direttore Filippo Astone

Scioperano le aziende che fanno le consegne per Amazon

Settecento  autisti delle aziende che hanno in appalto le consegne del gigante dell’ e-commerce in Lombardia hanno incrociato le braccia per protestare contro ritmi di lavoro ritenuti troppo stressanti. Alla manifestazione per questa vertenza-pilota i segretari generali di Cgil Cisl Uil. Per l’azienda “impatto modesto” dell’agitazione

Domanda con (leggera) venatura retorica: consegnare 160 pacchi in 8 ore è ordinaria amministrazione o è impresa degna di un supereroe? È questo il quesito che si pongono i corrieri delle aziende che offrono le consegne in appalto per Amazon in Lombardia, e che ogni giorno devono farsi largo tra traffico, meteo, tragitti lunghi e difficoltosi. La risposta che si sono dati, evidentemente, è negativa, visto che hanno deciso di incrociare le braccia per protestare contro le condizioni di lavoro, descritte come non sostenibili: 700 i driver che hanno aderito allo sciopero – definito dall’azienda di Bezos di «impatto modesto»-, e 100 quelli che si sono riuniti in presidio in Piazza XXV Aprile a Milano, proprio vicino alla sede Italia del colosso di Seattle.

A dare manforte agli autisti, le bandiere dei sindacati di categoria dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil,  e soprattutto Maurizio Landini – neo-eletto segretario generale della Cgil – che ha chiesto l’apertura di un tavolo: «Amazon – ha dichiarato Landini – non può apparire come innovazione se poi dietro c’è quello che vediamo, se ci sono queste proteste, con le condizioni di lavoro decise da un algoritmo. Non siamo contro Bezos, ma non ci può essere uno sfruttamento peggio del cottimo, con persone che in 8 ore devono consegnare fino a 160 pacchi». Dopo la voce di Landini, si sono sentite anche quelle di Annamaria Furlan (Cisl), che ha chiesto «lo stop di ogni forma di sfruttamento e di carichi di lavori eccessivi», e di Carmelo Barbaglio (Uil), secondo cui «non è accettabile che il sistema dell’impresa 4.0 si trasformi in un caporalato 4.0».

La protesta dei driver ha già raggiunto un primo risultato: per martedì 5 marzo è fissato un incontro fra Filt Cgil, Fit Cisl e Uil-trasporti con Assoespressi – Associazione nazionale corrieri espressi – incentrato sulle condizioni degli autisti che lavorano in appalto per Amazon; anche il colosso di Seattle è stato chiamato a partecipare al tavolo, ma l’invito è stato declinato, con la “scusa” che viene rispettata l’indipendenza dei fornitori. E anche se la società di Jeff Bezos ha affermato che lo sciopero è stato di «impatto modesto», Marco Ferrara – responsabile dei rapporti con i fornitori di Amazon Italia Logistics – ha chiarito che «la nostra azienda esegue controlli presso le imprese di cui ci serviamo; inoltre, il 90% degli autisti termina la propria giornata prima delle 9 ore giornaliere previste». Un modo velato per “mettere le mani avanti”?

I numeri di Amazon in Italia

Il colosso dell’e-commerce è sbarcato in Italia a novembre del 2010, con l’apertura del centro di distribuzione di Castel San Giovanni (Pc), cui hanno fatto seguito – nel 2017 – l’apertura degli stabilimenti di Vercelli e di Passo Corese (Ri). Complessivamente, Amazon dichiara di aver puntato una fiche da 800 milioni di investimenti sull’Italia, con 3.500 dipendenti assunti a tempo indeterminato che potrebbero diventare 6.500 entro l’inizio del 2021, grazie a un piano di inserimenti nel settore della logistica. Sono 11 i depositi di smistamento, collocati tra Emilia Romagna, Lazio, Lombardi, Piemonte, Toscana e Veneto; mentre sono 9 in Lombardia le aziende che forniscono alla società di Bezos il proprio servizio di corriere espresso.

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