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Sono calati gli investimenti delle imprese! Una tragedia per l’Industria?

di Laura Magna♦ Tra ottobre e dicembre 2018 la crescita degli investimenti fissi lordi è ammontata ad appena lo 0,3% rispetto al trimestre precedente e a +0,1% anno su anno. Nel secondo trimestre la variazione congiunturale era stata del 2,9% e nel terzo dell’1,1%, segnalando un primo rallentamento progressivo dopo due anni di crescita solida. Il centro studi di Confindustria prevede per il 2019 addirittua un -1%. Che significa?  Gli economisti Patrizio Bianchi e Luca Beltrametti propongono la loro ricetta: infrastrutture, R&S, formazione e incentivazione delle aggregazioni di Pmi

Tra i preoccupanti dati italiani delle ultime settimane, il più critico è senza dubbio quello sugli investimenti, che nel quarto trimestre hanno smesso di crescere. Tra ottobre e dicembre la crescita degli investimenti fissi lordi è ammontata ad appena lo 0,3% rispetto al trimestre precedente e a +0,1% anno su anno.   Nel secondo trimestre  la variazione congiunturale era stata del 2,9% e nel terzo dell’1,1% , segnalando un primo rallentamento progressivo dopo due anni di crescita solida. Ma lo zero virgola attuale rimanda a tempi bui, da cui pensavamo di esserci allontanati almeno dal 2017, quando i numeri descrivevano una ripresa dell’economia, ma anche della spesa privata e della fiducia. Per non parlare del -1% previsto dal Centro Studi di Confindustria per il 2019. Una tragedia. Non va dimenticato che l’indicatore degli investimenti è importantissimo, quasi quanto quello del pil e forse ancora di più. Ne abbiamo parlato con Luca Beltrametti e Patrizio Bianchi, professori di economia rispettivamente a Genova e a Ferrara. Per individuare cause e possibili soluzioni per far ripartire gli investimenti.

 

Effetto depotenziamento degli incentivi o crollo di fiducia?

Prima di sentire le loro opinioni, diamo uno sguardo ai numeri e proviamo anche a darne un’interpretazione. Da cosa dipende questo nuovo trend? Potrebbe essere l’effetto del depotenziamento di iper e superammortamento (quest’ultimo eliminato dalla Legge di Bilancio salvo poi essere reintrodotto a sorpresa a inizio di questo aprile). Oppure potrebbe essere l’indicatore – la conferma la avremo nei prossimi trimestri – di un’inversione di tendenza e di un disastro per il Paese? Ci sono diversi indizi a rafforzare quest’ultima tesi: come il Pmi di Ihs Markit che misura il livello di attività dei responsabili degli acquisti nel settore manifatturiero e che ha toccato i nuovi minimi da quasi sei anni, con un ribasso a 47,4 punti da 47,7 di febbraio. I nuovi ordinativi hanno evidenziato un ribasso 44,9 da 46,1 di febbraio. Insomma, i cordoni della borsa si stringono. E forse è in bilico anche la previsione a tutto il 2018 che Istat aveva pubblicato a novembre , secondo cui gli investimenti avrebbero segnato un incremento del 3,9% nel 2018 e del 3,2% nel 2019.

 

 

Se così fosse avremmo di che preoccuparci, perché siamo ancora ben lontani dall’aver recuperato il crollo del 25% negli investimenti italiani dal 2007 (contro una media del 15% nei Paesi dell’Ue) che la Commissione Europea indicava a inizio 2015 e che la aveva spinta ad agire con un piano per il rilancio della spesa: 315 miliardi nel triennio 2015-2017. Secondo l’ultimo rapporto di Confidustria sulla manifattura  indicazioni non rassicuranti vengono anche dall’indagine Istat sulla fiducia delle imprese manifatturiere che ha continuato a diminuire in marzo (ai minimi da quattro anni), condizionata dal peggioramento delle valutazioni su ordini e produzione (attuali e futuri). Tra le famiglie i giudizi sono meno positivi: l’indice di fiducia è sceso ancora in marzo, toccando i livelli più bassi da agosto 2017.

Cosa serve davvero per far ripartire l’espansione? Secondo Confindustria «è necessario attivare investimenti pubblici e privati. Anche per ridurre il differenziale negativo di crescita rispetto al resto dell’Eurozona (nel 2018 ancora intorno a un punto percentuale)». Anche la spesa pubblica, in effetti negli anni ha subìto un drastico calo: come rileva questo report di Bankitalia  , «in termini nominali è diminuita del 4% all’anno in media dal 2008… in percentuale del PIL, la spesa è calata in Italia dal 3% nel 2008 al 2% nel 2017».

Gli economisti: non si investe più a causa di un’economia debole e di politiche inadeguate

Dunque, perché gli investimenti privati hanno smesso di crescere? «Credo che gli investimenti abbiano smesso di crescere per due ordini di motivi», dice a Industria Italiana Luca Beltrametti, docente di politica economica all’Università di Genova. «Si stanno accumulando molte incertezze e preoccupazioni sulla gestione della finanza pubblica a partire dal prossimo autunno quando si capirà che i pochissimi margini di manovra sono stati usati per reddito di cittadinanza, quota 100 e per i “truffati delle banche”. Dopo l’estate poco o nulla resterà per gestire le clausole di salvaguardia, in un contesto macroeconomico che si sta deteriorando con quello specifico italiano che subisce oltre agli effetti negativi generali – a partire dalla Germania, che è un grande mercato per i nostri prodotti – la mancanza di politiche economiche per lo sviluppo messe in atto in maniera inadeguata finora dal governo ».

… e descrivono le attese su un futuro buio

«Mentre i consumi danno una misura dello status quo, gli investimenti indicano le attese per il futuro. Il dato che salta fuori chiarissimo è che la fiducia sul futuro potrebbe venire a mancare», dice Patrizio Bianchi, ordinario di Economia industriale alla Facoltà di Economia e Rettore dell’Università degli Studi di Ferrara nonché Assessore al coordinamento delle politiche europee allo sviluppo, scuola, formazione professionale, università, ricerca e lavoro della Regione Emilia Romagna. «Ma il dato di cui parliamo è preoccupante per almeno altri tre ordini di motivi. Il primo è che dichiaratamente si bloccano gli investimenti pubblici in una situazione in cui i consumi sono difficili e investimenti privati si stanno fermando. Bloccare gli investimenti pubblici ha un effetto negativo sugli investimenti privati, perché gli investimenti privati si fanno quando si ha una visibilità sul futuro, e si rimandano quando il futuro è permeato dall’incertezza. Peggio ancora se, come sta succedendo oggi, si continua su questo fronte a dare comunicazioni contradditorie su quelle che sono infrastrutture cruciali per il Paese. Come la Tav o il passante di Bologna che è un nodo del sistema autostradale del Nord Italia».

 

Patrizio Bianchi, ordinario di Economia industriale alla Facoltà di Economia e Rettore dell’Università degli Studi di Ferrara

Gli imprenditori fanno la loro parte. Al governo il compito di dare direzioni chiare per spingere la spesa privata

Resta da capire come si muove il fronte degli imprenditori, coloro che gli investimenti devono farli. Ovvero se il capitalismo familiare italiano sia in grado di investire per crescere o piuttosto sia frenato da mancanza di coraggio. «Credo sia sbagliato parlare di “colpe” degli imprenditori italiani: in qualunque paese del mondo gli imprenditori investono non per un “dovere” verso le proprie imprese ma perché vedono opportunità di profitto. Credo piuttosto che il nanismo delle nostre imprese non favorisca l’adozione delle nuove tecnologie digitali e che ciò contribuisca alla modestissima crescita della produttività in Italia», risponde Beltrametti. E aggiunge Bianchi che «il ruolo del capitalismo italiano è cambiato tantissimo, sono scomparsi tantissimi attori che avevano un peso determinante nella composizione del Pil, come la stessa Fiat, la cui testa ora è decisamente fuori non solo dall’Italia ma dall’Europa. Non c’è più il cuore pulsante che era l’impresa pubblica, da Iri a Eni a Enel, che si muovono a livello internazionale. Abbiamo un gruppo di imprese medie che stanno trascinando la crescita del Paese, come dimostrano i dati dell’export».

 

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Luca Beltrametti, docente di politica economica all’Università di Genova

Un problema di fiducia (che inizia a mancare)

Allora, sembrerebbe proprio la fiducia il vero punto debole. È sempre l’Istat  dirci come si sta muovendo questo indicatore: a marzo 2019 per quella dei consumatori si stima una diminuzione da 112,4 a 111,2; si è registrata invece una dinamica positiva per l’indice composito del clima di fiducia delle imprese, passato da 98,2 a 99,2. Ma, attenzione, l’indice di fiducia aumenta nei servizi (da 98,3 a 100,1) e nelle costruzioni (da 135,5 a 140,3), mentre diminuisce nel comparto manifatturiero (da 101,6 a 100,8). È il terzo mese consecutivo che nella manifattura si rileva un peggioramento nelle attese sulla produzione, unitamente a una diminuzione del saldo relativo alle scorte di magazzino; i giudizi sul livello degli ordini si deteriorano rispetto al mese scorso. L’incertezza crea mancanza di fiducia e la mancanza di fiducia invita a chiudere i portafogli: e così il circolo vizioso è innescato. E dell’annunciato boom economico al momento non c’è traccia nei numeri.

Si potrebbe obiettare che però la Borsa ha registrato un andamento brillante nel primo scorcio del 2019 e dunque potrebbe esserci una possibile inversione di rotta. Ma non è così, secondo il professor Bianchi. «Le Borse hanno avuto un rimbalzo tecnico dopo una fine del 2018 molto sotto tono. E inoltre quando vengono meno gli investimenti reali c’è una tendenza a recuperare sugli investimenti finanziari che però sono labili e lo dimostra il fatto che non c’è un corrispettivo. Certamente nei primi mesi del 2019 sono arrivati anche i risultati di bilancio dell’anno precedente e la gran parte delle nostre imprese ha dimostrato di aver funzionato».

 

Il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte. L’annunciato boom economico finora non si è visto

Misure che non funzionano per l’industria

Come noto l’ Ocse, nel suo recente Rapporto sull’Italia, ha bocciato nettamente le misure del reddito di cittadinanza e di quota 100, attribuendo alla prima il rischio che incoraggi l’occupazione informale e alla seconda il potere di rallentare ulteriormente la crescita nel medio termine. Ma davvero l’attuale situazione può essere imputata a due misure che ancora non hanno dispiegato neppure i loro effetti? Non potrebbe essere per esempio che esse generino una ripresa dei consumi e a catena degli investimenti? «Non sono convinto che anche un’accelerazione possibile dei consumi possa generare la ripresa degli investimenti. E ci sono due ragioni a supporto di questo dubbio: la prima è che si stanno accumulando scorte di magazzino e si attingerà a quelle fino ad esaurimento, per cui per gli investimenti si dovrà ancora attendere. E in secondo luogo ritengo che non basti il reddito di cittadinanza per riattivare i consumi», spiega Bianchi.

 

Il presidente cinese XI Jin Ping. Secondo Bianchi, il tipo di accordo con la Cina è una occasione persa

Valorizzare il made in Italy hi-tech per uscire dalla trappola dello zero virgola

Allora, cosa fare per uscirne? Per esempio, crede Bianchi, ripartire dai fondi per la ricerca, «che sono un elemento dinamico dell’economia. Negli anni si sono ridotti gli investimenti in alta formazione e università: peraltro la ricerca è tra le attività più sensibili all’incertezza, perché i progetti di ricerca sono rischiosi. Nella scarsità di risorse e con un livello di incertezza elevato non si inizia alcun progetto. E senza innovazione non si va molto lontano». Ma è un terzo ulteriore elemento a preoccupare di più Bianchi. «Il terzo è più grande cortocircuito si crea nel posizionamento dell’industria italiana a livello mondiale. L’ipotesi di accordo con la Cina ha dimostrato ampiamente che ci sono delle discrepanze tra la rappresentazione attuale del made in Italy e quello che è nella realtà. Noi siano grandi esportatori di tecnologia e non aver messo in luce questa nostra peculiarità con la Cina, avendo fatto accordi su cose periferiche, credo sia stato un errore marchiano. La “Made in Italy Technology” è uno degli elementi più forti e più rilevanti. Tanto è vero che la parte più dinamica dell’Italia anche nel periodo tetro che stiamo attraversando, si è mostrata l’export di macchine. A seguire la farmaceutica che esporta per il 90% a livello mondiale. Senza dimenticare la nostra eccellenza nel settore dell’aerospazio. L’accordo con la Cina rischia di essere un’occasione persa».

Per riprendere quota dunque la ricetta è semplice – almeno in teoria. «Ci sono tre passi da fare se vogliamo sperare di riaccendere la fiducia delle imprese e dunque gli investimenti. Puntare sulle infrastrutture, soprattutto quelle digitali; fare un ragionamento serio sulla spesa in ricerca e alta formazione, che è la base dell’industria e spingere su tutto ciò che può rafforzare l’identificazione della nostra industria come altamente hi tech. Si tratta di tre attività strettamente correlate, ma necessarie perché il Paese possa ripartire», conclude Bianchi. Ultimo ma non meno importante, sarebbe utile, secondo Beltrametti «incentivate le pmi ad aggregarsi per uscire dal loro nanismo industriale: sono necessarie politiche che favoriscano anche in termini fiscali la crescita per fusione delle imprese o la quotazione in Borsa. Sarebbe necessario coinvolgere sulla strada della digitalizzazione anche le imprese meno dinamiche che sono rimaste indietro, evitando di interrompere che il percorso si possa interrompere».

 

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