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Bayer punta sulle startup italiane delle life science

di Laura Magna ♦ La multinazionale tedesca del Pharma implementa il suo programma globale di open innovation.  In Italia un incubatore per startup early stage e un acceleratore per startup più mature. Cosa fanno quelle cui ha fornito una platea globale: In-Equipe, Visitami, Indigo, D-Eye


La multinazionale tedesca, con un programma nato nel 2015 e dedicato inizialmente a elargire premi di natura economica ad app particolarmente innovative nel settore della salute, alza la posta. E spinge questo programma, che risponde al nome di G4A, a un livello superiore, con l’obiettivo di portarsi in casa quella stessa innovazione che dalle startup arriva. Nel contempo fornisce alle start up l’occasione di crescere e strutturarsi, grazie ad attività di mentoring e coaching e, più di recente, anche di accelerazione di società più mature. «Senza voler fare il venture capital, che è un altro mestiere», tiene a precisare Alessandro Rancitelli, Project leader Bayer G4A in Italia.

 

G4A: un’occasione per gli innovatori italiani delle life-sciences

Prima di approfondire con Rancitelli il percorso italiano di Bayer verso l’open innovation, vale la pena spiegare come si sviluppa G4A, che è un programma globale, nato nel 2013 a Berlino. Partito come un piccolo progetto con l’obiettivo di entrare in contatto con l’ecosistema startup, oggi è un vero e proprio “movimento globale” che coinvolge oltre 35 Paesi nel mondo; il suo scopo è costruire un ponte tra Bayer e chi fa innovazione all’esterno dell’azienda e contribuendo alla crescita di queste realtà. G4A, si quindi è arricchito di un acceleratore, che metteva in palio 100 giorni di formazione e collaborazione con mentor interni ed esterni all’azienda e 50mila euro di fondi per ognuna delle startup selezionate.

A questa dotazione iniziale si è aggiunto il “dealmaker”, con lo scopo di stringere accordi commerciali con Bayer a seguito di incontri dedicati. Nel mondo il programma è oggi attivo in 42 città, e tra di esse c’è anche Milano. E nel nostro Paese il programma si è arricchito nel 2017 di un incubatore per startup early stage a cui veniva offerto un programma di formazione e consulenza, spazi di coworking e l’accesso a servizi aziendali.

«Nel 2018 abbiamo infine lanciato un acceleratore per startup più mature in grado di accettare la sfida di collaborare attivamente con Bayer nelle aree di business, sulla base delle esigenze dei clienti e con l’obiettivo di attivare progetti pilota», spiega Rancitelli. «Il programma 2018 ha visto la partecipazione di oltre 50 startup Life science, ha dato la possibilità ai 10 finalisti di presentarsi al top management dell’azienda e di essere valutati e selezionati. Quattro i vincitori, (una startup per ogni area di business aziendale) che hanno iniziato a lavorare con Bayer su possibili collaborazioni, con il supporto di colleghi dei business dedicati. E per il 2019 sono invece in programma una serie di eventi di networking, che permetteranno a un numero selezionato di startup di presentare i loro progetti in azienda, a un pubblico di investitori, giornalisti e potenziali partner esterni. L’obiettivo resta quello di favorire l’incontro tra l’azienda e queste realtà innovative, attivando collaborazioni concrete».

 

Le Startup vincitrici nel 2018

Piccole italiane innovative con una platea globale

Poiché il programma è globale, uno dei maggiori vantaggi per le startup che vi partecipano è appunto la possibilità di avere come platea il mondo intero. Ma il vero salto di qualità di quello che all’inizio doveva essere solo un progetto esplorativo per sondare l’innovazione fuori da Bayer e trarre ispirazione sui trend e sulle modalità di rispondere alle nuove richieste del mercato – «invitavamo le startup a fare pitch ai colleghi del business e parallelamente abbiamo creato un osservatorio che mappasse i trend e le nuove imprese italiane più interessanti» – è stato la creazione dell’incubatore.

«Il programma è cresciuto pian piano: ci siamo chiesti come potevamo sostenere le startup e abbiamo fatto una call per selezionare quelle in fase early stage più innovative per fornire loro servizi e supporto per sviluppare il modello di business. Quindi abbiamo aperto diversi programmi di mentoring e coaching per fornire competenze che tipicamente le startup non hanno, soprattutto in un settore come il pharma dove è necessario guardare aspetti legali e di compliance molto complessi. Questo ha portato in evidenza alcune startup con cui abbiamo iniziato a lavorare. Come Indigo, che è entrata nel network, ha sviluppato un chatbot due anni fa, quando non era una moda, ha scalato Bayer ed è entrata a livello globale come nostro fornitore».

 

Uno spazio di coworking

Un sistema di open innovation che porta valore anche alla corporate

E se è evidente quale occasione potesse rappresentare per una startup avere il supporto da parte di una multinazionale con circa 117.000 collaboratori e un fatturato di 39,6 miliardi di euro (dati 2018), a quel punto mancava ancora un pezzo: «a quel punto valeva la pena mettere a terra e concretizzare per Bayer stessa e per i consumatori finali tutta questa attività di innovazione», racconta Rancitelli «e dunque abbiamo definito progetti concreti su cui avviare programmi di accelerazione, puntando a startup più mature, con business model e piano di attività consolidato. In questa prima ondata abbiamo selezionato quattro startup. Ogni nostra divisione ne ha scelto una per sviluppare un pilota nel suo settore».

Le quattro divisioni sono Pharmaceuticals, che si occupa di farmaci soggetti a prescrizione medica; Consumer Health, con i farmaci da banco legati al benessere e alla qualità della vita; Crop Science, con sementi e soluzioni integrate per la protezione chimica e biologica delle colture, che include l’area Animal Health (animali da compagnia e da reddito). L’obiettivo finale è portare innovazione all’interno del settore della salute rinnovando i processi e i servizi offerti ai clienti/ pazienti, unendo la capacità innovativa delle startup alla capacità di messa a terra di progetti di una multinazionale come Bayer.

Interesse industriale, ma nessuna partecipazione nell’equity

Dunque, cosa succede concretamente del programma Bayer G4A? Risponde Rancitelli: «In sintesi, forniamo un progetto su cui lavorare e strumenti con cui realizzarlo. Non offriamo finanziamenti in quanto questo è più materia di addetti ai lavori e prevede una parte di equity nella startup che non è il nostro mestiere. Dunque offriamo l’utilizzo di spazi, mentoring, coaching e supporto, anche monetario, nel periodo di incubazione e accelerazione. Uno dei motivi per cui dal secondo anno abbiamo deciso di puntare all’accelerazione per startup più mature è perché a livello strategico in Italia non era tanto importante finanziarie delle startup, ma farle diventare nostri fornitori, con progetti concreti in modo che loro potessero usare Bayer come case history di successo e strumento per svilupparsi. La startup senza la cassa di risonanza della multinazionale potrebbe non riuscire a realizzare o potrebbe realizzare in maniera meno efficace il suo business. E noi d’altro canto in questo modo riusciamo a portare a termine progetti dirompenti in tempi brevi introducendo un’innovazione che non avevamo».

Trend e domanda del mercato per selezionare le idee vincenti, tra le 350 startup mappate dall’Osservatorio Bayer

Come si individuano le startup vincenti? Ovviamente non esistono regole infallibili, ma Bayer utilizza un metodo piuttosto rigoroso effettuando la sua selezione sulla base di due parametri: i trend che vengono indentificati grazie all’Osservatorio e la domanda del sistema sanitario. «L’unione tra trend delle tecnologie ed esigenze dei pazienti, ci porta a guardare con attenzione tutto ciò che riguarda cure e servizi da remoto o strumenti di AI (Artificial Intelligence) che possano automatizzare ed eliminare la componente manuale e velocizzare i processi, o aumentare i canali di comunicazione tra paziente e caregiver o l’azienda produttrice del farmaco e l’ospedale in senso bidirezionale, garantendo maggiore aderenza alla terapia».

A oggi l’Osservatorio interno Bayer G4A ha consentito di mappare cinque macro-trend, per un totale di circa 350 startup. Che si concentrano nei maggiori centri urbani, in particolare Milano, Torino e Roma e dove sono presenti gli incubatori. I macrotrend sono : Industria 4.0; Personalized care; Health Hedonism; Care & Well-being; Precision Care.

Il tema della collaborazione medico paziente

Queste che sembrano poco più che parole in codice si declinano in una serie di casi reali di startup su cui Bayer ha puntato e che hanno un potenziale di innovazione importante in tutti gli ambiti in cui opera la multinazionale. Rancitelli cita In-Equipe, «piattaforma privata che favorisce la comunicazione tra medici e la condivisione di casi clinici in modo efficace, smart e multi-device che con Bayer sta sviluppando un pilota per alcuni ospedali italiani». O Visitami, attraverso cui è possibile prenotare visite mediche secondo un principio di vicinanza, attraverso due diversi gestionali, uno per le farmacie e uno per gli utenti finali.

«Le piattaforme di collaborazione che intendono rafforzare il rapporto di fiducia tra medici e pazienti, considerando anche l’aging della popolazione, sono a loro volta un trend. Si tratta di strumenti in grado di migliorare l’aderenza alla terapia grazie a cui anche il paziente stesso può fornire feedback attraverso device come braccialetti o sistemi di monitoraggio dei dati clinici o del consumo di medicinali».

 

La app Visitami

 

 

L’intelligenza artificiale per diagnosi e cure da remoto

Indigo, una delle prime società su cui la multinazionale ha puntato è una piattaforma di intelligenza artificiale che usa chatbot e machine learning per aiutare le aziende a comunicare con i propri clienti.Bayer «sta lavorando con diversi chatbot per migliorare l’esperienza degli utenti che cercano attraverso strumenti digitali informazioni prima di acquistare anche i farmaci».

Un ulteriore focus è poi sul «concetto che molte delle prestazioni e delle cure del pronto soccorso, che spesso è un collo di bottiglia, nella pratica possono essere fatte da remoto. E non solo: l’80% delle persone ricoverate potrebbero rimanere a casa: questo è un ambito in cui ci sono diverse startup che possono migliorare la situazione». Come D-Eye offre un occhio digitale sullo stato di benessere del corpo umano, grazie a medical devices connessi allo smartphone, con le relative applicazioni, che permettono lo screening di massa e la raccolta di dati medici per migliorare i servizi diagnostici.

«Spostare i dati e non le persone è un concetto molto rilevante soprattutto con la popolazione che invecchia. Non solo Ai e Big data dunque sono utili allo scopo, ma anche il 5G con la sua capacità di muovere quantità di dati enormi in tempi rapidi e con spazi di latenza minimi». Secondo i numeri del Politecnico di Milano, contenuti nell’Osservatorio per l’innovazione digitale in Sanità, il settore vale complessivamente in Italia 1,3 miliardi. E i costi del “non digitale” a oltre 5 miliardi di euro, che potrebbero essere risparmiati se l’80% dei cittadini effettuasse online il ritiro di documenti clinici, la richiesta di informazioni, la prenotazione e il pagamento di visite e esami.

Migliorare il benessere animale (per aumentare il reddito dei produttori)

Nel settore del benessere animale,  3B  monitora gli allevamenti animali come suini e bovini dove tramite i suoi sensori e algoritmi di intelligenza artificiale rileva le malattie e usare prodotti antibiotici in modo più preciso e consapevole e solo in caso di reale esigenze.

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