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Venture capital: esiste una via italiana all’innovazione?

di Laura Magna ♦ Pochi capitali, poche società attive, eppure prospettive promettenti: il mercato del venture capital ancora poco sviluppato in Italia potrebbe creare molto valore. Parlano LVenture e Principia

Per sostenere investimenti e internazionalizzazione delle imprese «un ruolo decisivo può averlo il private equity, con lo sviluppo del settore del venture capital», così ha detto il Ministro allo sviluppo economico Carlo Calenda nel corso della presentazione dell’Osservatorio sul mercato italiano dei capitali di Università Bocconi ed Equita Sim il 25 gennaio scorso a Milano. Ma qual è la realtà del venture capital nel nostro paese? Industria Italiana ha fatto un viaggio alla scoperta delle poche, ma interessanti, realtà che ci credono. E che fanno bene allo sviluppo industriale del Paese.

Il venture capital nel mondo

Che il venture capital sia una delle più importanti forme di finanziamento dell’impresa nel prossimo futuro è un fatto sempre più riconosciuto dai portatori di interesse. Negli Usa – dove il fenomeno è nato ormai 38 anni fa – il valore delle venture capital-backed company ammonta a circa il 20% della capitalizzazione totale di Borsa. Lo afferma un   analisi della Stanford Graduate School of Business . E’ un tipo di finanziamento che caratterizza l’innovazione. Se guardiamo solo alle aziende fondate dopo il 1979 – anno di nascita del VC appunto, la percentuale di quelle finanziate con questa formula sale al 57%. E non basta: le 574 società nate con il supporto del VC quotate aWall Street , investono in ricerca&sviluppo l’82% dei loro utili, il che le trasforma in veri agenti del cambiamento di interi settori industriali. Oltre che in contributori massimi alla crescita di economia e occupazione locali.

Il venture capital in Italia

Questo è vero anche per l’ Italia, dove, secondo l’ultimo studio di PwC  dedicato all’impatto economico del private equity e del venture capital nel nostro paese, il tasso di crescita occupazionale delle aziende possedute da operatori di private equity e venture capital (+5,2%), con il suo segno positivo, è in controtendenza rispetto al complessivo tasso occupazionale italiano misurato nei dieci anni tra il 2004 e il 2014 (-0,3%).

In più, sempre nello stesso periodo, ricavi e marginalità (EBITDA) delle aziende in portafoglio a private equity crescono ad un CAGR (Compound annual growth rate) superiore a quello delle aziende italiane di dimensioni similari. Le aziende partecipate da VC evidenziano ricavi molto superiori al benchmark (+6,8%) e un EBITDA in linea, mentre le aziende oggetto di buy-out presentano una marginalità molto più elevata (+6,7%) rispetto a quello delle aziende italiane simili per dimensioni.

In Italia un mercato ancora piccolo

Stiamo comunque parlando di un mercato, in Italia, ancora poco importante: il valore delle imprese VC-backed sfiora appena il 2%. I numeri  – gli ultimi diffusi da Aifi, l’associazione che promuove, sviluppa e rappresenta istituzionalmente l’attività di VC e private equity in Italia – sono molto piccoli: nel primo semestre del 2016 l’ammontare degli investimenti è stato di 4,89 miliardi su 116 società; poche grandi operazioni hanno fatto la differenza e consentito di superare il totale dell’anno precedente, che si era chiuso a 4,6 miliardi. È stato invece disinvestito un miliardo e mezzo contro i quasi 3 a tutto il 2015, rispetto al miliardo e novecento milioni dello stesso periodo del 2015.

Per farsi un’ idea della dimensione italiana, basta citare i dati della società di ricerca Preqin: globalmente nel 2015 i fondi di venture capital hanno investito per 136 miliardi di dollari, spalmati su 9241 operazioni . Questo a fronte di disinvestimenti per 73 miliardi, con ben 47 miliardi di nuovi capitali raccolti e un rendimento interno lordo (IRR) a un anno del 20,5%.

Venture capital, una definizione

Ma cos’è, tecnicamente, il venture capital? Secondo la definizione di Aifi, è l’attività che consiste nell’apportare “capitale azionario o sottoscrizione di titoli convertibili in azioni nei confronti di imprese non quotate e con elevato potenziale di sviluppo in termini di nuovi prodotti o servizi, tecnologie, concezioni di mercato”. La partecipazione è temporanea e minoritaria , tesa ad accrescere il valore dell’impresa per realizzare un elevato capital gain in sede di dismissione.

La fine naturale dell’attività di venture capital è l’exit: la vendita della società a terzi o la quotazione in Borsa. A metterci i soldi, praticamente, sono i limited partner che di fatto investono in queste start up a elevato potenziale: si tratta di un investimento a rischio elevato con un rendimento quindi altrettanto importante, che può arrivare fino al 20% annuo, secondo le rilevazioni di Preqin, la fonte più aggiornata e qualificata a livello globale .

In Italia VC non decolla.Esperienze a confronto

Perché nonostante le sue potenzialità, il venture capital è così poco sviluppato in Italia e cosa si potrebbe fare per incentivarlo? Lo abbiamo chiesto ad alcuni tra i più importanti operatori del settore.

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Luigi Capello, AD di Lventure
Pochi operatori e dimensione ridotta

«Il Venture capital – dice a Industria Italiana Luigi Capello, AD di Lventure, unica società del settore quotata su MTA, mentre su AIM Italia ci sono altre realtà più piccole ( segnatamente Digital Magic e HFarm) – è un’industria fondamentale per la creazione delle nuove imprese. In Europa nel 2016 ha avuto un valore di quasi 3 miliardi; la maggior parte, almeno 2, vanno spartiti tra Francia e Germania, mentre in Italia l’ammontare degli investimenti è stato pari a 180 milioni, quindi un 10% del valore congiunto dei due Paesi cugini. La ragione principale del ritardo italiano è che gli operatori sono pochi e di dimensione ridotta: quelli operativi sono meno di 15; ci sono pochi acceleratori, pochi investitori di seed e poche VC di round, mentre è totalmente assente il VC di grandi dimensioni.

Scarsa propensione al rischio

Miglioriamo anno su anno, ma in un panorama economico rarefatto, anche se quest’anno ci aspettiamo un raddoppio di questo mercato. Siamo  in ritardo su tutto : in Europa lo sviluppo è dipeso dall’intervento pubblico, con l’annuncio da parte di  cdp, cassa depositi e prestiti, del lancio di un fondo.» Sul fronte degli investitori, bisogna considerare che sono «abituati – continua Capello – a investire in attività prive di rischio, mentre il VC è un’attività rischiosa che richiede una forte cultura ad hoc e un orizzonte di lungo periodo, con exit che avvengono in media a sei anni dall’investimento. In teoria- conclude Capello, – non ci sono limiti, ma in pratica non ci sono strumenti per investire. Forse i Pir, ( Piani Individuali di Risparmio) di recente introduzione che prevedono che il gestore possa investire il 10% in attività legate al Venture capital, potrebbero dare una spinta. Comunque si tratta di attività infinitesime».

LVenture: un acceleratore che crea start up e le lancia

Come praticamente tutte le società del settore, LVenture nasce nel 2010 dall’iniziativa di un gruppo di imprenditori e nel 2013 si sviluppa in ambito industriale con l’acquisizione de “Le Buone Società”, piccola società quotata ma poco operativa. LVENTURE GROUP è una holding di partecipazioni che investe in aziende a elevato potenziale di crescita nel settore delle tecnologie digitali, ed è attualmente leader nei segmenti del Micro seed financing (investimento di limitate risorse finanziarie a favore di startup selezionate ed inserite nel programma di accelerazione gestito da LUISS ENLABS “La Fabbrica delle Startup”) e Seed financing (ovvero investimenti in startup in fasi di crescita più avanzate che necessitano di maggiori risorse finanziarie per supportare lo sviluppo del prodotto e l’ingresso sul mercato).

«Oggi siamo  un acceleratore – spiega Capello – che crea start up e le lancia, e siamo investitori in start up quotate dall’acceleratore o anche da soggetti terzi. Abbiamo appena fatto la nostra prima exit, a sei anni dalla fondazione». Si tratta di NetLex, startup che ha realizzato la prima soluzione cloud per il mercato degli avvocati in Italia. TeamSystem, società italiana leader nello sviluppo e nella distribuzione di software e servizi, attraverso la controllata Lexteam, ha acquisito le quote di NetLex dei soci investitori, tra cui LVenture Group e Lazio Innova (ex FILAS), e parte di quelle dei soci fondatori arrivando a detenere una partecipazione di maggioranza del 51%.

«Una conferma – precisa Capello – della validità del nostro modello di business. Per chi come noi per mestiere investe in nuove imprese ad alto potenziale di crescita, l’exit è l’obiettivo principale e il coronamento del percorso iniziato al momento dell’investimento. In Italia il processo di exit di startup innovative è in fase di avvio. Per questo possiamo dirci molto soddisfatti e siamo certi che questa exit sarà la prima di una lunga serie». In portafoglio il gruppo ha 45 società.

VC: si puo’ fare ma se ci fosse un supporto si farebbe molto di più

Una testimonianza che dimostra che si può fare venture capital in Italia. «Certo – chiosa Capello – se ci fosse più supporto sarebbe meglio. Bisogna alimentare la filiera: dire ai fondi pensione che possono investire in questa attività. Qualcosa si muove anche a livello politico, come dimostrano le norme che aumentano gli incentivi fiscali alle persone fisiche, circa un 30% di credito di imposta dal 19%. O che stabiliscono che una corporate può diventare sponsor: se ha quota sopra il 20% può dedurre le perdite della start up dal bilancio».

foto Antonio Falcone
Antonio Falcone, AD di Principia Sgr

Italia indietro ma prospettive buone

Che ci voglia più venture capital è qualcosa che sostiene anche Antonio Falcone, AD di Principia Sgr. «Noi andiamo in giro per l’Italia, in visita a Università, mondo confindustriale, ricercatori, per fare formazione e far comprendere la necessità di porre a favore comune le competenze di ognuno – afferma Falcone – mettendo al servizio di questi soggetti anche il nostro mestiere di venture capitalist, che in definitiva è proprio quello di far diventare azienda un’idea e portare sviluppo».

Con un faro sempre acceso sulla questione dell’impatto sociale, ovvero alla creazione di valore sul territorio di ogni iniziativa, «perché la start up non è solo un’idea di due persone, ma un modo di essere che deve diventare costante e andare oltre la semplice iniziativa individuale. C’è bisogno di un consenso e di un humus che non può essere solo di un’attività ma deve permeare tutto quanto è intorno». L’Italia è molto indietro ma le prospettive sono buone. «Il settore sarà tra i più interessanti in termini di crescita nei prossimi cinque anni – dice ancora Falcone – anche grazie agli interventi innovativi che vanno sempre più nel senso di incentivare queste forma alternative di finanziamento alle start up e alle PMI che sono l’ossatura industriale di questo Paese».

Principia SGR

Principia SGR, costituita nel 2002, è uno dei principali operatori italiani di venture capital: gestisce tre fondi d’investimento, Principia Fund, Principia II e Principia III – Health. Attraverso i primi due fondi, interamente investiti, ha finanziato circa 40 società in operazioni di start up capital ed expansion capital (cd. early stage private equity). Il primo fondo ha avviato il processo di dismissione del portafoglio, mentre il II, focalizzato sul digitale e sul Sud Italia, è in fase di gestione e valorizzazione. Nel secondo semestre del 2014, Principia ha effettuato il primo closing del suo terzo fondo, Principia III – Health, raccogliendo 160 milioni, in un settore che in Italia,pur caratterizzato dalla presenza di competenze di altissima qualità, soffre della scarsità di supporto finanziario.

L’ultimo investimento: AnaBios Corp

L’ultimo investimento di Principia SGR risale a dicembre. «Abbiamo investito in AnaBios Corp., startup americana fondata nel 2009 a San Diego, specializzata in attività volte a valutare precocemente la potenziale efficacia e la sicurezza dei farmaci con particolare riguardo alle aree terapeutiche del dolore e delle malattie cardiovascolari, neurovascolari e neurodegenerative – racconta Falcone -. L’investimento di Principia, che ha sottoscritto una quota di minoranza attraverso un aumento di capitale, rientra in un B-Round internazionale lanciato dalla società per complessivi 10 milioni di dollari utili per supportare la crescita e finanziare al tempo stesso altri investimenti per il testing di molecole».

AnaBios, guidata da Andrea Ghetti, ricercatore italiano con un passato in Vertex Pharmaceuticals e Aviva Biosciences, ha sviluppato una innovativa tecnologia che consente di valutare l’attività dei farmaci nell’uomo prima dell’inizio degli studi clinici. La tecnologia di AnaBios, denominata “Phase X” (sta per “Fase ex-vivo”) «consente di sperimentare la tossicità delle molecole sui tessuti umani di persone defunte – sostiene il CEO di Principia -. La società già offre i servizi di ricerca a contratto basati sulla tecnologia “Phase X” ad alcuni dei maggiori gruppi farmaceutici mondiali tra i quali Pfizer, Lilly, Merck, Vertex, Astellas, Amgen, AbbVie, Novartis, Roche.

Allo stesso tempo AnaBios sta qualificando la propria metodologia con l’ente regolatorio americano (FDA) affinché una tale tipologia di test possa entrare a far parte del processo registrativo di un nuovo medicinale». Con quest’ultimo investimento Principia SGR ha già impegnato circa 47 milioni di euro in investimenti nell’Health Care.

Non solo health ma anche moda e design

«Stiamo vedendo cose belle e tante ne stiamo scartando – continua Falcone – Siamo anche partiti con un ulteriore nuovo fondo legato a moda e design, che non punta solo sul marchio ma anche sui siti produttivi: il settore ha sofferto negli ultimi anni sul fronte della produzione e sta assistendo a un ritorno dai mercati asiatici verso l’Italia. Potrebbe essere un momento in cui queste aziende hanno bisogno di essere sostenute, mentre il sistema bancario si sta ritarando ed è un po’ assente.

Strumenti come il venture, o i Pir o i fondi di debito venture saranno fondamentali se vogliamo garantire una crescita per i prossimi anni a PMI oltre che alle start up. Stiamo cercando di diventare piattaforma specializzata su PMI e start up. Oltre a moda e design stiamo partendo con altri due fondi: cresciamo per linee verticali con team specializzati, il team che oggi fa health domani non farà design e moda. Abbiamo in casa soggetti dedicati che vengono dai singoli settori, li conoscono e sono team destinati a durare nel tempo modello americano anglosassone. Si tratta in sostanza di fondi di imprenditori di settore».

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Andrea Di Camillo, managing partner P101

P101: sfruttare le opportunità della digital trasformation

P101 si chiama come il primo personal computer prodotto da Olivetti, negli anni ’60, esempio di innovazione italiana che ha lasciato il segno nella storia della tecnologia digitale. E, non a caso, è specializzato in investimenti in società digital e technology driven. Nato nel 2013, con una dotazione corrente di quasi 70 milioni di euro e 26 societa in portafoglio, questo venture capital mette a disposizione degli imprenditori di nuova generazione oltre a risorse economiche, anche competenze e servizi necessari a dare impulso alla crescita delle aziende. Il fondo è partecipato da Azimut, Fondo Italiano di Investimento e European Investment Fund; collabora con i maggiori acceleratori privati, tra cui HFarm, Nana Bianca, Boox e Club Italia Investimenti.

«Gli investimenti di P101 sono focalizzati principalmente – dice il managing partner Andrea Di Camillo, che vanta 15 anni di esperienza nel venture capital ed è tra i fondatori di Banzai e Vitaminic – su società italiane che sfruttino le opportunità offerte dalla rivoluzione digitale e che siano animate da imprenditori capaci e ambiziosi. Ma non investiamo sulle sole idee o i progetti , a meno che dietro di esse non ci sia già un team, un prodotto o un prototipo, e un test di mercato. Non investiamo per sanare situazioni debitorie pregresse. Non investiamo acquistando azioni da altri soci, ma solo apportando risorse fresche da destinare interamente alla società e al suo progetto». Il primo fondo lanciato da P101 è già investito in buona parte, grazie a 170 milioni raccolti da soggetti tra cui Azimut e il Fondo Italiano d’Investimento.

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P101 Olivetti, esempio di innovazione italiana che ha lasciato il segno nella storia della tecnologia digitale
Abbattere il rischio di portafoglio

«I fondi di venture capital – spiega Di Camillo – sono strutturati in maniera da abbattere il rischio di portafoglio: noi vediamo 2000 società all’anno e scegliamo le migliori; l’investitore, che di mestiere fa altro, non ha questi termini di confronto. Co-investendo si riesce a sfruttare la selezione di un investitore professionale e nel contempo a entrare, in parte, direttamente nell’azienda sovvenzionata. E, nel caso la società abbia bisogno di altro capitale, ha già un azionista, nella figura del venture capital, che potrà fare fronte alle future esigenze».

Il fondo di P101 è stato lanciato nel 2014 . «Abbiamo fatto 26 investimenti in aziende italiane o che si stanno sviluppando nel mercato italiano, in settori dove riteniamo si possano fare cose importanti: food, design, fashion, turismo, e sempre in chiave digitale – continua Di Camillo -. Abbiamo iniziato a disinvestire e alcune società le stiamo sostenendo con un piano a medio-lungo termine». Nel portafoglio di P101 compaiono nomi come Cortilia e Tannico nel settore alimentare; Velasca nel fashion (un marchio di scarpe artigianali) e Musement nel settore del travel. Le società occupano oggi complessivamente oltre 500 risorse e generano un fatturato superiore agli 80 milioni annui e in costante crescita.

Anche start up con numeri già significativi

«Si tratta di società che hanno dimensioni comprese tra qualche decina e un milione di euro di fatturato – precisa Di Camillo -. Molto spesso si tende a pensare a cose piccole, ma grazie a tecnologia e capitali si possono costruire realtà con dimensioni interessanti, start up con numeri significativi. Alcune di queste aziende in cui abbiamo investito hanno in organico anche da 50 a 100 persone, con un impatto quindi anche occupazionale importante. Si tratta dunque di opportunità di investimento molto interessanti, con un significato macroeconomico a livello di sistema Paese: grazie a questi investimenti si riesce a costruire occupazione strategica con un impiego del capitale in modo intelligente».

VC in Italia : non abbiamo ancora perso il treno

Per Di Camillo il venture in generale è in netto miglioramento, considerando che fino a cinque anni fa non esisteva neppure nel nostro Paese. «Mediaticamente aumenta l’interesse e anche i denari che arrivano. Anche la qualità delle aziende che si propongono come potenziali ricettori di questi denari è cresciuta esponenzialmente negli ultimi due anni – commenta il manager – la strada, certo, è ancora lunga: dal 2001 in Usa sono stati investiti 670 miliardi, in Europa 114 e in Italia 1,4 il che ci porta a un futuro pieno di spazio da colmare.

Non abbiamo completamente perso un treno, ma siamo in ritardo: Google e Amazon sono nate con il VC alcuni anni fa e non è detto che non si possa replicare quei successi. Certo, c’è bisogno di cultura, attenzione e investitori. E la Pubblica Amministrazione deve rendersi conto che non è un fenomeno accessorio ma un fattore di innovazione per l’ecosistema . Non va perso per non lasciare interi settori industriali in mano a operatori, per lo più esteri, che sono in grado di colonizzarli, impoverendo il sistema Paese».

Piu’informazione e innovazione per più venture capital

Due sono le azioni suggerite da Di Camillo per aumentare la popolarità del VC : «Senz’altro più informazione, senza la quale difficilmente l’opinione pubblica si muove : è vero che fa più notizia un’operazione da 50 miliardi come Luxottica-Essilor, ma il valore del VC sta nella prospettiva di quello che può portare in un orizzonte temporale ampio.»La seconda leva sta nell’incentivare i possessori di capitale affinché una frazione costante e consistente vada investita in innovazione. «I ritorni verranno sempre più dalla creazione anziché dalla speculazione e dalla sottrazione.»- conclude Di Camillo.

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1 Comment

  1. i venture capital stanno diventando un punto di riferimento delle nuove start up digitali, segno che qualcosa sta cambiando nel modo di reperire capitali, fondi e disponibilità finanziarie. La modernità, l’innovazione tecnologica e l’evoluzione informatica sono i tre fattori cardine che dettano le regole di un nuovo modo di lavorare, soppiantando e stravolgendo i vecchi metodi. Abbiamo affrontato diverse storie di successo, che vogliamo condividere con voi, nel nostro articolo al seguente link:
    Venture Capital: cosa sono e come trovarli https://www.commercialistadiroma.com/venture-capital-cosa-sono-e-come-trovarli/

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