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Stefano Firpo: puntare sulle Pmi è una strategia corretta

di Filippo Astone * ♦ Il direttore generale per la politica industriale dei vari governi che si sono succeduti dal 2015  ha seguito passo dopo passo la genesi e l’applicazione delle misure Industria 4.0 e Impresa 4.0. Ora il taglio del nastro per la tappa finale: partono i Competence Center. Ecco le sue aspettative sul ruolo innovativo che potranno svolgere per l’industria nazionale

I Competence Center sono finalmente pronti a spiccare il volo. Proprio in queste settimane si stanno costituendo gli enti, e a stretto giro saranno emanati i decreti per la Concessione dei finanziamenti (73 milioni di euro stanziati con le Leggi di Bilancio 2017 e 2018) necessari a realizzare fisicamente i capannoni e ad avviare l’operatività. Ai Competence Center è attribuito l’arduo compito di dimostrare come anche il nostro Paese sia in grado di innovare. E le aspettative sono elevate perché essi stessi sono una forma di innovazione inedita ed estrema per l’Italia.

Non solo per il contenuto di tecnologia di avanguardia e di ricerca che dovranno trasferire alle imprese: ma perché «sono un ente caratterizzato da una governance paritetica tra Università e impresa», dice a Industria Italiana 2015 il direttore generale (in uscita) per la Politica Industriale, la Competitività e le Pmi presso il Ministero dello Sviluppo Economico Stefano Firpo. L’intervista è stata rilasciata poco prima dell’annuncio delle dimissioni di Firpo. Ma questa notizia, che era nell’aria (visto il riordino delle direzioni generali del Mise e soprattutto la forte discontinuità fra il governo Lega – Cinque Stelle e i precedenti esecutivi con i quali Firpo aveva lavorato (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni), non toglie nulla alla validità delle sue affermazioni.

 

L’ex direttore generale per la Politica Industriale, la Competitività e le Pmi presso il Ministero dello Sviluppo Economico Stefano Firpo intervistato da Filippo Astone

Una rete che guarda anche all’ Europa

Dal 2015 direttore generale per la Politica Industriale, la Competitività e le Pmi presso il Ministero dello Sviluppo Economico, Firpo ha seguito tutto l’iter che ha portato fin qui alla creazione della rete che dai Digital Innovation Hub di emanazione confindustriale parte, indirizzando dai territori le aziende verso i diversi Competence Center, responsabili nel trasferimento tecnologico alle imprese, in settori diversi. Si tratta dunque di un vero esempio di collaborazione scevro dai campanilismi tipici di questo Paese: «lo dimostra la specializzazione verticale, che crea sinergie e nessuna sovrapposizione», sottolinea Firpo, secondo cui sul piano dei Competence Center si gioca «anche la partita dei nuovi bandi europei. Tutta la programmazione del nuovo Horizon Europe e del Digital Europe, circa 60 miliardi di euro, che passeranno attraverso questi enti intermedi proprio mentre in Europa si sta costruendo il network dei Digital Innovation Hub, network in cui l’Italia, che è ancora una delle maggiori manifatture mondiali, può giocare un ruolo cruciale».

 

Politecnico di Milano Bovisa, sede del Competence Center Made

I Competence Center

Con Firpo abbiamo fatto il punto della situazione e cercato di immaginare i prossimi passi. Prima di sentire dalla sua viva voce quali sono le prospettive di Competence Center e Industria 4.0, vale la pena ricordare brevemente dove sorgeranno e cosa faranno questi corpi intermedi al servizio delle nostre pmi. L’11 gennaio scorso si è costituito il primo degli otto enti autorizzati dal Mise. Si tratta di Made, specializzato nelle tecnologie digitali per la fabbrica 4.0 e che vede come capofila il Politecnico di Milano con la partecipazione dell’Università di Bergamo, Brescia e Pavia, 39 aziende e Inail. Industria Italiana ha dedicato più di un articolo allo stato dell’arte dei Competence Center: l’ultimo e più aggiornato lo potete trovare qui  Con che modi e tempi tutto questo apparato inizierà a funzionare lo chiediamo a Firpo. Ecco l’intervista.

D. Dott. Firpo, i Competence Center sono uno degli strumenti cruciali perché la necessaria innovazione si diffonda nelle imprese. Dopo aver avviato il piano e averlo finanziato per oltre 70 milioni di euro, quali saranno i passi successivi? E quali i tempi per un tema che è stato inizialmente debole proprio per via dei ritardi accumulati in partenza?

R.Il Ministero sui Competence Center ha fatto in realtà molto. Ma le procedure in questo Paese possono spesso essere esse stesse un ostacolo, come dimostra l’iter che ci ha portati fin qui. La disciplina sui Competence Center è nata dalla Legge di Bilancio del 2017, a cui è seguita una normativa interministeriale che è passata attraverso Consiglio di Stato, Corte dei Conti e Palazzo Chigi. Il bando è stato fatto a marzo 2018 e la graduatoria si è chiusa a maggio: dopo di che è iniziata la fase negoziale che si è conclusa in sei mesi con tutti gli 8 Competence Center autorizzati. Sei sono stati costituti nei primi due mesi di quest’anno e ora dobbiamo raccogliere tutta la documentazione antimafia su ognuno dei membri di ciascuno degli enti. Solo alla fine di questa ulteriore procedura sarà possibile firmare i decreti di Concessione dei finanziamenti. È vero, i rimpalli burocratici ci hanno fatto perdere un anno rispetto alla tabella di marcia iniziale. Ma direi che un anno tra apertura del bando e concessione dei finanziamenti è un tempo particolarmente breve per l’Italia, praticamente un record. E adesso non prevediamo rallentamenti.

 

Il Ministro del lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio (foto di Mattia Luigi Nappi)

D. Dunque, finalmente ci siamo: le aspettative sono elevate e sono ben riposte?

R.Assolutamente sì: si tratta di un esperimento molto innovativo fin dalla modalità di finanziamento. Per la prima volta non si è solo finanziata l’infrastruttura di offerta, ma abbiamo delegato a ognuno di questi Competence Center una funzione pubblica, chiedendo loro che con i fondi disponibili a loro volta finanziassero, utilizzando le procedure del pubblico, la domanda di innovazione delle imprese. Una novità perché in Italia non si era mai fatta innovazione sollecitando il fronte della domanda. Ritengo che nel giro di uno o due anni, quando saremo in grado di apprezzare i primi risultati, che dimostrino il buon funzionamento degli enti, potremo accedere a un nuovo finanziamento sul fronte dello stimolo della domanda.

D.Si tratta di enti innovativi anche per la formula con cui sono stati immaginati, in particolare la partnership paritetica pubblico-privato.

R. Questo è un aspetto molto importante e noi abbiamo spinto moltissimo verso una governance che fosse paritetica tra università e centri di ricerca pubblici e impresa. Si tratta di una grandissima scommessa. Bisogna trovare un giusto equilibrio tra istanze dell’accademia e istanze dell’industria: credo che questi centri siano il territorio dove questa collaborazione potrà far nascere e crescere e maturare qualcosa di nuovo e di inedito. Su questo fronte inoltre si gioca una partita importante che è quella dei nuovi bandi europei. Mi riferisco a tutta la programmazione del nuovo Horizon Europe e del Digital Europe, circa 60 miliardi di euro, che passeranno attraverso questi enti intermedi.

D.Il nostro tessuto industriale è fatto per il 99% da pmi: la maggior parte di esse, come ha anche evidenziato uno studio del Mise pubblicato a metà dello scorso anno, per l’86% non hanno compiuto alcun passo verso Industry 4.0 e in generale mostra un problema serio di sotto-investimenti. Cosa è necessario fare?

R. Innanzitutto è necessario essere inclusivi per evitare di generare spaccature nel sistema produttivo con imprese che fanno da front runner e altre che restano indietro. E poi bisognava affrontare anche un problema di network che offra alle pmi spazi e modi per trovare le competenze. Questa necessità ci ha spinto a muovere sia sul lato Competence Center sia in un confronto anche a volte muscolare con le associazioni di categoria sul fronte dei Digital innovation hub affinché sul territorio sorgessero dei punti di primo accesso alla pmi che le orientassero nella direzione da prendere per avviare la propria individuale quarta rivoluzione industriale. Credo che questa sia la strada giusta.

 

 

D.Industry 4.0 intanto è cambiata. La legge di Bilancio 2019 ha visto una rimodulazione degli incentivi a tutto vantaggio delle pmi: potenziato l’iperammortamento per gli investimenti sotto i 2,5 milioni e anche il bonus formazione per le aziende di minori dimensioni, solo per citare due punti.

R.Il piano 4.0 è stato costruito ab origine per essere il più possibile accessibile a tutte le imprese e in particolare alle piccole e medie. Vale la pena ricordare che la size media degli investimenti in iperammortamento, dove si concentra l’80% delle spese incentivate, è inferiore ai 2 milioni di euro. E dunque sì, puntare sulle pmi è una strategia corretta: è questo il target che oggi va indirizzato per rendere efficace il cambiamento.

D.In effetti, le pmi non hanno innovato per anni fino al 2016-17 quando è avvenuta una inversione di tendenza in merito agli investimenti fissi lordi che dopo anni sono tornati a crescere. Quanto ha contribuito il piano Industry 4.0?

R.Al biennio che cita eravamo in effetti giunti dopo un quindicennio di sciopero degli investimenti con dinamiche oggettivamente molto preoccupanti per un Paese manifatturiero come l’Italia. Il trend è stato invertito anche grazie agli strumenti messi in piedi dal piano industry 4.0. Di più: se oggi un’impresa utilizza intelligentemente tutti gli strumenti a disposizione, dal credito di imposta sulla formazione, all’iperammortamento, alla Nuova Sabatini, il tax rate sugli investimenti in particolare sul digitale può agevolmente andare in territorio negativo. Con un vantaggio fiscale di assoluto rilievo. E oggi l’Italia è considerata anche da istituti indipendenti internazionali come il Paese con la tassazione più favorevole per questo genere di investimenti. Il problema è che non basta: ci vuole anche un clima generale di fiducia che sia induca le aziende a fare capex. Gli investimenti generano un ritorno nel medio lungo termine e non nell’immediato. Non ho mai pensato che si facciano investimenti per un incentivo fiscale, gli investimenti si fanno perché la sostanza dell’economia sprona gli imprenditori ad avere fiducia nel futuro.

D. Dunque per prevedere lo stato di salute della nostra economia, il dato sugli investimenti fissi lordi del 2018 è importante quasi quanto il Pil: quali sono le stime per il 2018 e per il 2019? E cosa indicano?

R. Se nel 2016 e 2017 abbiamo archiviato una crescita superiore al 4%, abbastanza inedita per l’Italia per quanto detto sopra, le stime 2018 temo siano di meno della metà. Siamo ancora in crescita, ma la gelata dell’economia di settembre ha causato una contrazione del ritmo. Nel Def la previsione del governo sul 2019-2020 è intorno a un saggio del 2%: anche in questo caso un numero positivo ma non sufficiente a spingere il Pil fuori dal territorio dello zero virgola, dopo il gap accumulato negli anni passati. E se non torna un clima di fiducia credo che da questi numeri ci si muoverà poco.

* Ha collaborato Laura Magna

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