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direttore Filippo Astone

Luca Manuelli: il Cluster Fabbrica Intelligente diventerà un protagonista dell’economia italiana

di Filippo Astone e Gaia Fiertler ♦︎ Finora il CFI si è occupato soprattutto di realizzare la roadmap tecnologica e avviare i primi quattro Lighthouse Plant: Ansaldo Energia, Tenova-Ori Martin, Hitachi Rail e Abb. Da ora in poi l’obiettivo è il salto di qualità, coinvolgendo grandi aziende e le loro filiere di pmi, portando i Lighthouse Plants da quattro a dieci, e sviluppare nuovi Flagship Plants, aumentando i soci da 300 a mille, collaborando con i fornitori di tecnologia e le start-up, iniziando progetti all’estero. Per diventare un interlocutore importante di istituzioni, imprese e mondo della ricerca

Trasformare il Cluster Fabbrica Intelligente in un protagonista della vita economica italiana, un soggetto che prende iniziative importanti e interloquisce con le imprese, le istituzioni e il mondo della ricerca. È l’ambizioso progetto del neo-presidente Luca Manuelli, Chief Digital Officer di Ansaldo Energia, che lo scorso marzo ha raccolto il testimone dal presidente uscente, l’imprenditore Gianluigi Viscardi della Cosberg. Se l’azione di Viscardi si è concentrata sui primi quattro Lighthouse, a Manuelli spettano i passi successivi. Viscardi rimane come vice presidente e membro del comitato tecnico scientifico presieduto da Tullio Tolio, del Politecnico di Milano. Del comitato fanno anche parte Marco Taisch, Sauro Longhi, Paolo Calefati.

Manuelli vorrebbe portare gli Impianti Faro da quattro a dieci; coinvolgere pmi innovative per avviare nuovi Impianti Bandiera distribuiti sul territorio; aumentare i soci da 300 a mille, collaborare con i fornitori di tecnologie e le start-up; dare un contributo importante al nuovo Piano Nazionale per la Ricerca e l’Innovazione 2021-2027 del Miur (quello che permetterà di meglio indirizzare a favore dell’Italia i fondi europei di Horizon Europe); intraprendere progetti di ricerca in cooperazione con Cina, Stati Uniti e altri Paesi stranieri. Perché dopo tanti anni di “semina” di Industria 4.0, è ora di passare ai fatti e di trasformarla in qualcosa di concreto, reale, diffuso. Di farla diventare il sistema cardiocircolatorio funzionante dell’organismo industriale italiano. Un passo che va fatto adesso, altrimenti non ha più alcun senso.

Il Cluster Fabbrica Intelligente è nato nel 2012 da un bando del Ministero dell’università e della ricerca per la costituzione di cluster tecnologici in Italia, ed è diventato operativo nel 2014, con l’obiettivo di proporre e realizzare una strategia basata su ricerca e innovazione per indirizzare la trasformazione digitale dell’industria italiana, creare una comunità manifatturiera stabile e più competitiva e collegare le politiche di ricerca nazionali e regionali con quelle internazionali.

 

Nel 2017 il Ministero dello sviluppo economico, nell’ambito del “Piano Calenda“, affida al cluster il compito di supportare la selezione dei primi quattro Lighthouse italiani, le fabbriche già operative e “pronte” a sviluppare un progetto articolato ed innovativo per diventare smart factory attraverso l’integrazione della filiera e l’utilizzo delle tecnologie indirizzate dal Piano Industria 4.0 tra le quali big data, Iot e intelligenza artificiale per abilitare anche nuovi modelli di business. Insomma un modello di fabbrica 4.0 che sia testimone di cosa significhi e cosa comporti la trasformazione digitale. E che possa, con la sua forza, contagiare altre aziende. Per questa finalità sono stati previsti anche contributi economici del Ministero dello sviluppo economico e delle regioni di appartenenza. Nella filosofia del “Pacchetto Calenda” c’è la neutralità tecnologica sia delle misure fiscali (iper-ammortamento e super-ammortamento) sia delle istituzioni che vengono create (Competence Center e Digital Innovation Hub). Al Cluster e ai Lighthouse, invece, viene in qualche modo dato il compito di indirizzare e dimostrare in maniera più mirata la convergenza tra nuove tecnologie digitali e i processi produttivi.

Ansaldo Energia è il primo dei quattro candidati lighthouse ad aver completato l’intero iter burocratico per i due siti produttivi di Genova (Campi e Cornigliano), dove produce turbine elettriche, con decreto attuativo di fine maggio 2019 (finanziamento a fondo perduto del 25% dei 14 milioni di investimento pianificati, di cui il 20% a carico del Mise e il 5% a carico della Regione Liguria, oltre agli incentivi del Piano Impresa 4.0). Anche Tenova/Ori Martin, il candidato lighthouse dell’acciaio 4.0, ha ottenuto l’approvazione di recente, a inizio giugno, e ora sono in dirittura d’arrivo gli ok ai finanziamenti per due stabilimenti Abb localizzati in Lombardia e Lazio e gli stabilimenti di Hitachi Rail con un focus particolare su Reggio Calabria. «Gli impianti faro nel Sud Italia hanno una doppia valenza strategica, perché vuol dire portare innovazione al Sud e far ripartire l’economia locale», commenta Manuelli. Che, oltre ad aver pilotato questo risultato in quanto Chief Digital Officer della sua azienda (1,46 miliardi di fatturato, terzo produttore mondiale di power generation, per il 60% detenuta dal Fondo strategico italiano e per il 40% dalla cinese Shangai Electric), in questi anni ha lavorato intensamente sulla digitalizzazione della stessa, che ha permesso ad Ansaldo Energia di sviluppare un portafoglio di servizi digitali a beneficio dei suoi clienti.

Luca Manuelli, presidente del Cluster Fabbrica Intelligente e Chief Digital Officer di Ansaldo Energia @Cybertech Europe 2018

Il focus del cluster è comunque sulle pmi?

Sì, perché le grandi aziende stanno già cambiando i loro processi e modelli di business in chiave digitale per migliorare la propria competitività, al di là del supporto ricevuto con gli incentivi di super ed iperammortamento. Ad esempio, con azioni strutturate di “retrofitting”, cioè con interventi per rendere le macchine collegabili fra loro e a un software, dotandole al contempo di sensori per estrarre valore dai dati. In parallelo hanno una sempre maggiore consapevolezza di doversi dotare di nuove competenze digitali anche al fine di orientare lo sviluppo del prodotto verso la relativa servitizzazione. Noi in Ansaldo Energia, per esempio, ai nostri clienti proponiamo sia il retrofitting delle turbine che abbiamo costruito per loro, permettendo anche a loro di entrare nella logica 4.0, sia il servizio per monitorare ed ottimizzare l’utilizzo quotidiano delle turbine con la loro manutenzione predittiva. Questo concetto è sempre più interessante per i nostri clienti, e tutti i competitor ci stanno lavorando, perché nell’era delle energie rinnovabili le turbine entrano in funzione anche quando è necessario garantire il bilanciamento della rete e allora il “pay per use”, cioè adottare un modello di pricing basato maggiormente sull’effettivo consumo delle macchine, può costituire un nuovo business model. Questo nuovo modo di concepire il business, più orientato al servizio che al prodotto, oggi è reso possibile da una tecnologia più accessibile e non più costosa come vent’anni fa quando ero nel Gruppo Merloni dove si progettavano già elettrodomestici smart Ariston Digital, ma c’era ancora la barriera del costo tecnologico. E i business model che ne derivano sono chiari alle grandi aziende, ma meno alle piccole e medie imprese della pur eccellente manifattura italiana che potrebbero avvalersene per allargare il loro mercato ed il portafoglio di offerta.

Pertanto volete selezionare pmi innovative sul territorio che siano bandiera? Cioè “Flagship Plants”..

Proprio così. Vogliamo intercettare sul territorio champion digitali, che siano pmi che chiameremo “flagship”, cioè imprese bandiera già propense al digitale, ben posizionate sul mercato e che abbiano già sviluppato dei progetti pilota sulle linee e siano promettenti rispetto a ulteriori investimenti sul digitale. Tali aziende faranno da modello alle altre pmi, che si riconosceranno più facilmente nel loro livello di complessità, dimensioni e processi che non in quelli delle grandi fabbriche faro (Lighthouse), perché saranno più alla loro portata, eccellenti in alcune applicazioni digitali (come ad es. l’additive manufacturing), ma con un digital journey ancora da pianificare nel suo complesso.

Il nostro obiettivo è duplice con queste pmi, più avanzate di altre solo rispetto ad alcune specifiche applicazioni: da un lato mostreranno alle altre pmi le funzioni abilitanti delle tecnologie 4.0 e le opportunità e nuovi modelli di business anche a loro portata e non solo per le grandi imprese. Dall’altro lato, grazie alle rete di attori presenti nel Cluster, anche loro potranno accelerare la loro trasformazione digitale.

 

Contiamo di coinvolgere nella collaborazione con il CFI 10-15 primari provider tecnologici che, per la prima volta, affiancheranno gli altri soggetti già coinvolti nel cluster come centri di ricerca, università, grandi aziende, pmi, e ci aiuteranno infatti a tradurre in modo comprensibile la complessità della smart factory, con una roadmap della direzione in cui va il digitale applicato all’industria per poi portarlo a terra, con le dovute customizzazioni, nelle nostre piccole e medie aziende.

Questo avverrà anche grazie alla presenza nel cluster di start-up innovative che, come accaduto in Ansaldo Energia con la Call for Innovation “Digital X Factory”, potranno sviluppare delle soluzioni apposta per loro.

È così. E poiché vogliamo creare ulteriore valore da questa esperienza di contaminazione, metteremo a punto una metodica di identificazione degli impianti faro e degli impianti bandiera, riconosciuta a livello europeo. L’intento è quello di aiutare l’Europa ad accelerare la propria trasformazione digitale con esempi prossimi, vicini, al proprio tessuto industriale e innalzarne il livello di competitività rispetto ai grandi player mondiali come Usa e Cina, che stanno facendo grandi investimenti in tecnologie 4.0 (Iot, big data, integrazione orizzontale e verticale, additive manufacturing). Cerchiamo dunque campioni in una specifica applicazione digitale, che certificheremo con un bollino blu in quanto eleggibili a diventare impianti bandiera. E al tema delle piattaforme digitali vogliamo affiancare gli altri due pilastri strategici della Fabbrica Intelligente: l’economia circolare e le competenze.

Lei in Ansaldo, per il complesso progetto di integrazione verticale e orizzontale della filiera, ha previsto per esempio una piattaforma IoT relativa alla qualità. Tale piattaforma viene alimentata sia con le informazioni inserite dai fornitori di componenti e lavorazioni sia con quelle “raccolte” in produzione grazie ai sensori, indirizzando in modo più veloce la produzione secondo gli standard di qualità richiesti. Inoltre si è aperto da subito all’open innovation, coinvolgendo start-up innovative per le applicazioni tecnologiche che vi servivano. Che eredità porta nel cluster da questa importante esperienza in Ansaldo Energia?

Prima di tutto estenderemo alle filiere dei nostri associati quel modello di self-assessment sulla maturità digitale e sulla cyber-security che in Ansaldo Energia abbiamo sottoposto ai nostri fornitori strategici. Il tool è stato sviluppato dal Politecnico di Milano e Assoconsult, ed  è applicato collaborando con il network dei Digital Innovation Hub (DIH) di Confindustria coordinati da quello ligure. Il progetto “AENet 4.0: Smart Supply Chain”, che coinvolge 100 fornitori strategici italiani di Ansaldo Energia è partito con la prima wave a fine 2018 e prevede ad inizio luglio il completamento della seconda wave con un workshop finale, nel corso del quale contiamo non solo di  restituire il risultato dell’assessment ai nostri fornitori, ma anche di proporre linee d’intervento per ridurre il gap digitale in collaborazione con CFI, DIH e Competence Center. La consapevolezza della propria “readiness” e dei propri fornitori è il primo passo per poter avviare una integrazione di fabbrica non solo verticale ma anche orizzontale sulla filiera, secondo un approccio olistico e decidere quali interventi e investimenti portare in azienda e suggerire ai propri stakeholder. Il valore aggiunto del cluster sarà dato dalla rete dei soci, che forniranno servizi e formazione per accompagnare le pmi nella loro trasformazione digitale. Anche attraverso tali servizi, per il CFI sarà possibile sviluppare fonti di entrate alternative alle risorse previste dal Miur, in modo da poterci muovere più agilmente autofinanziandoci con i servizi agli associati, per poter anche garantire alle pmi una quota “politica” (attualmente 150 euro all’anno).

Il Lighthouse Plant di Ansaldo Energia

In secondo luogo, vogliamo favorire la contaminazione con start-up e aziende innovative, che essendo più agili e nascendo con una vocazione al trasferimento tecnologico, possono portare velocemente soluzioni digitali nelle pmi e nelle grandi aziende, come abbiamo fatto noi in Ansaldo Energia per il nostro progetto Lighthouse. Attraverso il contest “Digital X Factory”, avvalendoci della collaborazione dell’incubatore Digital Magics, al quale hanno partecipato 160 start-up e pmi innovative italiane abbiamo selezionato sei aziende in grado di realizzare soluzioni tecnologicamente avanzate, che ora collaborano con noi alla trasformazione digitale dei nostri due stabilimenti faro di Genova. Il sistema di open innovation comprenderà infatti sempre più, accanto alla filiera di fornitori tradizionali, quella delle aziende digitali per lo sviluppo di tecnologie da portare nelle imprese. Per esempio, in Ansaldo abbiamo scelto Smart track, spin off dell’Università degli Studi di Genova che si occupa di IoT per la sicurezza sul lavoro, per individuare attraverso sensori le posture scorrette dei nostri operatori, con la possibilità di intervenire velocemente, oppure Alleantia di Pisa che si sta occupando di rendere interfacciabili tutti i nostri sistemi interni, a volte tra loro eterogenei, con un software dedicato.

Avete in programma di far crescere anche il numero di lighthouse?

Sì, accompagneremo nella progettazione della smart factory e nel relativo iter burocratico per ottenere i finanziamenti una seconda ondata di grandi aziende che intendono candidarsi a lighthouse. Come già per questo primo blocco, il supporto del cluster consiste nell’analisi del concept iniziale e dei fabbisogni di ricerca. La definizione dell’idea progettuale, un incontro esplorativo con il Mise, la predisposizione di una proposta preliminare, il supporto alla creazione della partnership di ricerca con incontri a vari livelli, il monitoraggio della procedura e lo sviluppo della proposta di dettaglio. Questo avverrà in parallelo alla crescita della base di pmi, oggi il 75% delle 300 aziende associati, che nei prossimi tre anni vorremmo estendere a una base di mille aziende, soprattutto pmi, proprio per portare a terra logica e principi di industria 4.0.

Come intende gestire le relazioni istituzionali del cluster?

Partiamo da una grande sfida poiché il Cluster Fabbrica Intelligente ha inserito “in corsa” alcuni esperti designati dalle aziende associate nei tavoli di lavoro creati dal Miur per la stesura del nuovo programma della ricerca per il periodo 2021-2027, che orienterà o allontanerà il nostro Paese dall’ambizioso Piano Horizon Europe, che mette in campo 100 miliardi di euro di finanziamenti per la ricerca e l’innovazione. Tale sforzo del CFI, baricentrato sui tre pilastri strategici della Fabbrica Intelligente (piattaforme digitali, economia circolare e competenze) è finalizzato a mitigare il rischio di fare marcia indietro rispetto agli sforzi compiuti negli ultimi anni per avvicinare la ricerca all’innovazione tecnologica, in pratica ai bisogni dell’industria, e di spostarsi eccessivamente su una ricerca di base non sufficientemente orientata verso le aree applicative ove l’Europa si sta orientando, tra le quali la fabbrica intelligente. In questo modo rischiamo sulla coerenza di sistema e, andando in direzione opposta all’Europa, di non essere attrattivi verso i finanziamenti europei. Il nostro obiettivo è di partecipare attivamente insieme a tutti i principali stakeholder, quali ad esempio Confindustria, alla stesura del programma per la ricerca prima che la prima bozza sia chiusa, che dovrebbe avvenire entro fine luglio.

Come detto, le nostre fabbriche hanno bisogno di dotarsi di piattaforme digitali e di connettività, di affrontare l’economia circolare riutilizzando le risorse o le funzionalità del prodotto, visto che i consumatori sono sempre più sensibili ai temi della sostenibilità e, per tutto ciò, devono dotarsi di nuove competenze. In tale scenario, contiamo inoltre di allargare ulteriormente la collaborazione con ill Mise anche al fine di dare continuità alla ricerca industriale, che è stata una priorità per l’Italia nel corso del piano Horizon 2020. Oltre a confrontarci con il Miur e il Mise, il terzo fronte istituzionale su cui stiamo lavorando è il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale per dare impulso ai progetti di ricerca sulla base della cooperazione già in corso con Usa e Cina.

Volete sviluppare la missione del CFI anche all’estero?

In particolare, grazie ai programmi di cooperazione internazionale supportati dal Maeci potremmo individuare aziende americane con interessi in Italia e imprese italiane con voglia di fare business negli Stati Uniti pronte a sviluppare progetti di ricerca che possano favorire la collaborazione di enti di ricerca Usa e italiani godendo anche di un buon livello di cofinanziamento. Come CFI abbiamo già compiuto una visita bilaterale a Washington nel 2018, ricambiata a marzo da una delegazione americana in occasione di Mecspe 2019, con tavoli di lavoro che hanno spaziato dalle piattaforme di Industrial IoT alla cyber security industriale. La cooperazione con la Cina è ad un livello di minore maturità ma il CFI è interessato a renderlo più attrattivo, anche a beneficio di aziende come Ansaldo Energia che hanno attività industriali nei due Paesi essendo presente a Shangai in Jv con Shangai Electric attraverso due stabilimenti ed un centro di R&S, mentre a Jupiter vicino Palm Beach opera la controllata Psm, con eccellenti capacità di riparazione delle turbine di tecnologia General Electric. 

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