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direttore Filippo Astone

Alcea (vernici industriali) risorge e punta a 43 milioni

di Laura Magna ♦ Una storia che ci dice tre cose: dalle crisi  si puo’ uscire brillantemente, la finanza innovativa può dare un supporto fondamentale, il capitalismo famigliare (quando investe) puo essere un punto di forza. Una operazione di direct lending con il supporto di banca Finint 

Il nome della società (che significa azienda lombarda colori e affini) forse dice poco al di fuori del circuito degli addetti ai lavori. Eppure, vanta una posizione primaria nella produzione di vernici industriali per metallo e tintometria, ed è presente nella verniciatura di nastri in acciaio, vernici per legno e infrastrutture. Dopo i momenti di gloria, che hanno visto il fatturato crescere nel 2011 anche a quota 80 milioni di euro, Alcea è entrata in un periodo di crisi, dal quale è uscita ricorrendo ad un concordato preventivo. A inizio 2017 la svolta, con l’uscita dal concordato e un bilancio brillante: 34,5 milioni di ricavi; 3 milioni di ebit; 2,2 milioni di utile netto;un rapporto posizione finanziaria netta ebitda inferiore a uno.

Per il 2018, l’obiettivo sono 35,4 milioni di euro di fatturato e indicatori di bilancio ancora tutti positivi. Nel 2019 si vuole migliorare ancora, anche grazie al supporto finanziario ottenuto attraverso l’operazione di direct lending condotta col fondo specializzato Hi Crescitalia pmi fund (Hedge Invest) e l’arranger Banca Finint. La storia di Alcea ci dice tre cose importanti. La prima è che dalle crisi si può anche uscire brillantemente. La seconda è che il capitalismo famigliare sano – quello che vede le famiglie investire in azienda tutte le loro sostanze, se necessario – resta ancora una risorsa fondamentale per il sistema economico e sociale. La terza è che la finanza innovativa può avere un ruolo prezioso. Pertanto, vale la pena raccontarla.

Il mestiere di Alcea

Alcea, che è stata fondata dalla famiglia Parodi nel 1932, si è sviluppata negli anni anche a seguito di numerose acquisizioni. Oggi produce nel suo moderno stabilimento di Senago (Milano) e nei siti delle sue controllate in Francia (Tournus) e in Polonia (Tychy). La famiglia Parodi è anche azionista di riferimento di Pulverit, leader nella produzione di vernici in polvere. Insieme Alcea e Pulverit sono la principale realtà italiana nel mercato delle vernici industriali per metallo. Come si diceva, Alcea vanta una posizione di leader nella creazione, produzione e commercializzazione di prodotti vernicianti per l’industria del metallo, in particolare quella metalmeccanica. «Vernici che vengono vendute tramite distribuzione specializzata. I nostri principali competitor sul mercato italiano sono due multinazionali Usa, entrate in Italia attraverso acquisizioni; da loro ci differenziamo per attenzione al cliente e reattività», dice a Industria Italiana Carlo Parodi, amministratore unico della società.

 

Carlo Parodi, amministratore unico Alcea

 

Il riferimento di Parodi è in particolare alla gamma di Alcea, che è la più ampia possibile, andando a trovare delle interessanti nicchie di mercato in un settore dominato dalle multinazionali. Le divisioni sono cinque: «Oltre al metallo, le vernici per legno, che ci vedono coinvolti all’estero e in Italia, nel distretto del mobile di Pordenone. Presenti nel coil coating, ovvero nella verniciatura di nastri di acciaio e alluminio per uso industriale, che è un monopolio di pochi grossi gruppi. La quarta anima è quella dell’edilizia leggera e del fai da te. Infine, la quinta e più recente, è quella delle vernici specializzate per l’industria delle infrastrutture, gallerie, dighe, pavimentazioni industriali. Siamo una realtà variegata, che necessita di competenze diffuse e produce molte idee nei nostri laboratori, che collaborano tra di loro».

Il direct lending: il finanziamento per l’impresa che arriva dagli investitori istituzionali

Il rilancio di Alcea sarà consolidato ora anche grazie al direct lending. Di cosa parliamo? Il finanziamento diretto è una forma di debito alternativo che le imprese possono ottenere grazie all’intervento diretto di investitori istituzionali. La forma è stata introdotta di fatto in Italia dal Dl 18/2016 che ha chiarito ogni dubbio interpretativo rispetto alla possibilità per i fondi di investimento alternativi italiani e dell’Ue di concedere questa liquidità alle imprese in maniera, appunto, diretta.

«Rispetto a un minibond la differenza principale sta nel fatto che il direct lending, che consiste nell’erogazione diretta da investitore a richiedente, è un vero e proprio finanziamento che entra in centrali rischi, ma dal punto di vista dell’analisi del merito di credito e del processo di due diligence i due strumenti possono considerarsi analoghi », racconta a Industria Italiana Simone Brugnera, Responsabile Area Minibond di Banca Finint, arranger dell’operazione Alcea e forte di riconosciute competenze in questi settori della finanza strutturata e innovativa.

 

Brugnera
Simone Brugnera, Responsabile Area Minibond di Banca Finint

 

«Ad oggi sono molte di più le emissioni di Minibond rispetto all’erogazione di finanziamenti da parte dei fondi di private debt, ma questi ultimi sempre di più si stanno adoperando per allineare i propri regolamenti al fine di poter offrire entrambe le proposte alle società industriali». Il credito contratto da Alcea dunque, se si fosse guardato all’andamentale, probabilmente non sarebbe stato concesso e di fatto, come vedremo nel prossimo paragrafo, dalle banche non era stato concesso. Ma il criterio con cui viene assegnato il direct lending è più complesso e prende in considerazione un set più ampio di parametri. Che nel caso di Alcea sono risultati solidi: così l’azienda ha potuto accedere al direct lending di tipo senior unsecured, con un importo di 2 milioni di euro, una durata di 5 anni e un piano di rimborso su base trimestrale. L’operazione prevede inoltre la possibilità di effettuare una seconda tranche di 1 milione di euro al soddisfacimento di alcune condizioni.

«La data di scadenza è al 30 settembre 2023 e il piano di ammortamento “alla francese”. Il finanziamento verrà cioè rimborsato a rate costanti (capitale più interessi) dal 31 dicembre 2018 fino alla data di scadenza prevista nel contratto», continua Brugnera. «Mentre i proventi del finanziamento sono destinati a sostenere le strategie di crescita della società basate su una maggiore penetrazione dei mercati esteri e sullo sviluppo di nuovi prodotti a elevata specializzazione». L’investitore coinvolto è Hedge Invest SGR attraverso il fondo di private debt HI CrescItalia PMI Fund, che è specializzato in investimenti in obbligazioni e finanziamenti diretti a piccole e medie imprese italiane e privilegia società che si contraddistinguono per forti capacità gestionali e attivismo imprenditoriale, in presenza di un’adeguata struttura di bilancio e di un efficace sistema di governance.

 

 

 

La parabola di Alcea: l’araba Fenice abbandonata da alcune banche

Tale è Alcea: numeri solidi e resilienza, che però, nel sistema bancario non ha trovato il giusto riconoscimento dopo la crisi, da cui, in ogni caso, è brillantemente uscita. «A causare questa situazione è stata, a ben vedere, proprio la massiccia campagna acquisizioni condotta a partire dal 2008 – spiega Parodi – fino a quel momento la crescita era stata per linee interne. Abbiamo poi deciso di accelerare per trovarci pronti finita la crisi, ingenerata dal fallimento di Lehman Brothers negli Usa, alla ripresa dell’economia che in effetti non c’è stata: nel 2011 purtroppo è esplosa la seconda crisi dei debiti sovrani e siamo andati in difficoltà finanziarie per eccesso di crescita e perché due delle aziende che avevamo nel frattempo acquisito non sono riuscite a mantenere i piani di sviluppo, mentre due clienti medio-grandi sono entrati contemporaneamente in un momento di pesante difficoltà».

E dunque: «Alcune banche storiche non ci hanno supportato nella difficoltà e hanno scelto anzi di non confermare le loro linee di credito a breve il che ci ha provocato una reale mancanza di ossigeno finanziario. Dunque, a inizio 2013 siamo stati costretti a fare richiesta di protezione dai creditori con un concordato in bianco che poi è diventato concordato in continuità diretta, ovvero senza le sovrastrutture tipiche della divisione in bad e good company». Tutto, da quel momento, viene fatto per risanare l’azienda. E va reso merito anche alla famiglia di controllo di avere investito nella società a sostegno del risanamento. Il capitalismo famigliare sano – quello di chi fa coincidere l’azienda con la vita e vi mette dentro tutte le sue energie morali, umane ed economiche – resta ancora una risorsa vitale del sistema economico italiano.

 

Mordovia Arena a Saransk. Lo stadio, che può ospitare 44.000 spettatori, è caratterizzato da un paramento esterno colorato, studiato e realizzato dalla LUXE COAT di L’Aquila con vernici ALCEA (dal sito ufficiale dell’ azienda)

Il risanamento e la dieta: la famiglia imprenditoriale dà il massimo

La struttura societaria rimane tal quale e i fratelli Parodi che ne detengono la maggioranza investono direttamente per dare corso alla ristrutturazione che necessita. «Alcea è impegnata in un periodo di 3 anni e mezzo, da marzo 2013 fino a fine 2016, a rimborsare un debito di 30 milioni. Il debito viene restituito con percentuali che vanno dal 92% al 40%. Insomma, riusciamo ad assolvere agli obblighi concordatari entro i termini previsti. A fine 2016, ritorniamo a fare la nostra strada senza vincoli concordatari», spiega Parodi. La procedura di concordato in continuità aziendale (ex art. 186-bis l.f.) che era stata omologata nel 2014, si è conclusa con l’archiviazione del fascicolo da parte del Tribunale di Milano nel febbraio 2017.

Dopo la ristrutturazione, il fatturato è sceso da 80 milioni del 2012 ai 35 (40 se si aggiungono le controllate) con cui chiuderà il 2018. E l’obiettivo è di raggiungere quota 43 milioni (o 50 consolidati) nel 2023. «Abbiamo dimezzato il fatturato perché abbiamo dismesso alcune controllate e abbandonato settori di clientela a bassa marginalità e con pagamenti lunghi. Così, dal 2013, abbiamo intrapreso un percorso di crescita moderata: un 20% complessivo in 5 anni che rimarrà il nostro target per il prossimo triennio», afferma l’amministratore. La difficoltà è che proprio all’uscita del tunnel del concordato, si trova davanti alla peggiore delle risposte possibili da parte del mondo bancario.

Lo racconta Parodi: «Ci troviamo ad avere un merito di credito limitato: a parte Bpm e Banca Interprovinciale, che ci avevano seguito anche nel periodo concordatario, nessun altro istituto ci voleva concedere credito per via di strascichi di segnalazione in centrale rischi, che a nostro avviso non erano più corretti. Oggi vantiamo numeri assolutamente positivi, con Ebitda del 9%, una buona patrimonializzazione e poco indebitamento. Decidiamo, per poter seguire progetti di sviluppo commerciali e industriali di trovare strade alternative di finanza». La soluzione era: «Rivolgersi a interlocutori attenti a fondamentali e business plan e meno al passato, quindi abbiamo, tramite un advisor che ci ha accompagnato, preso contatto con possibili finanziatori e dopo un percorso che si è basato sull’illustrare la situazione attuale e le prospettive di Alcea, siamo arrivati in tempi molto rapidi a ottenere il credito: dal primo incontro con Banca Finint a quello con i primi finanziatori è passato un mese e mezzo», aggiunge Pietro Garcea, CFO di Alcea.

 

Pietro Garcea, CFO di Alcea (dal sito ufficiale dell’ azienda)

 

Garcea precisa: «Attenzione alle prospettive future, che di fatto sono ciò che si finanzia erogando un prestito ad un’azienda, ma anche, rispetto alla banca, una focalizzazione sul rapporto personale: ci sono state diverse occasioni di incontro con il potenziale finanziatore che ha voluto guardare negli occhi l’imprenditore per valutarne la determinazione e la volontà di investire nell’azienda e anche gli elementi di rischio. In banca questo non accade: al contrario, c’è una divisione tra commerciale e ufficio fidi, e il soggetto che dice no a una richiesta non ha mai visto l’imprenditore».

Obiettivo: Usa e Canada

Dunque i due milioni ottenuti da Alcea – e che potrebbero diventare tre, sono utili. E, spiega ancora Garcea: «Saranno utilizzati anche per una crescita sui mercati esteri che comporta la creazione di magazzini in loco, quindi necessità di capitale circolante per avvicinarsi ai mercati esteri. Alcea vende il 60% in Italia e il resto sui mercati internazionali, per lo più europei, anche grazie alle due controllate polacca e francese. L’obiettivo è di consolidare la presenza in Polonia ma anche di estenderci a Usa e Canada. E avendo comunque un po’ di crescita produttiva vorremmo cogliere qualche opportunità data da Industria 4.0 per continuare ad ammodernare uno dei migliori stabilimenti di vernici italiani, creato nel 2002 e già rinnovato nel 2012.

La fabbrica si trova a nord di Milano, nel comune di Senago. Lo sviluppo è anche in termini occupazionali: siamo 133, molti giovani chimici e laureati in chimica. Lo stabilimento è uno dei più automatizzati nel nostro settore: grazie al sistema informativo Siemens che governa quasi tutti i macchinari e i dosaggi sia delle materie prime liquide, come solventi, resine e additivi che in polvere (cariche e pigmenti). L’intera produzione è gestita da un sistema di controllo distribuito, ammodernato nel 2016 usufruendo degli sgravi industria 4.0 per macchinari connessi introdotti nell’impianto. Abbiamo investito mezzo milione per la sostituzione di macchinari che verranno integrati nel sistema di controllo distribuito». E per portare a compimento questa nuova traiettoria di sviluppo da oggi, anche senza le banche, Alcea saprà quali strumenti poter utilizzare.

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