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Smart working/2: quando il lavoro perde il posto

di Marco Scotti ♦ Tutti i pregi e i difetti di quello che in Italia, dove è ancora poco diffuso, viene chiamato “lavoro agile” e che rappresenta uno dei tasselli della digital transformation. Con un interrogativo di fondo: ma è veramente più produttivo del lavoro tradizionale?

Maggiore produttività, incremento della qualità del lavoro e più flessibilità: sono questi i pilastri su cui si fonda lo smart working – in Italia tradotto con un termine che non gli rende del tutto giustizia, ovvero “lavoro agile” – una nuova modalità di svolgimento del proprio impiego che sta diventando sempre più diffusa soprattutto tra le grandi aziende (vedi qui, ad esempio, il caso di Prysmian Group).

Grazie allo smart working, i dipendenti possono lavorare in mobilità, utilizzando le nuove tecnologie che vengono ora messe a loro disposizione: device connessi a internet, infrastrutture di rete che consentono l’accesso ai dati anche da remoto e altre soluzioni che permettono, magari mentre si sta viaggiando per recarsi da un cliente, di continuare nel proprio lavoro. Ma attenzione: non si parla di uno strumento che moltiplica le ore di lavoro e di reperibilità, ma piuttosto di una riorganizzazione del tempo del dipendente che può svolgere le proprie mansioni anche quando non si trova seduto in ufficio.

Per l’ Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, il fenomeno dello smart working si sta diffondendo rapidamente in Italia, coinvolgendo l’8% complessivo della forza lavoro. Sono 305.000, secondo un’ indagine pubblicata a ottobre, i lavoratori che utilizzano questa tipologia di lavoro, sono in aumento del 14% rispetto all’anno precedente e addirittura del 60% rispetto al 2013. In più, gli smart workers si distinguono perché si ritengono più soddisfatti per il proprio lavoro e perché hanno acquisito una maggiore padronanza di competenze digitali rispetto agli altri lavoratori. Questo aumento degli addetti “agili” si traduce in un incremento della produttività pari al 15% per persona, e complessivamente in 13,7 miliardi di benefici per il sistema paese. A livello nazionale , il 36% delle grandi imprese ha già progetti strutturati di smart working, mentre rimangono molto indietro le Pmi (7%) e PA (5%).

 

Lo smartphone, assieme ad altri devices, è centrale nello sviluppo dello smart working

Smart working: chi ci guadagna ( sulla carta )

Qualcuno, erroneamente, potrebbe pensare che si tratti di una sorta di iperconnessione continua, un Grande Fratello che rende il lavoratore sempre raggiungibile e perennemente a disposizione del datore di lavoro. In realtà quando si parla di smart working si intende una serie di accorgimenti che consentono al dipendente di svolgere le proprie mansioni, che restano codificate sia per quanto riguarda i modi che i tempi, avendo a disposizione strumenti che lo agevolino in qualunque luogo si trovi. In un mondo sempre più interconnesso e globalizzato si tratta di lavori qualificati e specialistici , per lo svolgimento dei quali si è spesso all’estero e che richiedono, dal punto di vista dell’azienda, una migliore e più efficiente dotazione tecnologica e un’architettura di rete che garantisca accessibilità alle informazioni vitali per svolgere le proprie mansioni. In cambio, si ottiene una prestazione di lavoro più efficace ed evoluta.

Dal punto di vista pratico l’azienda deve dotare i propri dipendenti di notebook e smartphone, ma anche – e soprattutto – di infrastrutture di rete che consentano di raggiungere i dati e le informazioni su cui il dipendente deve lavorare anche se non si trova fisicamente in ufficio. In cambio, l’abbandono della logica del “cartellino” da timbrare garantisce, da parte del dipendente, una migliore qualità del lavoro e un plus in termini di produttività e valore aggiunto. Inoltre, lo smart working può essere prezioso anche per le donne in maternità, che possono rientrare gradualmente nei meccanismi lavorativi senza le ovvie difficoltà di lasciare la casa.

Il vantaggio per le aziende, sta nella possibilità di diminuire una serie di voci di spesa che può influire in maniera anche significativa sui bilanci: illuminazione, climatizzazione e mense sono alcune degli ambiti su cui lo smart working consente di ottenere una riduzione dei costi. Tutto ciò ottenibile senza perdere di vista la produttività e o con la promessa di risultati almeno pari a quelli che si avrebbero avuti se il dipendente avesse svolto la propria mansione dalla sede tradizionale. Infine, a guadagnarci è anche l’ambiente: anche una sola giornata alla settimana di remote working può far risparmiare in media 40 ore all’anno di spostamenti, con una riduzione di emissioni di anidride carbonica nell’aria pari a 135 kg all’anno.

 

Smart worker

Il “lavoro agile” fatto legge

Recentemente, lo smart working è diventata una modalità di lavoro codificata anche dalla legge: si tratta della numero 81 del 22 maggio 2017 (pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 13 giugno scorso),  che equipara i dipendenti che svolgono le proprie funzioni in sede a quelli che le svolgono in mobilità o in luoghi diversi dal tradizionale ufficio. Vengono equiparate anche le tutele: «Un elemento essenziale della norma – si legge sul sito del governo – è la parità di trattamento degli smart workers rispetto ai loro colleghi. Il trattamento normativo e retributivo deve essere il medesimo, come l’adozione delle adeguate norme di sicurezza. In particolare, per quanto riguardo l’orario di lavoro, di fianco al riconoscimento del diritto alla disconnessione, la norma riconosce come inviolabili i limiti previsti dalla normativa vigente e dalla contrattazione collettiva». Dal 15 novembre scorso, i datori di lavoro che stipulano intese di impiego “agile” devono inviare telematicamente all’INAIL l’accordo raggiunto con il dipendente.

 

Corso
Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di MIlano

I numeri dello smart working: Italia indietro

Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working, ha commentato che «un progetto efficace è quello che è in grado di porre le radici per lo sviluppo di un nuovo modello organizzativo. Perché questo sia possibile occorre agire su tre elementi: l’allineamento strategico rispetto alle priorità aziendali e agli obiettivi delle persone coinvolte; uno stile di leadership che preveda il coinvolgimento dei collaboratori nel processo decisionale e la delega nello svolgimento delle mansioni; comportamenti delle persone caratterizzati da proattività e intelligenza collaborativa». Una rivoluzione vera e propria che riguarda tutti i gangli vitali di un’azienda.

I dati italiani, però, non sono del tutto positivi: oltre il 40% delle Pmi non ha mai preso in considerazione la possibilità di impiegare lo smart working come modalità di svolgimento delle mansioni lavorative. Inoltre, secondo una ricerca condotta da Eurofund e Organizzazione Mondiale del Lavoro, l’Italia è all’ultimo posto nella classifica dei Paesi europei che impiegano il “lavoro agile”; ai primi tre figurano Danimarca, Svezia e Paesi Bassi. Nel Vecchio Continente complessivamente il 17% dei lavoratori è coinvolto : in dettaglio, il 10% del campione alterna attività in ufficio a quella da casa, il 3% lavora solo da casa e il restante 4% pratica smart working su base regolare anche se non esclusiva. Estendendo ulteriormente il campo geografico d’indagine, si scopre che negli Usa lo smart working coinvolge il 37% dei lavoratori.

Secondo le ultime previsioni di spesa rilasciate da IDC, a livello globale gli investimenti delle aziende in tecnologie per la digital transformation dovrebbero aver superato i 1.200 miliardi di dollari nel 2017 e potrebbero crescere fino a 2.000 miliardi nel 2020. Oltre il 50% della spesa sostenuta lo scorso anno è stata destinata alla trasformazione dei modelli operativi. Ovvero, si è trattato di interventi tecnologici mirati, che hanno reso i processi aziendali più innovativi, impiegando principalmente un ecosistema digitale in cui tutti gli attori – dai prodotti alle risorse umane passando per i partner – sono parte integrante del processo. Sempre secondo IDC, oltre il 90% delle aziende italiane ha la trasformazione digitale come punto fondamentale della propria strategia corporate, mentre il 75% del campione pone le tecnologie per la mobilità al centro del processo di trasformazione digitale.

 

E’ alta la possibilità i dati delle aziende vengano hackerati tramite un malware mobile o un wi-fi dannoso
Il problema della sicurezza

La nascita di un ecosistema con così tanti protagonisti diversi – oltre a quelli citati prima vale la pena di ricordare i diversi tipi di device, le varie connessioni e le modalità di impiego della rete – pone però un problema di sicurezza. Il 31% delle aziende intervistate da IDC ha avuto incidenti che rientrano nella casistica cyber security in conseguenza dello sviluppo di queste modalità lavorative. Il 52% delle imprese che supportano il BYOD (Bring Your Own Device) non ha in essere una policy formale che ne regolamenti l’utilizzo. A riprova del fatto che lo smart working, nonostante stia diventando una modalità di lavoro sempre più utilizzata, deve ancora risolvere alcuni problemi di sostenibilità prima di diventare totalmente alternativo al lavoro “da scrivania”.

Le voci critiche

Lorenzo Cavalieri, che sul tema ha scritto il libro “Il lavoro non è un posto” (Vallardi), ha commentato, non senza una punta di ironia che «vincono tutti (sulla carta). Le aziende sono felici perché hanno meno criticità nella gestione del personale, risparmiano spazi (con notevoli risparmi economici), e implementano la cultura del lavoro per obiettivi, responsabilizzando i dipendenti». In realtà, ci sono alcune questioni che devono ancora essere approfondite. In primo luogo, serve analizzare quale sia l’impatto dello smart working sulla produttività dei singoli: a parità di giornata lavorativa, è più efficiente il lavoratore tradizionale o quello “agile”? E ancora: con lo smart working non si rischia il venire meno delle relazioni tra colleghi che hanno una presenza fisica più “intermittente”?

Negli Stati Uniti, dove il fenomeno è iniziato ben prima che in Europa è stato registrato, a giugno 2017, un inaspettato stop da parte di un colosso come Ibm. La manager dell’area marketing Michelle Peluso, in un post sul blog aziendale, ha scritto che i dipendenti, per essere più produttivi e performanti, «hanno bisogno di lavorare in una location creativa, da cui poter trarre la giusta ispirazione». Per questo motivo l’azienda ha deciso di concentrare i sei distretti dell’area marketing in un unico luogo, di fatto riportando indietro le lancette del tempo e “smentendo” la bontà dello smart working come rimedio per accrescere la produttività aziendale e ridurre i costi.

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