture nasce dopo un viaggio in Silicon Valley, nel 2010. «Ho fondato a settembre LVenture Srl e tre mesi dopo Enlabs Srl, uno dei pochi acceleratori di startup in Italia. Si tratta di due entità che lavorano in sinergia: una sorta di filiera per portare sul mercato startup già strutturate e pronte e crescere».

La quotazione in Borsa è stato il passaggio ulteriore che ha consentito a LVenture di qualificarsi fin da subito come un soggetto di riferimento nel mercato del VC. Nel 2013, grazie a una jv con l’Università romana Luiss, Capello vara il brand Luiss Enlabs, La Fabbrica delle Startup: «uno dei pochissimi esempi globali di integrazione tra capitali (LVenture Group), sviluppo imprenditoriale (Luiss Enlabs) e mondo universitario. Stavamo creando un unicum, un ecosistema che avrebbe continuato a crescere e a evolversi negli anni grazie all’ingresso di numerose corporate e partner che credono nel nostro progetto». Infine, per avere a disposizioni maggiori risorse, Capello è tra i fondatori di  un’associazione di professionisti, manager, imprenditori e corporate (Angel Partner Group) pronti a foraggiare l’innovazione.

 

Il VC italiano

LVenture è senza dubbio una mosca bianca in mezzo a uno sparuto gruppo di operatori. LVenture si colloca nel mercato iniziale degli acceleratori. Poi esiste il primo round di finanziamento di cui si occupa il VC Primo Miglio e tutte le fasi successive in cui operano una manciata di altri VC, ovvero 360CapitalPartner, Innogest, Indaco, United Ventures, P101. «Gli operatori sono pochi – dice Capello – in Francia sono circa 50 e infatti non è un caso che il mercato sia 10 volte più grande e che ci sia molta più vivacità. In Italia nascono tante start up, pochissime riescono ad accedere al VC. Ma a fronte di tante realtà nuove che sorgono solo alcune sono realmente scalabili e questa caratteristica è determinante al pari del contenuto di innovazione. Dovremmo mirare al modello francese: abbiamo risorse umane, tanta gente che ha voglia di fare, possiamo fare quanto e meglio di quello che accade a Parigi e dintorni».

Qualche movimento è apprezzabile anche nel nostro Paese, in un mercato rarefatto, che ha sempre viaggiato, secondo i dati di Aifi, sui 130 milioni di euro e che certamente quest’anno sta dando segnali di vivacità – avendo generato una cinquantina di operazioni per oltre 300 milioni in nove mesi e potendo aspirare a un volume di mezzo milione a fine anno. In un Vecchio Continente che si conferma tale rispetto al resto del mondo: nel 2017 sono stati investiti $164,4 miliardi, per quasi il 90% destinati a investimenti in USA (per $74,5 miliardi) e Asia (per $70,8 miliardi) con l’Europa in grado di beneficiare solo di poco più del 10% delle risorse ($17,6 miliardi).

«Si iniziano a intravedere grandi segnali di sviluppo, varie iniziative, fondi di fase di lancio: la soglia di 500 milioni è sicuramente realistica, e anzi credo che sarò superata. Anche se è altrettanto vero che il dinamismo non è limitato all’Italia ma ci sono altri Paesi che si stanno sviluppando a un ritmo altrettanto importante: la Francia per esempio che ha un VC che punta per la fine dell’anno a superare i 3 miliardi, confronto a cui l’Italia resta piccola. La Germania a metà 2018 aveva un valore del Vc di 2 miliardi e mezzo e il Regno Unito di oltre 3 miliardi, ma anche la Spagna ha generato 400 milioni a metà anno e ha sfiorato il miliardo nel 2017. La ragione sta nel fatto che in questi Paesi ci sono stati sistemi di incentivo al VC avviati da almeno cinque anni. Si è lavorato sulla normativa ma anche sulla parte pratica: il Governo ha cercato di creare fondi di investimento. In Italia vediamo oggi la buona volontà di portare avanti queste misure da parte di CDP, e auspichiamo che si tratti di misure che siano integrate, di filiera. È necessario aiutare le start up a tutti i livelli e a ogni stadio di sviluppo».

Ed è importante, prosegue Capello, «creare stimoli perché famiglie italiane e investitori grandi inizino a valutare il VC come asset class seppur marginale, ma al pari degli altri. Si tratta per esempio di un investimento ideale per un fondo pensione che è ha una visione di lungo termine, in quanto i tempi di exit si aggirano sui 6/7 anni in media e comunque non sono mai meno di cinque anni. In Italia è sfumata finora l’intenzione di dedicare una percentuale, seppur minima, al VC nei Pir. Un’occasione mancata, non solo per noi, perché far fluire una piccola parte nei Pir in VC e dunque in start up avrebbe allargato lo spettro: i fondi raccolti con i Pir sono andati alle solite aziende quotate, invece bisognerebbe puntare sul VC perché da qui passa il futuro del Paese: negli Usa – ma anche in Italia – la grande azienda riduce l’occupazione e solo le start up ne creano di nuova.

Per non dire del Pil olandese, che per due terzi dipende dall’innovazione tecnologica. Se c’è una politica industriale che si adatta a questo momento e al nostro Paese, è questa». Nelle start up nasce nuova occupazione molto qualificata. «Solo le nostre start up stanno cercando 50 persone e non le trovano in Italia – dice Capello – puntare sulle start up potrebbe essere una strada per combattere il livello di disoccupazione elevatissimo che abbiamo in Italia, a patto però, di saper anche formare professionalità specializzate ed evolute che sono ambite oggi sul mercato».

 

Il contributo delle corporate

Siamo indietro anche sul fronte corporate: mentre in Usa i colossi innovano ormai di norma attraverso una serie di acquisizioni di start up, in Italia i casi sono ancora limitati a un gruppo sparuto di multinazionali o di aziende innovative. «Vediamo qualche movimento nel settore bancario: l’ingresso di un operatore come la banca online N26 ha generato grande vivacità da parte di aziende medie, pronte a valutare soluzioni di innovazione, che si trovano nelle start up. Le corporate contattano noi che abbiamo la visione di cosa esiste sul mercato. Abbiamo una serie partnership con Sara, per fare un esempio: la società assicurativa è anche nostra azionista e utilizza il servizio di una start up che abbiamo accelerato e che si chiama Insoore: in sostanza il sistema certifica video e fotografie in automatico, il che è molto interessante in caso di incidente stradale perché consente grandi risparmi per liquidare il sinistro». Nel mondo del car sharing LVenture ha finanziato 2Hire, un device che installato in auto consente, attraverso il cellulare, di traspormarla in uno smart vehicle, di cui è possibile controllare da remoto funzionamento e movimenti.

Agevolare l’incontro con gli investitori

Nell’ottica della filiera, LVenture vuole presidiare anche la fase finale, quella dell’incontro tra startup e corporate che voglia introiettare innovazione attraverso questo canale o di investitori che possano contribuire a trasformare le idee in scaleup. Per farlo ha un appuntamento che vuole diventare fisso: l’Investor Night, alla sua seconda edizione milanese nel 2018. Che è stata l’occasione per nove delle aziende innovative nel Portafoglio della holding di presentare i propri progetti imprenditoriali a una platea selezionata di investitori e rappresentanti delle corporate.

Le nove startup si dividono in cinque early stage e in forte crescita, e quattro scaleup pronte all’espansione internazionale. Al primo gruppo appartengono Deesup, il marketplace per vendere e acquistare elementi esclusivi di design firmato di seconda mano, garantendo l’autenticità e la buona conservazione degli arredi; Inkdome, il tattoo studio virtuale che, attraverso l’Intelligenza Artificiale, assiste gli utenti nella scelta del tatuaggio più adatto al proprio stile mettendoli in contatto con i migliori artisti certificati; In Time Link, la soluzione per abilitare pagamenti cashless dalle vending machine, attraverso una scheda elettronica installata nei distributori automatici e un’app scaricabile sullo smartphone; MyLab Nutrition, che consente agli sportivi professionisti di creare integratori alimentari personalizzati mediante un laboratorio interattivo e un e-commerce per acquistare direttamente i prodotti; Powahome, soluzione di smart home che grazie a un device, a un’app scaricabile per smartphone e all’interazione con l’assistente vocale Google Home permette il controllo da remoto di prese elettriche e interruttori.

 

Yakkyo, la piattaforma online per l’importazione delle merci dalla Cina

 

 poi ci sono 4 scaleup, che hanno aperto round di investimento “pre series A”, sino a un milione e mezzo di euro. Si tratta di Fitprime, piattaforma di sharing per gli sportivi, che permette ai propri iscritti di frequentare diverse attività in moltissime strutture, senza l’obbligo di sottoscrivere un abbonamento vincolante in una sola palestra; Kpi6, che applica l’Intelligenza Artificiale per aiutare le aziende e i professionisti ad interpretare i dati delle conversazioni social, estrapolare gli interessi e i tratti della personalità della propria audience e in questo modo raggiungerla più facilmente; PlayWood, l’innovativo sistema di arredo modulare che combina connettori e pannelli di legno per creare mobili personalizzati. Grazie alla fabbricazione digitale e ai progetti gratuiti scaricabili dal sito internet, PlayWood ha conquistato il mercato di oltre 30 paesi; Yakkyo, la piattaforma online che, attraverso un chatbot, fornisce alle Pmi un servizio completo per l’importazione delle merci dalla Cina: dalla ricerca del fornitore alla consegna a domicilio, garantendo al cliente la scelta dei prodotti.

Insomma, dal design al lifestyle, dalla domotica al fitness sino all’analisi dei Big Data e alle frontiere del dropshipping, le imprese innovative nel portafoglio di LVenture Group. «Progetti sviluppati grazie al nostro Programma di Accelerazione sono diventati imprese, mentre il nostro network di investitori sta supportando le scaleup più mature e pronte per scalare a livello internazionale», spiega Capello. Un ecosistema che ha la necessità di un boost: «Un’ipotesi potrebbe essere agevolare l’acquisizione delle startup da parte delle corporate, in modo da ammortizzare l’investimento, dice ancora il Ceo, che crede ci debba essere una spinta anche istituzionale per contribuire allo sviluppo del settore. «Dare un vantaggio fiscale sull’acquisizione potrebbe essere un’ulteriore idea. Ad esempio, se un’azienda fa ricerca e sviluppo internamente porta tutto in conto economico, se invece fa l’acquisizione di una startup no. In questo momento non c’è questo livello culturale. Per accelerarlo l’agevolazione è utile». E non è un caso che, per esempio, nel 2017 sia cresciuto esponenzialmente il mondo dei business angels, con l’introduzione della deduzione fiscale al 30% negli investimenti in startup.

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