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L’ottovolante della produzione industriale

di Laura Magna♦Febbraio su, marzo giù. Come interpretare l’andamento schizofrenico dei dati riguardanti la produzione manifatturiera? Trump ci mette del suo, ma è soprattutto il clima politico di perpetua campagna elettorale che  condiziona il manifestarsi di una parvenza di prospettiva certa per gli imprenditori. Queste e altre le considerazioni di Patrizio Bianchi e Marco Taisch

Dopo aver segnato a febbraio un aumento dello 0,8%, nel mese di marzo crolla di quasi un punto percentuale la produzione industriale. Questo andamento erratico che prosegue da mesi, al di là del dato puntuale, deve far riflettere sulla condizione attuale della nostra attività manifatturiera. Essa resta condizionata più che dai fondamentali da uno scenario di profonda incertezza amplificato da messaggi politici contraddittori che arrivano non solo dal contesto italiano ma anche da quello internazionale (leggi elezioni europee e Trump).

Lo confermano a Industria Italiana Patrizio Bianchi, uno dei maggiori economisti italiani, e Marco Taisch, professore al Politecnico di Milano e “guru” del manifatturiero 4.0. Entrambi nutrono poche speranze che l’attuale clima da campagna elettorale perpetua possa cambiare in maniera tale da consentire alle imprese una visibilità su di una prospettiva di lungo periodo che abiliti una programmazione lineare dell’attività produttiva e degli investimenti connessi. Dunque dobbiamo continuare ad aspettarci numeri incoerenti ed estremamente volatili.

 

Fonte: Istat

 

Produzione industriale di marzo a picco: ma è il primo trimestre che cresce (+1%) dall’ultimo 2017

Dunque, partiamo dai numeri. «Nonostante la flessione registrata a marzo (-0,9%) – scrive Istat  – il primo trimestre dell’anno corrente si conclude con una variazione della produzione industriale ampiamente positiva rispetto al precedente (+1%, ndr), la prima dal quarto trimestre 2017». Tra i principali settori di attività solo per i beni strumentali si registra un incremento congiunturale a marzo, (+0,1%); diminuzioni si registrano invece per i beni di consumo (-2,3%) e, in misura più lieve, per l’energia (-0,4%) e per i beni intermedi (-0,3%). Anche in termini tendenziali, sia l’indice generale sia quelli settoriali mostrano flessioni (al netto degli effetti di calendario l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali dell’1,4% anno su anno), con l’unica eccezione, anche in questo caso, dei beni strumentali, in crescita dell’1,2%, mentreal contrario, una marcata diminuzione contraddistingue l’energia (-5,9%), mentre diminuiscono in misura più contenuta i beni intermedi (-1,9%) e i beni di consumo (-1,0%).

 

Fonte: Istat

 

«I settori di attività economica che registrano le variazioni tendenziali positive più rilevanti sono le attività estrattive (+5,7%), la fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (+3,3%) e le industrie alimentari, bevande e tabacco (+2,7%). Le flessioni più ampie si registrano nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-9,0%), nella produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (-6,7%) e nella fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (-5,2%)», si legge ancora nelle rilevazioni Istat .

 

Fonte: Istat

 

Il polso del sentiment del Paese

Come interpretare l’andamento di marzo? Potrebbe segnare l’inizio di un nuovo trend discendente o essere un episodio in un contesto di trimestri di nuovo in positivo? Difficile rispondere, anche se spicca negativamente il crollo di un settore importante come il farmaceutico, in cui l’Italia eccelle ed è prima per valore della produzione in Europa (avendo superato la Germania nel 2018 con un valore del fatturato di 31 miliardi di euro).

«L’indice della produzione industriale ci dà il polso del reale sentiment del Paese più del Pil, che arriva dopo. Lo -0,9% di marzo, ma soprattutto la mancanza di direzione del dato mese dopo mese ci dice innanzitutto che se c’è una cosa che fa male all’economia è l’incertezza istituzionale. In questo momento si stanno combinando due incertezze, quella globale che parte dagli strali di guerra commerciali lanciati da Trump e raccolti dalla Cina, e quella interna», dice Patrizio Bianchi, ordinario di Economia industriale alla Facoltà di Economia e Rettore dell’Università degli Studi di Ferrara.

Due gli obiettivi della strategia del presidente Usa. Da un lato il vero obiettivo di Trump quando definisce la sua politica tariffaria, sarebbe l’Europa: «perché la Cina detiene il 40% del debito americano e dunque è sufficiente che i cinesi ritardino nel sottoscrivere il debito perché i tassi di interesse per gli Usa crescano. D’altro canto il presidente americano  ha un problema di equilibrio della bilancia commerciale, e deve dimostrare al suo elettorato che può ridurre l’esposizione internazionale del suo Paese, in primis verso la Cina, ma poi soprattutto verso la Germania, da cui gli Usa importano macchine industriali, così come dall’Italia. Per l’Italia si avvertirà un danno sarà tangibile su tutto il triangolo industriale di Milano, Bologna e Padova, che è il punto di riferimento della meccanica italiana ed è integrato con il tessuto produttivo tedesco».

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump

 

Il secondo punto di debolezza deriva dall’incertezza domestica: «ci troviamo nella devastante condizione per cui il governo dice una cosa e si contraddice in continuazione. Un atteggiamento che forse fa bene ai due partiti di governo ma fa malissimo all’economia. Non si fanno investimenti in questa condizione, si frenano gli ordini: l’incertezza istituzionale diminuisce la visibilità sul futuro e questo frena la produzione».

L’incertezza frena gli investimenti delle imprese italiane: parola di Bei

L’incertezza ha due effetti: mantiene alta la partita dei tassi che sono sì scesi rispetto al passato, ma che in Italia restano sempre più alti che negli alti Paesi. Secondo l’ultima  indagine Bei sugli investimenti delle aziende europee   tutta l’Europa ha risentito dello scenario della ripresa post-crisi, perdendo terreno rispetto agli Usa in termini di competitività: perché se dal 2013 per cinque anni, in confronto agli usa dal 2009, l’Unione europea ha addirittura evidenziato una crescita più rapida dell’occupazione, del Pil reale e dei redditi, la crescita degli investimenti nell’UE (3,4%) è stata di un buon punto percentuale inferiore a quella degli USA.

 

Fonte: Bei. Il dato sull’incertezza nella prima colonna.

 

Così le aziende dell’Unione rimangono risparmiatori netti. E in Italia, dove permangono i vincoli delle banche che penalizzano l’accesso al credito da parte sia delle imprese giovani e di piccole dimensioni, che delle aziende impegnate in attività di innovazione o che effettuano investimenti ingenti in attivi immateriali, proprio l’incertezza (citata dall’85% dei rispondenti, staccando di 20 punti il secondo motivo) è la ragione  principale addotta a spiegazione del fatto che gli investimenti vengono rimandati.

 

patrizio-bianchi
Patrizio Bianchi, ordinario di Economia industriale alla Facoltà di Economia e Rettore dell’Università degli Studi di Ferrara

Tattiche politiche e mancanza di una visione strategica

Secondo Bianchi «La perdita di competitività internazionale potrebbe essere compensata dalla domanda interna, ma le azioni del governo sono state finora difensive, di ammortizzazione sociale, con il Reddito di Cittadinanza che è un intervento sui redditi dei poveri ma che non dà l’idea di qual sia lo sviluppo del Paese. In questo contesto è rilevantissimo il fatto che siano state bloccate le opere pubbliche. La vicenda Tav è diventata l’emblema degli investimenti in questo Paese e allontana anche gli investitori esteri. Non è possibile avere una posizione di incertezza su queste opere strategiche. Soprattutto se un premier va in Cina a negoziare l’arrivo in Italia della Via della Seta senza accorgersi che le due direttive possibili arrivano una a Trieste, l’altra a Genova. Ma non ci sono canali di comunicazione con la Francia, a parte il Frejus inaugurato da Cavour e una linea che corre lungo la costa a binario unico.»

 

Bianchi: ” il Reddito di Cittadinanza è un intervento sui redditi dei poveri ma non dà l’idea di qual sia lo sviluppo del Paese”. Nella foto di Mattia Luigi Nappi Il Ministro del lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio

 

«Il comportamento incoerente e incerto sugli investimenti pubblici si riversa su quelli privati e si cumula con la situazione politica europea in divenire, che promette rivoluzioni copernicane in senso nazionalista, e con l’atteggiamento di scontro aperto del governo Usa. Tutto questo complesso di fattori frena ordini e investimenti: dato che in Italia una componente importante della crescita industriale sono le macchine, l’impatto viene amplificato ulteriormente», afferma Bianchi. Che conclude con un’ulteriore considerazione: «Non riusciamo ad avere una visione di Paese né di Europa. Il venir meno della spinta unitaria europea ha due effetti: il primo è incentivare una visione nazionalista che fa perdere la direzione locale. Mi spiego: l’Emilia Romagna ha un Pil che è il doppio di quello della Croazia e conta un 20% in più di quello ungherese. Perdendo questi dettagli, in un’Europa multi-governativa dominata dai Paesi sovrani, l’Italia dovrà soggiacere alle regole del debito al pari dell’Ungheria, senza valutare le differenze economiche e produttive».

Mancanza un pensiero strategico. Lo dimostra il caso dell’Africa, «unica area del mondo che cresce di oltre il 4%, pur con tutti i rischi connessi. Pur possedendo uno sbocco naturale geografico nel Mediterraneo, l’Italia limita la sua posizione al “blocchiamo gli sbarchi” e lascia che siano altri a presidiare la regione a maggior incremento di popolazione e ricchezza nel mondo». A determinare la situazione attuale è, in ultima analisi, il clima da campagna elettorale perpetua: «è lo schiacciamento della politica su cosa succede da qui al prossimo tweet: il momento della verità si avrà a ottobre con il Def, quando i nodi verranno al pettine».

 

Marco Taisch
Marco Taisch, ordinario di operation management & advanced and sustainable manufacturing system del Politecnico di Milano

Nel mondo interconnesso le questioni di politica locale hanno il potere di influire sulle decisioni degli imprenditori

«La ragione per cui un mese abbiamo una produzione industriale che cresce di un punto percentuale e il mese dopo un sonoro meno uno è che le aziende sono preda di fenomeni psicologici molto forti che vengono amplificati da eventi politici», conferma Marco Taisch, ordinario di operation management & advanced and sustainable manufacturing system del Politecnico di Milano (e nella cabina di regia di Industria 4.0).«Basti pensare alla parabola del superammortamento: prima sfilato via nella Legge di Bilancio, poi ricomparso nel Decreto Crescita ad aprile. Cambi di direzione repentini della politica che non contribuiscono a creare un clima di stabilità. Un forte disorientamento è creato anche dall’atteggiamento nei confronti delle stesse imprese, dapprima snobbate, eora oggetto delle attenzioni del titolare del Mise che presenzia alle Assemblee di Confindustria: fatto che considero positivo, ma che implica la comunicazione di un messaggio molto diverso politicamente da quello di pochi mesi prima creando un forte disorientamento.»

«Il tutto amplificato da messaggi paralleli che arrivano anche dall’estero. La locomotiva tedesca che rallenta, la guerra commerciale tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping che sembra inasprirsi per portarci alla distruzione, salvo, dopo due settimane leggere che le trattative sono prossime a partorire una soluzione morbida. Siamo dentro a dinamiche di messaggi politici nazionali e internazionali che disorientano e questo contribuisce a spiegare l’erraticità dei dati che non si spiega altrimenti». La tattica politica sulla quotidianità crea questo tipo di fenomeno distruttivo di valore. Aumentato da un altro fenomeno.

 

Taisch: “Il sovranismo italiano per raccogliere consensi in Europa spinge sull’acceleratore di certi temi scabrosi.” Nella foto il ministro degli Interni Matteo Salvini

 

Imprese disorientate se si mettono in discussione i fondamentali dell’economia

«Il mondo è un sistema di sistemi, connesso non solo informaticamente, ma da tutti i punti di vista; quella che dovrebbe essere tattica di politica locale, con Trump che mira alla rielezione e fa dichiarazioni finalizzate a questo obiettivo, o il sovranismo italiano che per raccogliere consensi in Europa spinge sull’acceleratore di certi temi scabrosi, acquista invece risonanza globale e risente di un effetto di amplificazione un passaggio dopo l’altro». E se anche queste dinamiche non sono nuove, la vera differenza rispetto al passato sta nel fatto che prima «c’era una percezione di intoccabilità di alcuni fondamentali. »

«Il governo poteva essere di destra o di sinistra ma tutto sommato i fondamentali dell’economia, l’idea che l’economia la facessero le imprese creando posti di lavoro non erano in discussione pur con opinioni molto diverse, a seconda della parte politica agente, sulle misure da adottare per spingere l’economia. Mentre fino a qualche settimana fa questo governo era il nemico giurato delle imprese, salvo comprendere che per finanziare il Rdc – una misura che non considero sbagliata e che vige in altri Paesi nel mondo – è necessario aumentare il gettito fiscale delle imprese e dunque liberare le imprese dai vincoli che impediscono loro di assumere e aumentare la produttività. Ovviamente questa incoerenza crea sconcerto. Quando sento dire che l’Italia è il paese con il maggior tasso di risparmio privato lo traduco in paura ad investire da parte di famiglie e imprese».

Ciò detto, lo -0,9% di marzo è destinato a restare un dato effimero: «Quanto mi ha sorpreso il rialzo di quasi un punto percentuale del mese precedente, tanto ha fatto il tremendo dato di marzo», dice Taisch. «Anche perché i piani di produzione sono di medio lungo termine, in certi settori gli ordini si pianificano a due, tre o addirittura quattro mesi. Dunque, si fa fatica a fare una previsione, non vedendo fondamentali che giustifichino i numeri ma solo fatti puntuali che creano un fenomeno psicologico di amplificazione».

 

Fonte Istat

In controtendenza rispetto al mondo

E’ un fatto che l’Italia rallenta, in controtendenza rispetto alle principali aree del mondo: l’Europa ha chiuso l’anno con il Pil in rialzo dell’1,2%; gli Usa a +3,2%, persino la Cina a 6,4% sopra le attese degli analisti. «Abbiamo chiuso il 2017 con il Pil a +1,5% e nel 2018 le previsioni erano di +0,8%, di cui circa la metà giustificato dal piano Industria 4.0 alleggerito a fine anno, come già detto, del supermammortamento. Lì si è creato il primo collo di bottiglia che ha tagliato le stime di crescita del 2019 fino a portare in prossimità dello zero. In cima a questo clima messaggi politici fuorvianti che vanno ad amplificare un sistema che strutturalmente è più debole rispetto al resto del mondo per un noto gap di crescita di produttività. Gap che si può colmare solo con le riforme: ovvero con misure che hanno tempistiche che vanno al di là delle scadenze elettorali e che non riguardano temi di forte appeal dal punto di vista mediatico e politico. E se questo è vero per ogni epoca storica, lo è di più in quella attuale», conclude Taisch.

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