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direttore Filippo Astone

Sorpresa! Secondo il Mise in Italia Industry 4.0 resta ancora al palo!

di Laura Magna ♦ L’adozione delle nuove tecnologie finora è ben lontana dal poter innescare le trasformazioni produttive della quarta rivoluzione industriale. Lo dice il primo rapporto del Mise, a riscontro dell’efficacia delle misure del Piano Calenda. Meno del  quindici per cento delle imprese (le più grandi) si muove a piccoli passi nella direzione giusta e ne gode i vantaggi. Ma per il resto….

Le misure di Industria 4.0 hanno dato buoni frutti? C’è un numero che rischia di smorzare l’entusiasmo finora sollevatosi intorno al tema ed è lo stesso Mise a rivelarlo: ben l’86,9% del totale delle imprese nazionali, ovvero la stragrande maggioranza, non ha attuato fino ad ora alcuna trasformazione in chiave 4.0. Un dato eclatante, contenuto in un rapporto in cui il ministero dello Sviluppo Economico disegna lo stato dell’arte di Industria 4.0 all’italiana .

 

A colpo d’occhio

Quello che ne viene come quadro generale è che le nostre imprese hanno mosso appena i primi passi verso la propria trasformazione in chiave 4.0. Ed è di relativa consolazione, se è vero che la stragrande maggioranza delle imprese non ha ancora fatto nulla, che l’8,4% del totale si possa già definire un’impresa 4.0 secondo i canoni definiti dal Mise (utilizza cioè almeno una delle tecnologia individuate come abilitanti della quarta rivoluzione e che più avanti elencheremo). Inoltre un ulteriore 4,7% intende diventarlo nei prossimi tre anni. Andando più a fondo un altro dato emerge con rilevanza : disaggregando le cifre relativamente alla dimensione , si scopre che sono le imprese più grandi (con oltre 250 dipendenti) ad essersi adeguate per la metà al nuovo paradigma, mentre sono le micro imprese ad abbattere in maniera drastica la media; poiché già sopra i 10 addetti la quota di 4.0 è del 18,4%, per salire al 35,5% nella fascia 50-249 dipendenti.

 

Ma a ben vedere, anche le imprese che entrano nei requisiti 4.0 sono in realtà in una fase solo embrionale della propria trasformazione: nella maggior parte dei casi, l’approccio a industria 4.0 non è olistico: 37,3% delle aziende che il Mise definisce 4.0 si avvale in realtà di una sola tecnologia (per lo più la stampa 3D) e il 25,1% di due. Anche qui, la dimensione fa la differenza; nelle aziende con oltre 50 dipendenti la quota di quelle che hanno adottato almeno 4 tecnologie 4.0 sale al 60%. Un valore che certamente è destinato a crescere, con la big corporate che sta spianando la strada alle sorelle minori: anche perché indica un percorso conveniente alle imprese stesse, dato che le 4.0 sono quelle più propense a crescere. Infatti, il 36,2% ha assunto nuovo personale (contro il 16,4% delle imprese tradizionali) e la metà ha visto crescere il fatturato, mentre il 30% di quelle non 4.0 ne ha lamentato un calo.

La strada tuttavia è ancora lunga, anche se la buona notizia è che gli incentivi fiscali sono un buono stimolo, se è vero che oltre il 30% delle aziende che intendono fare un investimento in chiave 4.0 nel prossimo triennio hanno dichiarato che si serviranno di iper o superammortamento.

 

Carlo Calenda, Ex Ministro dello Sviluppo Economico, autore del Piano Industria 4.0

 

Le misure del governo sono comunque servite

Un dato quest’ultimo che conferma la bontà dei pacchetti Industria 4.0 e Impresa 4.0, varati nelle leggi di Bilancio 2017 e 2018 con il preciso obiettivo di stimolare la quarta rivoluzione in un’Italia – seconda manifattura in Europa e sesta nel mondo – depauperata di un quarto della sua ricchezza industriale in dieci anni di crisi, e molto indietro in un percorso di metamorfosi che è inevitabile se non si vuole soccombere. Le misure sono state senza dubbio utili, come già avevano dimostrato alcuni dati diffusi in precedenza .

I primi sono quelli sugli ordinativi di macchine industriali: Ucimu-SISTEMI PER PRODURRE ha già annunciato un 2018 in ulteriore incremento dopo un 2017 in cui l’industria italiana costruttrice di macchine utensili, robot e automazione ha fatturato oltre 9 miliardi di euro e l’Italia si è confermata quarta tra i produttori e quinta tra i consumatori di macchine. Più in dettaglio, nel 2017 la produzione, cresciuta del 9,6%, si è attestata a 6.085 milioni di euro. Il risultato è stato determinato sia dal positivo andamento delle consegne dei costruttori sul mercato interno, salite, del 17,4%, a 2.700 milioni, sia dall’export che, tornato di segno positivo, si è attestato a 3.385 milioni di euro, il 4,1% in più rispetto all’anno precedente. Per quello che riguarda l’anno in corso , Ucimu prevede che la produzione salirà del 9,3%, a 6.650 milioni di euro. Il consumo si attesterà a 5.070 milioni di euro, il 13,6% in più rispetto al 2017, trainando sia le consegne dei costruttori sul mercato domestico, attese in crescita del 15,2% a 3.110 milioni, sia le importazioni (1.960 milioni, +11,1%).

La convinzione che siano state le misure di iper e super ammortamento, inserite nel primo pacchetto Industria 4.0 ad aver spinto il mercato, è largamente diffusa tra gli stessi produttori. Una politica industriale che ha avuto anche il grande merito di diffondere conoscenza tra gli imprenditori, un conoscenza che l’Osservatorio del Politecnico di Milano – ed ecco la seconda conferma del buon funzionamento dei pacchetti di incentivo – è stato in grado di misurare , rilevando un calo della quota di aziende che non avevano mai sentito parlare di Industria 4.0 dal 40% del 2016 al 2,5% a giugno 2018.

 

Il rapporto del Mise

Oggi, invece, è dunque lo stesso Mise a pubblicare un rapporto in cui fa il punto della situazione . Un documento «diretto alla quantificazione della diffusione delle tecnologie rappresentative della cosiddetta Industria 4.0 » che, nella sua introduzione, contiene una avvertenza: «A fronte del crescente interesse, presente sia nella comunità scientifica sia nelle politiche pubbliche, per i fenomeni legati alla digitalizzazione dei processi produttivi, la disponibilità di evidenze statisticamente fondate sulla diffusione di tali tecnologie è deficitaria e non in grado di raccontare le tendenze in atto, almeno con riferimento alle dinamiche dell’intero sistema produttivo».

Il dato saliente

L’indagine condotta dal ministero si basa su 23.700 imprese rappresentative della popolazione dell’Industria in senso stretto e dei servizi alla produzione, di tutte le classi dimensionali (incluse quelle con meno di 10 addetti) e di tutte le regioni italiane. Quanto è diffuso il fenomeno? Un primo dato che salta agli occhi è che le Imprese non 4.0 sono ben l’86,9% del totale, ovvero la stragrande maggioranza. Sul totale della popolazione dell’Industria in senso stretto, l’8,4% delle imprese utilizza almeno una delle tecnologie considerate, ovvero robot collaborativi e interconnessi, stampanti 3d, realtà aumentata, simulazioni di sperimentazione e test virtuali, nanotecnologie e materiali intelligenti; integrazione elettronica dei dati e delle informazioni lungo le diverse fasi produttive dell’azienda e integrazione verticale con clienti e fornitori; Cloud, Big data/Analytics, Cyber Security e IoT. Un ulteriore 4,7% non ancora 4.0 ha in programma investimenti specifici nel prossimo triennio.

Un dato che sconfessa ampiamente i proclami sull’Italia produttiva 4.0. O che, per lo meno, testimonia che la strada per la riconquista della competitività è solo appena iniziata – in effetti più avanti vedremo come le misure di rinnovamento aumentano e si stratificano, con differenze significative, però, soprattutto in base alla dimensione aziendale e alla propensione a innovare.

 

Il Ministro del lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio (foto di Mattia Luigi Nappi)
Piccole imprese più indietro sul 4.0

Ma andiamo più a fondo e cerchiamo di interpretare i numeri del Mise. Come noto oltre il 90% del tessuto produttivo italiano è composto da microaziende con meno di 10 addetti: ed è probabilmente questo dato dimensionale a qualificare in modo così poco entusiasmante le cifre sulla penetrazione di Industria 4.0 nell’ impresa nazionale. La propensione verso le tecnologie digitali aumenta in maniera significativa al crescere delle dimensioni aziendali: se le imprese 4.0 con meno di 10 dipendenti sono solo il 6%, «già al di sopra dei 10 addetti le imprese 4.0 rappresentano il 18,4%, mentre tra le aziende tra i 50 e i 249 addetti si raggiunge il 35,5% dei soggetti, sino ad arrivare al 47,1% delle imprese con almeno 250 addetti», si legge nel rapporto. Tutto sommato contenuto il gap geografico: nel Centro-Nord, le tecnologie digitali hanno una diffusione del 9,4% contro il 6,1% del Sud (6,1%).

 

Quale tecnologia 4.0?

Ancora, esistono differenze piuttosto significative a seconda che si guardino le tecnologie più strettamente connesse alla produzione (robot interconnessi, manifattura additiva, simulazioni, realtà aumentata e materiali intelligenti) o quelle rappresentative dello sfruttamento intensivo di informazioni e dati (integrazione orizzontale o verticale delle informazioni, cloud, big data, analytics, etc.). «Sulla base di questa disaggregazione, il coinvolgimento delle imprese appare frazionato in tre distinti comportamenti – leggiamo nel rapporto – Poco meno della metà delle imprese 4.0 utilizza solo le tecnologie di gestione dei dati acquisiti lungo la catena produttiva, il 36% è invece attivo sia nelle tecnologie che riguardano il processo produttivo in senso stretto (incluse le attività di progettazione e simulazione) sia nella gestione dei dati.

Il profilo delle imprese 4.0 che utilizzano esclusivamente le tecnologie produttive, senza quelle relative ai dati, appare relativamente residuale (16,0%). Il modello “solo tecnologie dati” è prevalente nelle micro e piccolissime imprese, mentre oltre la soglia dei 50 addetti diventa maggioritario il modello che vede sfruttare contemporaneamente le due tipologie considerate, con percentuali pari al 50% nel caso delle medie imprese e al 69,2% nelle grandi». E se nel campione complessivo la cyber security, l’integrazione orizzontale delle informazioni e l’Internet delle cose rappresentano l’ambito più diffuso per gli investimenti aziendali, tra le big e medium corporate sono la sicurezza informatica e l’integrazione, sia verticale che orizzontale, delle informazioni a fare la parte del leone. «L’impiego di robot collaborativi, delle stampanti 3D e delle simulazioni virtuali trovano una diffusione relativamente apprezzabile soltanto presso le imprese più strutturate, con percentuali che superano il 20% tra le imprese con oltre 250 addetti».

 

Manca un approccio olistico: quasi il 60% delle imprese ha adottato una o due tecnologie

Dunque, se il dato complessivo è viziato dalla dimensione (le imprese micro sono quelle che abbassano moltissimo la media), il vero problema potrebbe essere un altro. E cioè che le imprese che nel rapporto vengono definite 4.0 in realtà hanno, nella maggioranza dei casi, adottato una o due tecnologie della quarta rivoluzione, ma non si sono dotate di una strategia complessiva in questo senso. Dunque il 37,3% delle aziende 4.0 si avvale di una sola tecnologia (per lo più la stampa 3D) e il 25,1% di due, che per la maggior parte, per circa il 60%, sono tecniche di acquisizione gestione dei dati: qualcosa di molto diverso da un complesso sistema interconnesso che è quello che caratterizza il 4.0. Solo tra le aziende sopra i 50 addetti si rileva questa complessità: e oltre il 60% di esse utilizza almeno 4 tipologie di applicazioni 4.0. Le intenzioni dichiarate sono positive: per il futuro, le imprese nel prossimo triennio intendono investire nell’ordine in «internet delle cose e l’integrazione, verticale e orizzontale, delle informazioni si confermano tra gli impieghi a maggiore diffusione, mentre, in termini relativi, si stima una crescita importante nell’utilizzo dei robot, delle stampanti 3D e dei materiali intelligenti».

 

 

Nel complesso, il 10,0% delle imprese (incluse quelle attualmente non coinvolte) prevede almeno un intervento nel prossimo triennio, una percentuale  che aumenta sensibilmente nelle imprese con 10-49 addetti (22,5%), sino a raggiungere circa un terzo delle imprese di media e grande dimensione. Ma la convinzione contenuta nel rapporto del Mise è che «le imprese tradizionali con scarsissima probabilità realizzeranno interventi 4.0 nel prossimo triennio. Al contrario, le imprese che attualmente usufruiscono delle tecnologie 4.0 hanno una probabilità elevata di ampliare nel prossimo futuro il set di tecnologie 4.0 impiegate. Inoltre, le imprese che hanno in programma interventi, con elevata probabilità lo faranno su un insieme ampio di tecnologie, in molti casi attraverso l’introduzione di almeno tre applicazioni. Anche tra le imprese che sono coinvolte limitatamente, esiste un segmento non marginale di soggetti che è in transizione verso il nuovo paradigma di fabbrica intelligente».

 

Efficienza produttiva: l’obiettivo perseguito dagli innovatori

Quali sono gli obiettivi che gli imprenditori perseguono attraverso le tecnologie digitali? Il Mise ha cercato risposte anche a questa domanda scoprendo che in primo luogo le attese si concentrano verso «gli incrementi di competitività ottenibili dalla maggiore efficienza produttiva (ottimizzazione dei costi, riduzione degli errori, maggiore flessibilità alle variazioni della domanda, etc.). I vantaggi, tuttavia, si allargano anche a fattori non di mero costo, con la possibilità di ottenere economie di varietà e di personalizzazione dei prodotti e di introdursi in nuovi mercati». Più in dettaglio il risultato più atteso è il «miglioramento della qualità dei prodotti e della minimizzazione degli errori (63,4%). L’incremento della produttività è il secondo risultato atteso più diffuso, indicato dal 46,3% delle imprese che utilizzano le tecnologie 4.0. Per le altre voci previste si osserva un distacco sostanziale: la maggiore flessibilità della produzione è indicata dal 25,3% delle imprese, la possibilità di entrare in nuovi mercati dal 21,9%, il miglioramento della sicurezza dal 20,9%. Si segnala, infine, che soltanto il 6,3% delle aziende prevede effetti negativi sui propri livelli occupazionali». Poche le differenze rilevanti sugli obiettivi perseguiti, se si analizzano le risposte scorporandole in base alla dimensione delle aziende.

 

Nelle imprese 4.0 censite dal Mise alla maggiore dimensione si associa la presenza di un management mediamente più giovane e qualificato

Le imprese 4.0: più grandi, più dinamiche, dotate di manager più giovani e qualificati

Dopo aver definito quante sono e come ragionano le Imprese 4.0, il Mise passa all’analisi delle caratteristiche di queste imprese “rivoluzionarie”: innanzitutto sono più grandi, con un 30,1 addetti a fronte dei 12,3 per le imprese che hanno in programma interventi futuri e dei 6,7 delle imprese “tradizionali”. Alla maggiore dimensione si associa la presenza di un management mediamente più giovane e qualificato. Più precisamente, i dirigenti apicali in possesso di un titolo di laurea rappresentano il 28,9% del totale dei manager tra le imprese 4.0 a fronte del 15% rilevato tra le imprese tradizionali (16,1% tra quelle che hanno interventi in programma). Se si considera l’età, il 43,6% dei dirigenti di vertice delle imprese 4.0 ha meno di 50 anni, contro il 38,2% delle imprese non attive nel campo 4.0. Il 41,6%, infine, ha avuto esperienze precedenti in altre aziende, mentre nel caso delle imprese tradizionali il dato cala al 36,2%.

Quanto ai settori, la maggior frequenza di industrie 4.0 è presente «nel comparto della macchine elettriche e delle apparecchiature elettroniche, con il 23,7% di imprese che utilizza tecnologie 4.0 e il 49,1% del totale addetti del settore coinvolti. Seguono il comparto della fabbricazione di mezzi di trasporto, con il 41,7% degli occupati e il 15,1% delle imprese, e il settore della chimica e plastica, con il 31,7% degli addetti e il 15,8% delle aziende. L’estensione del fenomeno 4.0 si riduce sensibilmente nei settori della meccanica (31,9% degli occupati) e della lavorazione dei metalli (26,6%), mentre gli altri ambiti industriali si collocano su una scala sensibilmente più bassa, con in coda alcune produzioni tradizionali del made in Italy: legno-mobili (18,1% degli addetti e 5,1% delle imprese), filiera dell’agroalimentare (22,7% e 4,8%) e dell’abbigliamento (19,0% e 3,8%)».

 

R&S, personale, fatturato: crescono di più nelle imprese 4.0

Un dato interessante è relativo alle carenze professionali nelle imprese con progetti nel 4.0: carenze che per il 10,6% di esse si riferiscono alle competenze manageriali, per arrivare al 22,4% nel campo delle competenze tecnico/professionali specialistiche e al 16,3% con riferimento all’implementazione delle tecnologie 4.0. Le imprese 4.0 o con progetti nel settore che invece queste lacune le hanno superate sono quelle che risultano più dinamiche. Un dato su tutti: tra le imprese 4.0 è molto più alta, in termini relativi, la propensione ad effettuare nuove assunzioni (29,5% contro il 14,2% delle imprese tradizionali) e interventi in formazione del personale (65,2% vs 37,9%). Non solo: il 30% delle imprese che investono in R&S utilizza tecnologie 4.0, laddove la quota analoga per chi realizza innovazioni di processo è del 23,9% per arrivare al 19,6% per chi presenta innovazioni di prodotto. Le stesse quote per chi non innova né ha programmi di ricerca sono intorno al 4%.

Quindi, le imprese 4.0, sono le più propense a crescere e a innovare. Così l’introduzione di tecnologie 4.0 si associa a «una maggiore presenza di cambiamenti significativi sia dei processi produttivi che dell’organizzazione aziendale. Allo stesso tempo, è molto più alta nelle imprese 4.0 la presenza di soggetti che realizzano attività di R&S in maniera continuativa. Nel profilo delle imprese con futuri interventi 4.0 si osserva un’elevata presenza di aziende che hanno avviato per la prima volta investimenti in R&S». Ciò che distingue in maniera netta un’impresa 4.0 da una che non lo è sta nella volontà di aggiornare le competenze del proprio personale e di intervenire nelle tecnologie ICT. «Si segnala, infine, come il maggiore grado di competitività osservato trovi un naturale riscontro nella maggiore propensione sui mercati internazionali: la percentuale di imprese esportatrici, infatti, nelle aziende 4.0 è circa 2,5 volte superiore rispetto a quella delle imprese che non intendono investire in tecnologie 4.0», si legge nel rapporto.

Le imprese più dinamiche sul fronte dell’adozione di interventi in chiave quarta rivoluzione, sono anche quelle con le migliori performance economiche: il 36,2% delle imprese 4.0 ha registrato una crescita dell’occupazione rispetto al 16,4% delle imprese “tradizionali”; mentre è ancora più marcato il divario in termini di crescita del fatturato: oltre a metà dichiara di avere registrato un incremento del volume di affari contro il 30% di imprese tradizionali che ha fatto registrare una contrazione dei ricavi.

L’utilizzo di strumenti agevolativi

Quanto hanno aiutato gli incentivi fiscali in essere dal 2017 per accompagnare il rinnovamento delle imprese? La risposta è ancora nel rapporto del Mise: «Il 56,9% delle imprese 4.0 dichiara di aver utilizzato almeno una misura di sostegno pubblico rispetto al 22,7% delle analoghe imprese non impegnate nelle tecnologie in esame: le imprese hanno utilizzato in larga prevalenza il Super- ammortamento e l’Iper-ammortamento (36,8% nel caso delle imprese 4.0 e 12,8% tra le imprese tradizionali), il Credito d’imposta per le spese in R&S (17,0% vs 3,1%), la Nuova Sabatini (19,8% vs 4,7%) e i fondi di garanzia (11,3% vs 2,8%)». Inoltre le imprese 4.0 tendono ad accumulare gli incentivi mentre quelle tradizionali, nel 70% dei casi, hanno usufruito di un solo strumento di aiuto.

Infine, le imprese che hanno programmato interventi in chiave 4.0 hanno utilizzato in maniera diffusa gli incentivi nell’ultimo triennio (47,8%) e sono quelle che, per il prossimo futuro, registrano la percentuale più alta di intenzione a utilizzare almeno un’agevolazione: sono infatti il 30,1% «a fronte del 27,1% delle imprese 4.0 e dell’8,2% di quelle “tradizionali”. Anche in questo caso gli incentivi più spesso indicati sono l’Iper e il Super ammortamento, il CIRS e la Nuova Sabatini».

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