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Tutto quello che non vi hanno detto sul caso Embraco e il futuro dell’industria italiana

di Marco de’ Francesco ♦ Niente licenziamenti fino al prossimo anno, mentre si studia un piano di reindustrializzazione che individui nuovi investitori. Nel settore strategico del Bianco, Calenda ha messo in campo un fondo contro le delocalizzazioni. Nuova politica industriale? Comunque, le multinazionali non possono fare a meno dell’Italia. I pareri di Castro, Coltorti, Costa, Gallo

Dopo due decenni di retorica anti-statalista e di “libero mercato”, la questione Embraco potrebbe rimettere al centro, finalmente, la politica industriale. Con uno strumento tipico di una strategia “nazionale” di governo: un fondo contro le delocalizzazioni. Annunciato dal ministro uscente allo Sviluppo economico Carlo Calenda, la soluzione si rende necessaria nel Bianco – comparto che si regge in Italia grazie a raffinate competenze industriali e a precari equilibri di filiera e con altri settori. Quello dell’elettrodomestico è un tessuto imprenditoriale indispensabile al Paese; ma è al contempo minacciato dal dumping dell’Est. Resta da vedere come tutti questi nuovi propositi verranno applicati (o re-interpretati) dal Governo che verrà. Ammesso e non concesso che nei prossimi mesi se ne insidi davvero uno nuovo e pienamente operativo.

Solo una forte presa di posizione del governo è riuscita a congelare fino alla fine dell’anno il trasferimento delle attività dello stabilimento Embraco (del gruppo americano Whirlpool) dal Piemonte alla Slovacchia. L’idea è che non si debba più rincorrere le strategie delle multinazionali presenti sul territorio nazionale: vanno “anticipate” con patti di mutua convenienza. E anche al di fuori del settore, il fondo potrebbe essere utilizzato per dar vita a player di dimensioni adeguate alla competizione globale. Ne abbiamo parlato con il docente di storia economica alla Cattolica di Milano (nonché ex direttore dell’Area studi di Mediobanca) Fulvio Coltorti, con il professore emerito di Strategie d’impresa all’Università di Padova Giovanni Costa, con il docente di economia dell’industria di processo alla Sapienza Riccardo Gallo e con l’ex senior executive vice-president del settore componenti a livello mondo di Electrolux nonché ex direttore scientifico del Master della Business school Cuoa Maurizio Castro.

 

Maurizio Castro

Il fondo contro le delocalizzazioni, e cioè il ruolo centrale dello Stato nella difesa e nello sviluppo dell’industria

Castro la mette così: «Il fondo è un classico, nitido esempio di seria politica industriale nazionale. Si individuano settori di particolare rilievo e si realizzano iniziative per saldare le multinazionali al sistema-Paese. Si va da Whirpool o da Electrolux e si stringono dei patti. Si cerca di capire di cosa abbiano bisogno e si vede il da farsi. Per esempio: lo Stato co-finanzia la ricerca di prodotto, e la multinazionale si impegna a restare da queste parti». Ma non solo. Secondo Castro, è uno strumento che può essere utilizzato per rafforzare i “nostri” puntando su nuove dimensioni. «Per esempio, si può, per la prima volta, creare quell’integrazione industriale di cui il Paese ha un bisogno strategico, in certi settori. Si pensi alla moda: bisogna dar vita ad un soggetto italiano alla Kering. Come si fa? Si mette attorno al tavolo Armani, Renzo Rosso, Salvatore Ferragamo e altri, e si finanzia l’unione». Castro taglia corto: «Fare politica industriale significa creare soggetti grossi». D’accordo: ma perché nessuno c’ha pensato prima? «Era impossibile: il centro-sinistra, nell’ansia di una legittimazione privatistica, era ottenebrato dal fanatismo liberista. Quanto alla centro-destra, aveva ben altri problemi». Però in Francia si è fatto e si fa. «La Francia ha sempre fatto una politica industriale molto seria; più in silenzio, anche la Germania».

 

Embraco
Embraco, veduta aerea dello stabilimento di Chieri (dal sito ufficiale dell’azienda)

Il caso Embraco: un’azienda che da quattordici anni tenta di scappare in Slovacchia

Non troppi ricordano che la Fiat (ora Fca) non si occupava solo di auto. Nei tempi in cui era la maggiore casa produttrice europea nel settore delle quattro ruote, aveva una divisione, Fiat Aspera, che produceva frigoriferi. «Avevano un grosso maniglione e gli spigoli arrotondati» – ricorda Castro. Lo stabilimento di Riva di Chieri (Torino) fu costruito appunto da Fiat Aspera, per poi essere ceduto, nel 1985, a Whirlpool, gigante a stelle e strisce, ma globalizzato, del Bianco. Whirlpool investì molto, tanto che alla fine dello scorso secolo l’impianto contava circa 2.500 dipendenti. All’inizio del nuovo secolo Whirlpool cedette lo stabilimento ad una controllata brasiliana, Embraco. Questa, nel 2004, apre uno stabilimento in Slovacchia e annuncia 812 esuberi. Per evitare il disastro il 21 luglio 2005 la Regione Piemonte stipulò un’intesa con l’azienda: si legge che la Regione erogò «a Finpiemonte (la finanziaria regionale) l’importo complessivo di 7,7 milioni di euro quale somma per l’acquisizione del compendio immobiliare della società Embraco Europe».

D’altra parte Embraco si impegnò a realizzare «un piano di reindustrializzazione» caratterizzato dall’aumento della capacità produttiva di una certa linea «e dal conseguente nuovo riassetto degli organici pari a 485 unità con l’impegno dell’Azienda a non attivare procedure di mobilità unilaterale fino al 31 gennaio 2011». In realtà, restano più lavoratori. Anche il governo e la Provincia aprirono il portafoglio, rispettivamente con 5 milioni e 500mila euro. Nel 2014 Embraco ci riprova; ma anche in questo caso viene fermata da un nuovo protocollo con la Regione, che “sgancia” altri 2 milioni in cambio di nuovi investimenti. Intanto la forza lavoro è assai dimagrita. Si arriva dunque al novembre del 2017. Embraco prima annuncia la riduzione della produzione in Piemonte; ma già due mesi dopo mette le carte sul tavolo: le attività vanno spostate in Slovacchia e i 497 dipendenti vanno collettivamente licenziati.

 

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Il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda

La soluzione di Carlo Calenda

Il ministro dello Sviluppo Economico apre il negoziato con l’azienda e le chiede di sospendere i licenziamenti e consentire la cassa integrazione allo scopo di avere il tempo per esaminare proposte di reindustrializzazione dell’impianto. Il 15 gennaio l’Embraco conferma di volere azzerare la produzione in Italia nel 2018 con chiusura di Riva di Chieri e con i licenziamenti. Un operaio si incatena ai cancelli. Il 14 febbraio il ministro scrive alla commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager per chiedere che sulla vicenda Embraco monitori «le politiche fiscali e di incentivi diretti» del governo slovacco per «accertarsi» che rispettino le regole Ue sugli aiuti di Stato. Il ministro vuole «attirare l’attenzione» sui «ripetuti fenomeni di delocalizzazione» di aziende dall’Italia verso la Slovacchia. Il 18 febbraio Embraco ribadisce il no alla Cig, scatenando l’ira del ministro: «Non incontro più questa gente».

Il 2 marzo, le goodnews: «È stato raggiunto l’accordo sulla sospensione dei licenziamenti per avere il tempo di operare sulla reindustrializzazione, quella su cui Embraco e Whirlpool si sono impegnate – rende noto Calenda -: fino a fine 2018 i lavoratori avranno lo stipendio pieno. Siamo soddisfatti». Ma come ha fatto Calenda a convincere Embraco a tornare indietro? Secondo Castro, le cose stanno così: «Quelli di Embraco ballavano la samba, e invece avrebbero dovuto ballare country. Facevano finta di essere brasiliani, e di non conoscere Whirlpool. Invece Calenda ha ricordato loro di far parte di un gruppo più vasto, e che la partita si sarebbe giocata ad un livello più alto. Ora, Whirlpool ha investito molto in Italia: l’accordo con le parti sociali al Mise del 2015 prevedeva una spesa di 513,5 milioni di euro. Lo Stato, da parte sua, ci ha messo gli ammortizzatori, e così sono stati salvati stabilimenti e posti di lavoro. La verità è che la Whirlpool non voleva entrare in conflitto con lo Stato, perché vuole restare in Italia. Poi Whilrpool e il governo italiano, con più calma, cercheranno qualcuno che arrivi a Riva di Chieri. L’operazione è facilitata dal fatto che Embraco, controllata al 100% da Whirlpool, è fornitore del suo gruppo solo per i 50% della produzione. Per l’altra metà è un sito produttivo indipendente».

Il mercato del Bianco. Perché l’Italia è importante per le multinazionali e perché il Paese non può fare a meno degli elettrodomestici

Perché le multinazionali dovrebbero rimanere in Italia? «Tanti anni fa in Electrolux si diceva che in Italia non sarebbe rimasto neppure uno stabilimento: non è andata così. Il fatto è che c’è una relazione inversa tra la banalità del prodotto e le competenze richieste per realizzarlo – afferma Castro -. Capacità integrate. Sapienze straordinarie dal punto di vista industriale. Per esempio, intelligenze di governo dei flussi logistici, delle relazioni tra componentistica e prodotto finito, di flessibilità di processo. Qui in Italia queste abilità sono particolarmente raffinate, nel settore; altrimenti, considerata la marginalità bassissima, sarebbe impossibile andare avanti. C’è una forte cultura di prodotto, che si esprime con processi efficienti. E c’è una componentistica di qualità: sui compressori, sulle plastiche e sugli acciai. È tutto collegato: se salta l’Ilva, salta anche l’elettrodomestico italiano. Comunque, Whirlpool e Electrolux sono qui per questi motivi».

D’altra parte, il settore del Bianco è fondamentale per il Paese. «Con il suo indotto – continua – è una presenza decisiva dal punto di vista industriale. In questo momento, il Paese non è in grado di farne a meno. È una battaglia determinante, quella per il Bianco; ed è per questo motivo che il governo ha agito con tanta fermezza. Peraltro, è un settore che si regge su equilibri molto fragili, e dove sta per accadere qualcosa. Il problema è che non si sa cosa, né quando. Però tutti percepiscono che un evento disruptive sta per verificarsi».

 

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Fulvio Coltorti

Il Bianco in quanto prodotto. Con qualche eccezione, una “commodity pura”

A metà degli anni Novanta l’Italia era leader in Europa: quasi il 45% della produzione di comparto era realizzata nel Belpaese. Il dominio tricolore era così evidente da costringere i tedeschi a riposizionarsi verso l’alto di gamma. «Poi – afferma Castro – le famiglie italiane che avevano guidato la crescita, e cioè Zanussi, Zoppas, Borghi, Fumagalli, Nocinelli e altre, sono entrate in crisi». Secondo Coltorti, le cose sono andate così:«Le nostre imprese erano nate sull’onda del “miracolo italiano”, puntando sui bassi salari. Anche per l’impreparazione del management, si è finiti nell’economia di scala (relazione esistente tra aumento delle dimensioni di produzione e diminuzione del costo medio del prodotto). E sono arrivate le multinazionali». Soprattutto una americana, Whirlpool (Ignis, Merloni) e una svedese, Electrolux (Zanussi, Zoppas, Stice, Becchi).

 

Riccardo Gallo

Secondo Gallo «la domanda interna cominciò a calare con l’euro. Le industrie italiane di comparto avrebbero dovuto reagire – dal momento che non erano più immaginabili le svalutazioni competitive – non certo con il taglio dei costi di gestione o con la fuga geopolitica, ma con l’upgrading di prodotto». Non andò così. E poi il prodotto sembrava e sembra fatto apposta per la guerra sul prezzo più basso. «Prendete una Fiat 500 dei primi anni Sessanta – afferma Castro – e una degli anni Duemila: la differenza, dal punto di vista tecnologico, è impressionante. Sono prodotti irriferibili l’uno all’altro. Se invece prendete un frigorifero Fiat Aspera e uno dei tempi nostri, non cambia un granché. Si tratta di una commodity pura». Ci sono delle eccezioni, anche in Italia. «Ad esempio – afferma Coltorti – la Smeg di Guastalla (Reggio Emilia), un’impresa del Quarto Capitalismo (familiare e di medie dimensioni, capace di coniugare flessibilità e proiezione globale), che si difende nel mondo del Bianco con una propria linea di design». In effetti si avvale della collaborazione di architetti e designer di fama mondiale come Guido Canali, Mario Bellini, lo studio Piano Design, Marc Newson, Giancarlo Candeago. Sul sito, c’è un link al “frigorifero d’arte”. «Merloni – afferma Coltorti – è stato costretto a vendere; ma la Smeg regge. La qualità è la linea di sopravvivenza».

 

Un frigorifero Smeg, (dal sito ufficiale dell’azienda)

La buriana in arrivo?

Ne è convinto Castro: «Potrebbe trattarsi di un terremoto tecnologico; per esempio, un nuovo sistema per raffreddare e per il lavaggio. O di un sisma commerciale: una grande player sbarca in Europa, dissolve i deboli equilibri di comparto, fa saltare la filiera, crea la guerra di tutti contro tutti e si impone. Una multinazionale cinese come Midea, che è già presente in Italia ma non in forze, potrebbe farlo da un momento all’altro. Anche i coreani di Samsung potrebbero dare una bella spallata al settore. Al momento non sappiamo quale tra le due nature assumerà il breakthrough nel Bianco. Mentre nell’automotive si è già capito che consisterà nel passaggio tra benzina ad elettrico, negli elettrodomestici la svolta è meno prevedibile. Ma è comunque attesa».

 

Frigorifero Samsung connesso in rete

Secondo Costa, il Bianco, inteso come prodotto finito, potrà sopravvivere solo entrando in un nuovo ordine di idee. «O il prodotto diventa componente dell’arredamento, arricchendosi grazie ad un lavoro sul design, o avanza sotto il profilo dell’innovazione tecnologica: si pensi all’apporto che potrebbero dare sensori e l’IoT in termini di risparmio energetico e di arricchimento di funzionalità. Da noi il Bianco è destinato a resistere solo con questi caratteri sofisticati, con innovazioni che possono colmare le esigenze della nicchia. Al di fuori di questo ambito, è dura».

 

Giovanni Costa

Il dumping dell’Est: Bruxelles batta un colpo

«Nei Paesi dell’Europa Orientale ci sono buone competenze industriali, ed una tassazione agevolata del tutto unfair – afferma Castro -. Electrolux, ad esempio, entrò in Ungheria grazie ad un accordo a tutto campo, nel 1997, pochi anni dopo la caduta del Muro. La Svezia aveva mantenuto una posizione abbastanza neutrale, nel periodo in cui il mondo era diviso in due blocchi, e questo le permise di penetrare i mercati dell’Est con una certa semplicità. Comunque sia, spostò la produzione di frigoriferi dalla Danimarca a Jaszberény, in Ungheria centrale, rilevando la Lehel in crisi. Al momento dell’acquisto, l’impianto era un po’ strano, secondo i caratteri occidentali: nel perimetro della fabbrica c’era pure uno zoo. Fatto sta che l’accordo sembrava riguardare altre partite, tra Svezia e Ungheria, tipo l’acquisto di aerei militari Saab da parte di Budapest. Il tema della tassazione è poi di enorme portata. Si devono creare condizioni di fairness fiscale, sul Continente, o sono guai. Ma questo è un problema che solo l’Europa può risolvere. Non ho dubbi su questo».

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