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Blockchain, le strategie di Ibm

di Marco Scotti ♦ Non solo bitcoin e finanza, ma anche food e logistica. Sono questi, secondo Big Blue  gli ambiti futuri di sviluppo di questa soluzione  che promette di rivoluzionare anche la manifattura, abilitando nuovi modelli di business. Parla Fabio Malosio: le case histories di Walmart, Maersk, TenneT e i progetti per Borsa Italiana

«Senza la creazione di un ecosistema economico in cui farla muovere, blockchain non ha grandi margini di crescita: è come se si avesse una bellissima lampadina che diffonde una luce molto fioca perché la rete elettrica non è adatta a supportarla». Fabio Malosio, Blockchain Solution Leader in Ibm, è uno dei più accreditati conoscitori di questa soluzione che promette di essere più disruptive e pervasiva di internet ma che ancora non è riuscita a “spiccare il volo” verso la sua definitiva consacrazione. Ma già ora si possono immaginare gli utilizzi più disparati  anche in una serie di industry anche molto lontane tra loro: bank&finance è il comparto che, complice l’esplosione dei bitcoin, ha maggiormente sperimentato le possibili applicazioni di blockchain; ma non vanno dimenticati settori particolarmente importanti per il nostro paese, come il food o la logistica. IBM ha in piedi una serie di progetti che mostrano, una volta di più, quanto sia totipotente la blockchain.

 

Fabio Malosio, Blockchain Solution Leader in IBM

Dottor Malosio, qualcuno definisce blockchain come la più dirompente tecnologia dall’epoca dell’energia elettrica per la sua capacità di essere multipurpose e pervasiva: è d’accordo con questa affermazione?

La promessa è questa, si tratta di una soluzione – perché definirla solo tecnologia sarebbe riduttivo, dato che su un impianto tecnologico si fondano poi una serie di servizi accessori – che promette di avere un impatto importante nel misurare le decisioni. È indubbio comunque che blockchain, se confermerà le aspettative, darà vita nei prossimi 5 o 10 anni a un cambiamento epocale dal punto di vista delle modalità con cui lavoreranno le imprese sul mercato. Non avremo più una competizione tra diverse aziende, ma tra interi ecosistemi economici che daranno vita a nuove aggregazioni che si muovono intorno a servizi che finora non esistevano.

Il mercato blockchain dovrebbe decuplicarsi nel giro di cinque anni arrivando a 7,6 miliardi di dollari: quale sarà il settore che imporrà la maggiore accelerazione al comparto? Ancora il bank&finance o dobbiamo aspettarci qualche “sorpresa”?

Le stime a cui fa riferimento sono per ora confermate. Ovviamente si partirà dal mercato bancario e finanziario perché sono quelli più maturi, in termini di conoscenza, di cultura, di capacità di sperimentazione tecnologica e perché comunque sono stati “costretti” a misurarsi con blockchain dall’avvento dei bitcoin. Però, per quanto mi riguarda, non penso che il mercato finanziario sarà il principale trainante, sia perché ha al suo interno anime molto conservative, sia perché i settori in cui mi aspetto una vera esplosione di questa soluzione sono quelli legati alla verifica dei singoli fenomeni. La tracciabilità, la provenienza di qualunque asset, la trasparenza, l’anti-contraffazione: sono tutti temi di carattere apicale che traineranno lo sviluppo di blockchain negli anni a venire. D’altronde, già oggi è facile comprendere la molteplicità di settori in cui questi meccanismi di controllo si possono applicare: la filiera del food, la logistica, i trasporti sono solo alcuni dei comparti in cui questa soluzione può essere efficace. Dunque non parlerei tanto di singolo settore industriale, ma piuttosto di area, cioè quella della trasparenza appunto, che riguarda molte industry differenti.

In Italia siamo famosi per il manifatturiero, ma alcune sue parti (penso ad esempio alla siderurgia) hanno dei costi di trasformazione digitale particolarmente elevati: pensa che anche questi settori possano comunque essere toccati dalla rivoluzione blockchain oppure i tempi non sono ancora maturi, anche per la lentezza della riconversione di questi processi industriali?

In questi settori le trasformazioni hanno un impatto più significativo e quindi, ovviamente, anche più lento. Nell’ambito però delle nuove tecnologie che possono essere applicate alla manifattura, blockchain fa parte delle possibili soluzioni, anche se non certo l’unica: si pensi, a titolo di esempio, alla convergenza del mondo IoT (Internet of Things) col mondo Blockchain; si tratta di trasferire un mondo fisico su uno virtuale, qualcosa che permetta all’industria pesante di procedere con una riconversione epocale. Non posso negare che come IBM ci siano stati dei contatti e delle presentazioni, ma non abbiamo ancora progetti in stato avanzato.

IBM si sta muovendo moltissimo nella sperimentazione delle più disparate applicazioni. Penso, ad esempio, a quanto fatto con Borsa Italiana. Ci può spiegare di che cosa si tratta?

Non abbiamo ancora un progetto definitivo e organico, ma abbiamo già portato avanti una sperimentazione per impiegare blockchain nel processo di emissione e di ciclo di vita dei certificati azionari delle piccole e medie imprese non ancora quotate. Si tratta di una sperimentazione condotta con Borsa Italiana e Monte Titoli per la dematerializzazione dei certificati azionari che oggi sono ancora cartacei. Dopo una prima emissione, infatti, le società fanno fatica a gestire e tracciare tutte le normali incombenze, dallo stacco delle cedole alla comprensione di chi è titolare di azioni. Borsa Italiana si propone di rendere tutto elettronico e automatizzato attraverso una piattaforma certificata con blockchain, facendo sì che tutto sia trasparente, perfino il primo passo verso la quotazione, rendendo semplice la certificazione dell’accesso al credito. Tradurre questa sperimentazione in un progetto pragmatico richiede un impegno e un budget economico importante, oltre alla codificazione di un ecosistema. Proprio quest’ultimo è il punto più difficile e complesso da raggiungere: stiamo cercando di costruire questo sistema in modo da avere la possibilità di trasformarlo in un progetto. La vera sfida, dunque, è quella di riuscire a realizzare un ecosistema su cui “appoggiare” la nostra sperimentazione.

 

Ibm: un esempio di applicazione blockchain al settore food
Un altro in cui IBM è molto attiva è quello del food: ci spiega quanto realizzato con Walmart?

Con il colosso americano siamo partiti da una sperimentazione sul mercato interno relativo alla vendita del mango, che è sotto il completo controllo di Walmart. Abbiamo iniziato a tracciare l’intera filiera, con uno scopo più di marketing, per portare al consumatore finale una serie di informazioni relative alla produzione e provenienza di questo frutto. Il secondo step della sperimentazione è stato svolto in Cina, questa volta in modo più impegnativo: abbiamo messo sotto controllo la filiera del maiale, lavorando con le normative statali sulle informazioni obbligatorie da allegare alla prima tracciatura. Da queste due sperimentazioni, Walmart ha capito che doveva coinvolgere i produttori e ha iniziato a collaborare con alcuni “giganti” come Unilever o Unilever. Ovviamente siamo solo all’inizio e ci vorrà del tempo per implementare la blockchain all’intera filiera. Parallelamente, IBM rilascerà sul mercato una soluzione che si chiama Food-Trust, che consentirà di fornire i servizi fondamentali end-to-end garantendo la possibilità di agganciare al prodotto tutte le informazioni più importanti.

Questo tipo di soluzione sarebbe perfetto per il mercato italiano, troppo spesso oggetto di contraffazione…

Lavoreremo molto sul mercato italiano: già oggi stiamo sviluppando un progetto con un importante produttore di cui non possiamo ancora fare il nome, ma vorremmo riuscire a proporgli di lavorare su una blockchain mondiale che garantisca la tracciabilità di molti alimenti. A metà aprile partirà l’Osservatorio Blockchain del Politecnico di Milano: il nostro contributo sarà proprio una proposta di tracciatura della filiera agroalimentare. Abbiamo anche voluto puntare sul mercato italiano, provando a collaborare con i consorzi. Ma non si tratta di un processo facile e veloce: in Italia non brilliamo per essere innovatori né per capacità di costruire ecosistemi. Una tracciabilità di questo tipo sarebbe auspicabile anche nel fashion, per la tutela del Made in Italy. In questo comparto, come in quello del food, servirebbe un tavolo congiunto, dove superare le reciproche diffidenze (tra i vari brand nella moda o tra produttori e distributori nell’alimentare). La trasparenza ed efficienza, come dicevo prima, sono concetti fondamentali e trasversali che però funzionano solo se si crea un ecosistema. Abbiamo dialogato con due tra i più importanti soggetti del mondo bancario e, in particolare, con Unicredit, con cui IBM sta lavorando nell’ambito di un consorzio europeo (We.Trade). Si tratta di nove tra i maggiori istituti di credito europei che vogliono sperimentare la blockchain nell’ambito del trade finance. Se riusciamo a comprendere che questa soluzione funziona meglio quando è trasversale, abbiamo già fatto un grande salto in avanti.

 

Maersk+Wire+Image+final+3
Ibm: con Maersk una joint venture per lo sviluppo della blockchain per la logistica
Per quanto riguarda i trasporti e la logistica c’è il gigante Maersk a cui IBM ha fornito un supporto tecnologico per la realizzazione di un progetto innovativo. Ce lo può raccontare?

Maersk è azienda leader nel settore dei trasporti via mare. L’idea da cui siamo partiti, oltre ad incrementare l’efficienza dell’intero ciclo produttivo, era di gestire meglio la vita dei container dal momento in cui vengono caricati di merce al momento in cui arrivano a destinazione, per poterne tracciare l’intera storia. Inoltre, andando a vedere i costi, si è scoperto che circa il 20% del totale è rappresentato dalla mole di documenti cartacei che devono essere allegati alle spedizioni. Ma questi fogli si possono perdere, possono essere danneggiati o incompleti. È da qui che siamo partiti: abbiamo voluto “abolire” la documentazione cartacea per farla diventare digitale, in modo da riuscire ad efficientare tutti i passaggi ed è su questo dettaglio che ci siamo concentrati. Un altro aspetto importante è quello relativo a un tema di cui abbiamo già parlato, ovvero la tracciabilità: sapere che cosa c’è sul container, seguirne il tragitto porto per porto, registrarne gli eventi (come le ispezioni doganali superate) segnalare ritardi o difficoltà e via dicendo. Anche questo servizio è stato implementato da IBM.

Attualmente con Maersk abbiamo creato una joint venture – di cui il colosso danese detiene il 51% e IBM il 49% – che si occuperà dello sviluppo della piattaforma da un punto di vista business. Maersk infatti ha già capito che realizzare un progetto di questo tipo consente di avere una posizione di vantaggio incredibile, visto che l’80-90% delle merci mondiali viene trasportato su nave. Proprio per questo gli altri protagonisti potrebbero “copiare” questa soluzione o farla persino migliore, per questo Maersk ha deciso di metterla a disposizione dei competitor – previo accordo commerciale – con la possibilità di rendere questo sistema veramente mondiale, consentendo a chi offre servizi supplementari di metterli a fattor comune in modo che tutti ne possano beneficiare. Più allargo la quota di mercato della soluzione, più la blockchain ha ragione d’esistere. L’ideale sarebbe riuscire a rendere questo sistema il più trasversale possibile, in modo da renderlo utile anche per le dogane, per i trasportatori, per le banche e per le assicurazioni. C’è una roadmap molto interessante e posso dire che entro la fine del 2019 potrebbe essere utilizzata da qualche centinaio di attori di diverse industry (importatori ed esportatori, dogane, autorità portuali, trasportatori inland, banche, assicurazioni).

Per quanto riguarda poi la tutela dell’ambiente, IBM si sta muovendo molto: recentemente è stata annunciata la sperimentazione con la olandese TenneT per registrare le transazioni di energia tra privati, senza contare il progetto Plastic Bank, che garantisce una somma di denaro in cambio del riciclo di plastica in paesi in via di sviluppo.

Sono due soluzioni molto diverse ma che hanno comunque a cuore l’interesse ambientale. Con TenneT abbiamo avviato due sperimentazioni differenti, entrambe destinate alla interazione con i privati: una sulle batterie per le auto, l’altra su quelle solari nelle case. In questo secondo esempio, tramite blockchain, certifico la gestione energetica: il privato potrà collaborare col gestore nel bilanciamento globale della rete, mettendo le proprie batterie a disposizione del gestore che a sua potrà stoccare energia in eccesso; l’utente potrà richiederla successivamente in caso di maggiore fabbisogno. Ovviamente per fare questo c’è bisogno di una serie di tecnologie, non solo di blockchain.

Per quanto riguarda le batterie auto, invece, possono mettere a disposizione sulla rete l’energia in eccesso. In sintesi si tratta di creare nuovi modelli di business e di coinvolgere altri attori, come i costruttori di batterie perché creino dei dispositivi in grado di garantire questo scambio energetico. Per quanto concerne Plastic Bank, invece, si tratta di un progetto canadese che ha sviluppato a Montpellier la prima sperimentazione sul comparto della plastica. L’idea è quella di ridurre il quantitativo di plastica che si riversa ogni anno negli oceani, accrescendo la cultura del riciclo di questo materiale in paesi dove ancora non viene fatto in maniera organica. La plastica viene raccolta in alcuni centri e valutata: chi l’ha portata riceve un corrispettivo in valuta virtuale che viene collocato su un wallet garantito da blockchain (in questi paesi in via di sviluppo le persone sono unbanked). Le valute virtuali possono essere spese per le ricariche dei cellulari o in altri beni necessari che non siano il cibo, e risultano più sicure rispetto al contante contro fenomeni criminali. La partnership con Plastic Bank sta funzionando e continuerà ancora.

 

Ibm: assieme a ZF e UPS messa a punto una piattaforma per le transazioni riguardanti la mobilità elettrica (Credit: ZF)

Di fronte a una rivoluzione come quella di blockchain, sembra che i paesi più pronti siano quelli meno arretrati. Le elezioni in Sierra Leone sono le prime al mondo realizzate tramite blockchain: nei giorni in cui divampa la polemica su Cambridge Analytica e su Facebook, ma anche sulle votazioni in Russia, la “catena” potrebbe essere uno strumento per garantire maggiore sicurezza alle procedure anche nei paesi occidentali?

Con le nuove tecnologie, chi parte da zero è avvantaggiato, perché negli altri paesi, dove le cose funzionano meglio, c’è già tecnologia presente e funzionante. I paesi più avanzati in Europa sono le Repubbliche Baltiche, in particolare l’Estonia, che è quello più avanti per quanto riguarda l’applicazione di blockchain. Segue poi l’Olanda, che ha una cultura storicamente di grande sperimentazione e che non vive con il terrore del fallimento. Viene naturale pensare, quindi, che questa soluzione possa essere applicata anche in altri paesi alle elezioni, anche se non sento così forte questa esigenza. Ci sono già delle sperimentazioni da questo punto di vista, che garantiscono nuove possibilità: per esempio, consente di andare a rivedere il proprio voto, potendolo eventualmente spostare quando ancora sono aperte le urne. Basti pensare all’applicazione nel caso in cui qualcuno si sia “pentito” del voto espresso perché è andato a un partito poco rappresentato. A livello di governance, da Roma hanno iniziato ad arrivarci sollecitazioni per capire come poter utilizzare la blockchain magari nei concorsi pubblici o nei bandi, che diventerebbero immediatamente sicuri e a prova di raccomandazione. L’importante, anche in questo caso, è condividere una visione comune. Quando parliamo di trasparenza, tutti devono essere disponibili.

Quello che manca nel dibattito su blockchain è una maggiore laicità: oggi si è divisi tra entusiasti a prescindere e scettici irredimibili. Come rendere la discussione più tecnologica e meno fideistica?

L’istruzione e l’evangelizzazione sono un tema fondamentale. Questo perché se ci si sofferma esclusivamente sulla componente tecnologica di blockchain si rischia di renderlo un discorso esclusivamente adatto agli addetti ai lavori. Bisogna trovare il modo giusto di farla percepire. Dal mio punto di vista, oltre ai due estremi citati nella domanda, sta emergendo la figura dello scettico propositivo. Conosce la tecnologia tradizionale, sta studiando la blockchain ed è disponibile a confrontarsi per ascoltare altri punti di vista. IBM lavora sul mercato Enterprise, per logica di mercato pragmatico, più orientato ai risultati ottenibili che alle discussioni accademiche.

Un fenomeno potenzialmente nocivo alla Blockchain è l’esagerazione: IBM lo ha provato in prima persona: solo negli ultimi due anni abbiamo fatto circa 400 sperimentazioni nel mondo, di queste poco più di 40 si sono trasformate in progetti e una ventina in reti attive. Il nostro compito è quello di indirizzare l’azienda nel modo corretto, senza far credere che si possa utilizzare blockchain solo perché trendy. Ancora: riduttivo correlare questa soluzione esclusivamente al pagamento con bitcoin e altre cryptovalute (ne abbiamo più di 1000 ormai); tra l’altro bitcoin va sempre più trasformandosi da strumento di pagamento, a una sorta di bene rifugio, un oro digitale, uno scopo diverso da quello originale.

Concludendo: la blockchain è la più grande rivoluzione degli ultimi 150 anni?

Promette di esserlo, perché va ad impattare un aspetto tipicamente umano delle relazioni: la fiducia. Con blockchain si può ottenere fiducia tramite un algoritmo matematico. Per questo si tratta di qualcosa di davvero disruptive.

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