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World Manufacturing Forum: o si imparano la nuova manifattura e le tecnologie o c’è il declino

di Marco Scotti ♦ Tra i temi centrali della manifestazione di Cernobbio l’arretratezza delle tradizionali strutture formative nell’ attrezzare culturalmente il personale che affronta la trasformazione nell’industria manifatturiera. Per Andreis, se lo stato non ci arriva devono pensarci gli imprenditori.

«Viviamo un’epoca straordinaria che ha portato nuove ed eccezionali sfide. L’accelerazione esponenziale delle tecnologie ha creato nuovi scenari, per i quali siamo totalmente impreparati. E lo siamo a livello di leadership, management e anche di lavoratori. Non abbiamo le skill necessarie, siamo insufficienti a livello scolastico: qui siamo rimasti indietro a tanti anni fa, quando i professori insegnavano sempre nello stesso modo. Anche i governi, perfino a livello continentale, non sembrano avere questi cambiamenti ai primi posti nella loro agenda. L’Europa dovrebbe investire maggiormente». Non usa mezzi termini Diego Andreis, presidente di Ceemet, ( Council of European Employers of the Metal, Engineering and Technology-Based Industries) nel suo intervento in uno degli appuntamenti di dibattito nel corso del World Manufacturing Forum, – che si è tenuto a Villa Erba di Cernobbio poco tempo fa – quando si tratta di spiegare la propensione e l’attitudine del Vecchio Continente verso la digital transformation che sta modificando profondamente il manifatturiero.

L’Italia senza una scuola all’altezza dei nuovi compiti

Quello che è emerso chiaro da tutti gli incontri è che c’è un forte disallineamento tra le necessità degli imprenditori e i provvedimenti che la politica è in grado di mettere in campo. Non si tratta soltanto di un problema legato alle tempistiche (fisiologicamente lunghe per quanto concerne le istituzioni, più rapide per l’impresa) ma anche di obiettivi che non collimano: mancano politiche efficaci che consentano alle aziende di impiegare le tecnologie di più moderna concezione non come se si trattasse di un mero miglioramento da assumere senza criterio, ma avendo la piena consapevolezza che ogni settore, ogni comparto e perfino ogni singolo soggetto ha esigenze diverse che devono essere seguite.

Servirebbero nuove facilitazioni nei processi di finanziamento dell’innovazione che consentano alle imprese di cavalcare in maniera più efficace questa rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo. Non solo, dal momento che da troppo tempo si è creata una scollatura tra il mondo della scuola e la manifattura  (che viene vista come un ripiego per gli studenti meno volenterosi invece che come un settore che concorre in maniera fondamentale al Pil e in cui l’innovazione e la formazione sono aspetti fondamentali), servirebbe un miglior mercato delle competenze attraverso il finanziamento di progetti di aggiornamento continuo.

 

 

«In effetti – prosegue Andreis – , altri paesi stanno iniziando a mettere in campo iniziative efficaci per supportare una scuola di nuova concezione. Penso alla Spagna, dove sono stati stanziati fondi per garantire corsi di aggiornamento online a 6.000 docenti. Il problema che però noto come imprenditore e come cittadino italiano, è che il nostro paese non sta predisponendo alcuna azione concreta. E invece sarebbe fondamentale riuscire a rendere più “sexy” il comparto manifatturiero, promuovendo una piccola rivoluzione culturale che, partendo addirittura dalle scuole elementari, permetta alle nuove generazioni di comprendere le potenzialità di questo comparto. Anche perché oltre sei giovani sui dieci stanno studiando per svolgere dei lavori che ancora non esistono o che non sono ancora stati definiti in maniera completa.»

«È proprio per questo motivo ci siamo dovuti inventare una nuova modalità di formazione che ci consenta di essere in prima linea nella crescita delle competenze dei nostri dipendenti. La scuola non riesce a svolgere il suo compito di educare i giovani alle professioni, tant’è che questo si traduce in una bassissima occupazione giovanile nel nostro paese, ai livelli peggiori d’Europa. Le aziende stanno rapidamente diventando, grazie a importanti investimenti che sono stati fatti nel 2017 e che sono proseguiti anche nel 2018, il luogo migliore per formare le persone. Ma il management deve evolversi e incentivare una migliore creazione di una cultura d’impresa».

 

Sul palco del World Manufacturing Forum di Cernobbio. Da sinistra Diego Andreis (Ceemet, Assolombarda, Federmeccanica), Martina Koederitz, (Global Industry Managing Director, Ibm), Jayson Myers, (Ceo, Next Generation Manufacturing Canada) Jorge Ramos, (Ceo Emea, Embraer)

 

Le competenze e il futuro dell’industria

Le pesanti trasformazioni in atto modificheranno anche i capisaldi dell’industria manifatturiera che, secondo Andreis, tornerà a essere «local to local. Non ci sarà più l’esigenza di delocalizzare perché la grande quantità di tecnologia che stiamo portando in azienda consente di svolgere tutto a livello locale. La nostra azienda produce tutto in Italia e siamo più competitivi di un nostro competitor cinese. Il nuovo scenario competitivo sarà sulle competenze ed è da questo punto di vista che la Cina si sta sviluppando in maniera eccellente con un nuovo piano trentennale. Anche gli Usa stanno puntando molto bene sulle competenze tecnologiche ed è per questo motivo che l’Europa deve crescere e deve sviluppare un “digital single market” che le permetta di competere con le due super-potenze mondiali».

 

 

La sede portoghese di Embraer (Photo Agência Brasil)
Il caso Embraer

Sono quindi le aziende le prime portatrici di istanze di miglioramento e rinnovamento, e arrivano anche a realizzare vere e proprie accademie interne per migliorare le competenze dei dipendenti che lavorano nel manifatturiero. È il caso di Embraer, azienda del comparto aereo che sta puntando molto sulla specializzazione dei lavoratori. «Diversamente da quanto si può pensare – spiega Jorge Ramos, CEO Emea di Embraer – l’aviazione è un dei settori più conservativi perché ha protocolli di sicurezza estremamente rigidi, che frenano in qualche modo il cambiamento. Non possiamo assolutamente assumerci rischi, portando innovazioni che sappiamo potrebbero funzionare ma che non rispondono in toto agli standard richiesti dagli enti che regolamentano l’aviazione. Al tempo stesso, però, la tecnologia è parte integrante del nostro comparto. L’innovazione è un must per essere competitivi ed è per questo che ci stiamo profondendo in enormi sforzi per introdurre nuovi prodotti tecnologici. Dobbiamo insegnare ai nostri clienti come usare i nostri aeromobili, ma anche a effettuare la corretta manutenzione.

Per fare ciò, abbiamo creato un network molto efficace di partnership, che comprende anche università e centri di ricerca. Grazie a tutti questi soggetti possiamo sviluppare nuove tecnologie e possiamo sviluppare nuovi modelli tecnologici, sapendo che nel nostro settore servono dai 5 ai 15 anni. Abbiamo anche realizzato una scuola, rivolta agli ingegneri, che permette per 18 mesi di comprendere meglio i processi aziendali che avvengono all’interno di Embraer. Al momento siamo arrivati a formare oltre 300 ingegneri».

 

L’intervento di Alberto Ribolla al WMF di Cernobbio
Il ruolo delle soft skills

Il rischio concreto è che si crei un vero gap nell’advanced manufacturing, dove certe capacità saranno appannaggio di pochi lavoratori specializzati. Sia a livello globale che a livello locale, sarà importante creare un network agile per le forniture, ridisegnando e integrando la manifattura locale nelle supply chain globali. Al contrario, oggi la tendenza è creare supply chain pensate per aree geografiche specifiche. In particolare, le cosiddette “soft skills” diventeranno parte integrante dei bagagli di competenze dei nuovi lavoratori, che dovranno poi riorientare le proprie scelte formative verso le discipline STEM (Science Technology Engineering and Maths), ma anche verso coding e calcolo che dovrebbero avere un ruolo più importante nella formazione futura.

A fianco a queste richieste, Martina Koederitz, Global Industry Managing Director di Ibm pone l’attenzione su un altro tema: «Bisogna puntare sul problem solving, che è diventato un atout sempre più ricercato in azienda, specie se si devono far dialogare nuove e vecchie concezioni di svolgimento del lavoro nel manifatturiero. Un dialogo che deve essere incentivato anche attraverso l’incentivazione di competenze che esulano dalla semplice abilità di svolgere un lavoro, ma che devono riguardare anche attitudini e comportamenti interpersonali».

Il Canada

Presente all’incontro del WMF anche Jayson Myers, CEO di Next Generation Manufacturing Canada, un’associazione no profit la cui finalità è di incentivare la collaborazione tra aziende di diverse dimensioni per attuare la digital transformation. NGen riceve fondi dal governo canadese, ma soprattutto crea le condizioni per incrementare gli investimenti dei privati in progetti di sviluppo tecnologico, così come di formazione. «La mia idea – dice Myers – è di de-istituzionalizzare l’educazione in modo che anche le aziende e altri soggetti che non fanno parte delle istituzioni possano sviluppare i loro progetti per realizzare strutture formative che aumentino la consapevolezza in merito alle nuove tecnologie. Non sono preoccupato per le generazioni future, ma per la transizione tra quella attuale e la prossima. Piuttosto, dobbiamo uscire dalle etichette tradizionali come intelligenza artificiale o analytics: non è tanto la tecnologia in sé che dobbiamo spiegare e apprendere, ma la nostra interazione con essa».

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