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L’agenda industriale sul tavolo del prossimo Governo

di Laura Magna ♦ Il Paese aspetta un nuovo governo e con lui la persona cui affidare la politica industriale. Che cosa dovrà fare? Ecco i suggerimenti di Giovanni Costa, Marco Taisch, Riccardo Gallo, Luca Beltrametti, Patrizio Bianchi. Giusta la strada percorsa da Calenda, ma bisogna andare oltre: più incentivi, più formazione e… irrobustire le Pmi in un quadro europeo

Qualunque sia il prossimo Governo, il principale tema che dovrà affrontare si può sintetizzare con una sola parola: Industria. L’Italia resta il secondo Paese manifatturiero europeo e il settimo al mondo, nonché una regione povera di materie prime e che, pertanto, può tenere in piedi la sua bilancia dei pagamenti solo con la trasformazione delle stesse. Un euro di industria ne genera altri quattro, e rende possibile la sopravvivenza dei servizi e della finanza, alimentando ricerca, scienza, conoscenza. Tutto questo non si può neppure lontanamente ipotizzare per gli altri settori. L’industria, inoltre, è particolarmente sensibile alle politiche nazionali, come dimostra il successo dei due pacchetti Calenda intitolati 4.0 e che tanto hanno contribuito alla ripresa recente. Ma che cosa c’è sul piatto? Abbiamo cercato di capirlo con l’aiuto di quattro economisti (Patrizio Bianchi, Luca Beltrametti, Giovanni Costa e Riccardo Gallo) e di un ingegnere docente al Politecnico  (Marco Taisch) ritenuto il guru del 4.0, nonché co-autore dei due piani Calenda.

 

Carlo Calenda, ministro allo Sviluppo
Carlo Calenda , giudizi tutti positivi sulla sua politica: la seguirà chi gli succederà nel nuovo governo?

 

Emerge la necessità di incentivi alla produttività e alla competitività, investimenti massicci sulle persone. Ma anche politiche del lavoro che includano un corretto storytelling per avvicinare i giovani alle fabbriche e la rinuncia a qualsiasi nazionalismo. E l’irrobustimento delle nostre piccole imprese, ancora troppo piccole e troppo deboli (in molti casi ma per fortuna non in tutti) per reggere alla pressione internazionale.

 

 

Giovanni Costa

Giovanni Costa : ci vuole una politica per la creazione di campioni globali in Italia

«Il tema centrale è quello della produttività della nostra industria», secondo Giovanni Costa, professore di strategia di impresa all’Università di Padova. «La produttività nel nostro Paese non cresce o cresce stentatamente da 20 anni e questa è la chiave di tutti gli altri problemi. Anche adesso che c’è una ripresa, questa ripresa è più debole rispetto ad altri competitor proprio per il gap di produttività. Il nuovo governo dovrebbe mettere in agenda il rafforzamento una ripresa già flebile, e in più cercare di cavalcare il clima favorevole nel panorama internazionale. Tutto il mondo è inserito in una dinamica di crescita, noi ne abbiamo agganciato solo un pezzettino.»

Il problema è la produttività che non cresce

«Per irrobustirla è necessario passare a interventi strutturali: la dinamica della produttività non si affronta con la sola flessibilità del mercato del lavoro o con strumenti congiunturali quali sono gli incentivi all’industria 4.0 (che comunque hanno avuto effetti positivi). E’ necessario sostenere progetti di lungo periodo che implicano investimenti privati e pubblici in capitale umano e internazionalizzazione. Pur in presenza di Pmi con performance eccellenti, in un confronto europeo la nostra produttività cresce meno, perché noi non abbiamo campioni globali o non ne abbiamo abbastanza. Per questo molte eccellenze italiane vengono assorbite da multinazionali ed escono dal Paese, con una perdita di controllo sulle parti più ricche della catena del valore».

Lo dimostrano i fatti: secondo la classifica dei brand italiani di maggior valore, pubblicata qualche giorno fa da WPP e Kantar Millward, in cima alla lista si trovano Gucci e Tim. «Ovvero un brand del lusso che si colloca in una filiera globale con a capo la società francese Kering, e una tra le aziende infrastrutturali strategiche del Paese che ha un azionista di controllo francese, Vivendi». Nell’elenco compaiono sì brand a sicuro controllo italiano quali Kinder (Gruppo Ferrero), Prada, Ferragamo, ci sono anche alcun icone del Made in Italy che sono finite sempre sotto il controllo di Gruppi d’Oltralpe (Bottega Veneta, Bulgari, Fendi, tutti nell’orbita della francese Lvmh).

 

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Costa: bisogna creare dei campioni globali anche in Italia. Nella foto: fasi di lavorazione nello stabilimento Sicor, Polo Meccatronica di Rovereto

 

Senza una politica che punti alla formazione di campione nazionali ecco le conseguenze: «essere campioni globali non dipende dal fatto che si esporta ma dall’entità di investimenti diretti esteri. Così, se guardiamo i dati della produzione industriale e dell’export nel campo della meccatronica, sicuramente diremo che gli incentivi dell’industria 4.0 funzionano, ma la vera domanda è: abbiamo campioni globali in questo campo che siano in grado di orientare filiere estese a livello internazionale? La risposta è no. Abbiamo bravi produttori di industria 4.0 ma non campioni globali».

Lo dice anche l’Europa: il 12 marzo il Consiglio ha pubblicato  le linee guida della politica industriale europea sottolineando l’importanza di rafforzare la base industriale comune e di rafforzarne la competitività. «Il nostro problema principale non è solo il debito – sottolinea Costa – ma anche e forse soprattutto la produttività che non cresce. E fare una politica europea significa sostenere incrementi di produttività equilibrati a livello europeo e ridurre i gap tra Paesi, per quanto possibile». In termini pratici, cosa può fare l’Italia? «Deve investire in ricerca e sviluppo, creare facilitazioni per sviluppare la dimensione delle imprese, investire in capitale umano nel lungo termine, sviluppare la cooperazione tra università e aziende private. Inutile piangere per la fuga dei laureati migliori, dobbiamo chiederci perché: e il perché è che gli headquarter non sono in Italia. Se non si cresce in casa escono i marchi, i centri decisionali, i driver dell’innovazione e anche le eccellenze professionali. Il capitale umano si forma anche attraverso la vivacità dei mercati del lavoro locali dove i talenti possano crescere e fare carriera».

 

 

_Marco Taisch
Marco Taisch

Taisch: puntare sul fattore lavoro e costruire una rete di formazione efficiente per figure intermedie

Il tema del lavoro è in effetti prioritario. Il lavoro è uno dei fattori produttivi e puntare sullo sviluppo di essi è la via maestra per la crescita. «Come si incentiva lo sviluppo dei fattori produttivi? Abbassando i costi e dunque detassando: lo si è fatto con Industria 4.0 con un focus sulle macchine, e con Impresa 4.0 proprio virando sul lavoro e sulla formazione», afferma Marco Taisch, docente della School of Management del Politecnico di Milano e co-responsabile scientifico dell’Osservatorio Industria 4.0, nonché docente di Sistemi di Produzione Automatizzati e Tecnologie Industriali. Taisch, con il suo Manufacturing Group ha partecipato alla cabina di regia del piano Industria 4.0., e non ha fatto mai mistero di essere un estimatore degli incentivi fiscali, incentivi che a suo parere vanno senza dubbio rinnovati ma: «facendo un passo in più: ovvero aumentando l’entità della detassazione: secondo me è questa la strada. E poi è necessario lavorare di più sulle risorse umane per ridurre l’attuale, abnorme, mismatch sulle competenze. Se persino le imprese del Sud non trovano persone adeguate alle posizioni ricercate nonostante un tasso di disoccupazione significativo e più che doppio rispetto al Nord, con punte del 20% nelle aree più depresse, vuol dire che qualcosa non gira. Ovviamente queste sono politiche che hanno effetti nel lungo periodo e in genere non vengono poste in alto nell’agenda dei governi proprio perché non se ne riesce ad apprezzare le ricadute nel tempo di un quinquennio», avverte il professore del Polimi.

Più ITS e lauree professionalizzanti

Che cosa fare allora in un orizzonte breve? La risposta :«è necessario investire sugli ITS e sulle lauree professionalizzanti: dobbiamo lavorare su queste figure intermedie che oggi mancano». Un lavoro che richiederà sforzi maggiori di quelli attuali: persino gli stanziamenti di Impresa 4.0 non sono sufficienti, neppure i 400 milioni aggiuntivi ogni anno promessi da Calenda per gli Istituti Tecnici Superiori con l’obiettivo di raggiungere almeno 100mila studenti iscritti entro il 2020 (in Italia attualmente gli studenti degli Its sono circa 9000 contro i quasi 800mila della Germania). Secondo Taisch «la ricetta è semplice: basta copiare quello che fa la Germania da sempre con le Fachhochschule, un sistema di formazione terziaria tecnico-professionale della durata di 4 anni di cui due di stage in un’impresa. Il titolo di chi esce da queste scuole si colloca a metà tra il diploma finale di apprendistato e i titoli superiori. L’implementazione non è necessariamente facile ed è necessario creare una rete. Noi con i Competence Center lo faremo ma è una questione di volumi: ci servono volumi molto più importanti. Per lavorare a una rete di formazione efficiente gli stanziamenti necessarie vanno decuplicati rispetto a quelli ipotizzati: è troppo? Non abbiamo altra scelta».

 

Taisch: è necessario investire sugli ITS. Nella foto: studenti dell’ITS Hensembarger di Monza finalisti a un concorso organizzato da Assolombarda

 

E puntare sulla formazione all’interno delle aziende, che spesso hanno bisogno di specialisti così di nicchia che parrebbe uno sforzo sovrumano pensare di portarli trovare a scuola o all’Università? «Può avere un senso dare incentivi in house, ma credo che le imprese debbano fare il loro mestiere core e non virare sulla formazione. Anche perché è qualcosa a cui ha accesso la grande impresa, ma la Pmi di cui è fatto tipicamente il nostro tessuto non ce la fa da sola», aggiunge Taisch.

 

Riccardo Gallo

Gallo: un ministero della competitività per risalire nella classifica mondiale

Negli anni l’Italia ha perso posizioni nella classifica globale della competitività stilata dal World Economic Forum. Nel 2017 si è collocata al 43esimo posto, ma diventa 28esima se si guarda ai fattori di innovazione e specializzazione e 51esima se si isolano solo quelli infrastrutturali. Dati che ci forniscono una chiara indicazione su quello che dovrebbe fare il governo: «Una politica industriale che coincida al 100% con la politica della competitività», dice lapidario Riccardo Gallo, professore di economia industriale all’Università La Sapienza di Roma e ultimo vicepresidente dell’IRI. Gallo non ha dubbi: si dove puntare a tutta dritta sulla competitività e propone il suo progetto di legislatura sul tema.

Infrastrutture e regole che agevolino il recupero della competitività

«Lo Stato invece di comprare il club di atletica leggera, deve limitarsi a costruire campi super moderni in modo da consentire agli sportivi di diventare validi in un contesto mondiale. I campi nel mondo delle industrie sono le regole, le infrastrutture, la rete idrica, le autostrade, l’assetto del territorio, la logistica, la banda larga, l’energia, la PA, la riforma della giustizia: insomma è necessario rimuovere ogni ostacolo alla possibilità di fare impresa e gli imprenditori devono essere lasciati liberi di cimentarsi sul mercato. Una volta stabilito questo quadro, l’obiettivo del prossimo governo, di qualsiasi governo, deve essere far risalire l’Italia nella classifica della competitività: dieci posizioni in una legislatura. Ci vuole, per farlo, un ministero della competitività e un progetto per restaurarla, a partire dal Mezzogiorno, con una road map che indichi i passi necessari a salire in classifica».

 

Anas gestisce strade e autostrade per 25.599,611 chilometri
Gallo: lo Stato deve garantire le infrastrutture e le regole. Nella foto: mezzi incolonnati in autostrada
No a intervento diretto dello Stato, sì a più incentivi

Per il resto, Gallo respinge qualsiasi tentativo di politica industriale che preveda «l’intervento diretto dello Stato nell’economia, ovvero la creazione di un’industria di Stato. Parliamo delle partecipazioni statali che negli anni ’90 furono abolite in quanto retaggio del fascismo protezionista e che erano state tollerate fino ad allora dall’Europa perché il nostro Paese era un utile passaggio verso l’Est. Si tratta di una politica che mi vede del tutto contrario: per esempio, riterrei assurdo ri-statalizzare Alitalia perché lo stato si accollerebbe il suo debito inevitabile. Non appoggio neppure la seconda strategia che è l’intervento agevolativo – gli incentivi affinché l’industria faccia cose che senza incentivi non farebbe. Non va bene perché si traduce in incentivi a pioggia che finiscono per non centrare l’obiettivo.

La terza strada è quella perseguita da Industria 4.0: non si prevedono in questo caso incentivi finanziari, ma fiscali. Questa misura non solo la ritengo la giusta ma la suggerii io stesso nel 2015: nella mia idea c’era la possibilità per le imprese di ammortizzare gli investimenti con coefficienti illimitatamente superiori ai massimi fiscali, fino a spesarli direttamente nel conto economico dello stesso esercizio. Se c’è una cosa che critico di Industria 4.0 è aver fissato percentuali troppi basse, il 140% o 250% di iper e super ammortamento: io arriverei al 1000%. Si può fare: non si tratta di prestiti, né di contributi agevolativi. Si tratta di uno sconto fiscale sugli investimenti, il cui valore lo Stato incasserà successivamente».

 

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Beltrametti: premiare la crescita per aggregazione delle imprese. E fare awareness sulle fabbriche (per attrarre giovani lavoratori)

Il maggior handicap delle nostre Pmi? «Il nanismo industriale», secondo Luca Beltrametti, direttore del Dipartimento di Economia dell’Università di Genova, che prosegue, suggerendo la sua misura nodale di politica industriale: «le Pmi vanno incentivate ad aggregarsi: sono necessarie politiche che favoriscano anche in termini fiscali la crescita per fusione delle imprese o la quotazione in Borsa». Beltrametti definisce eccellente il lavoro fatto fin qui da Calenda: «ha reso le manifatture più forti, più inclini ad adottare tecnologie avanzate e a virare verso l’internazionalizzazione, elementi che hanno consentito di tenere il passo con il resto del mondo, prova ne sia un dato sull’export davvero positivo negli ultimi mesi». Secondo il professore ligure dunque il nuovo governo dovrebbe continuare nel solco già tracciato cercando di spingere in due direzioni: «coinvolgere in questo processo di innovazione tecnologica anche le imprese meno dinamiche che sono rimaste indietro, allargando la base di utenti degli incentivi e proseguire in un lavoro volto ad ampliare la consapevolezza culturale dei processi in atto».

 

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Beltrametti: spiegare ai giovani che la fabbrica è cambiata. Nella foto un operatore al lavoro con un robot collaborativo Kuka
Spiegare ai giovani che  la nuova fabbrica è meno pericolosa, meno sporca, meno alienante

Ovvero, non solo incentivi di tipo formale, ma anche un’operazione di awareness, non diversa da quella che la il governo tedesco ha condotto presso le famiglie perché arrivasse agli studenti i lavoratori del futuro) l’onda lunga dell’innovazione, la percezione della fort necessità di formarsi in chiave 4.0 per non restare tagliati fuori dalla naturale evoluzione dell’industria e dunque del lavoro. «Ci si lamenta che i ragazzi non fanno gli ITS, ma lamentarsi e basta porta ben poco lontani: bisogna spiegare a questi ragazzi cosa è diventato il lavoro in fabbrica e che può essere una posizione ambita. Non è più quello del film di Charlie Chaplin, dove rumore, sporco e alienazione dominavano le scene: è un mondo profondamente cambiato, dove le mansioni più ripetitive e aberranti sono oggi compiute dalle macchine che tanto fanno paura e dove gli ambienti sono sterili, puliti, silenziosi.»

«Ma questo va raccontato, va dimostrato, non può essere solo una predica che risuona lontana dalle torri eburnee. Va fatto sperimentare, andando tra i giovani, nelle scuole, o portando i giovani nelle fabbriche a vedere le linee sempre più robotizzate, le avanguardie della tecnologia, i laboratori di ricerca & sviluppo della meccanica. Ci sono tutti gli elementi per dire che la nuova fabbrica è meno pericolosa, meno sporca, meno alienante. Bisogna convincere le nuove generazioni che è un’opzione da valutare in maniera attenta, l’approccio deve essere questo», dice Beltrametti. La seconda necessità è quella di «allargare questa cultura sulle nuove tecnologia a imprenditori e manager: solo così essa si potrà diffondere a tutti i livelli della fabbrica e trasversalmente tra i settori».

 

Patrizio Bianchi
Patrizio Bianchi

Patrizio Bianchi : rinunciare ai protezionismi e ritagliarsi un ruolo nella politica industriale europea

Insomma, come dicevamo in apertura, la formazione di un governo forte sembra impossibile stanti i risultati elettorali e le dichiarazioni successive degli schieramenti politici. Tuttavia, anche se forse è di scarsa consolazione, l’Italia non è sola in questa situazione. Lo afferma Patrizio Bianchi, professore ordinario di Economia applicata alla Facoltà di Economia, già rettore dell’Università degli Studi di Ferrara.«Nel resto d’Europa le condizioni non sono molto diverse: a Cambridge i colleghi sono preoccupati per il Regno Unito gestisce il post referendum con un governo fragile: l’improvvida vittoria del leave ha portato il Paese fuori dal mondo, con un calo previsto dell’8% del Pil e fino al 15% nelle zone interne dove si sono affollati i voti a favore dell’uscita. Sono stato in Spagna dove il sentimento è lo stesso: un governo debolissimo dopo tre elezioni da cui non è mai uscita una maggioranza forte. A New York le sensazioni rispetto a un governo, stavolta forte, ma guidato da un uomo controverso come Donald Trump non sono certo positive. Insomma, questo per dire che viviamo in un contesto di instabilità complessiva a livello internazionale, che porta con sé un rischio enorme: di fronte alla difficoltà che comporta il governo dei cambiamenti globali, si fa un ritorno al nazionalismo».

 

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Bianchi: governo fragile anche in UK, dove fatica a gestire la Brexit

 

Il problema non è solo italiano e per risolverlo bisogna guardare all’Europa

In una situazione complessivamente instabile, gestire i processi di crescita diventa difficile. Con un ulteriore pericolo insito nella recrudescenza del nazionalismo: che se un operatore più grande gioca in difesa e attiva un meccanismo di chiusura dei mercato, un Paese come l’Italia, che è un esportatore netto, vede profilarsi davanti a sé una reale possibilità di débâcle. «Il Paese è cresciuto soprattutto sulle esportazioni della meccanica: se si cede al protezionismo, temo che la recessione sarà inevitabile», continua Bianchi, che sottolinea come l’Europa faccia storia a sé: «anche Germania e Francia, la prima con un governo fragilissimo, la seconda con un Macron bloccato dall’opinione pubblica, sono in una situazione complicata. Tutti dicono che i problemi sono globali e tutti reagiscono su base nazionale, proprio mentre si sta definendo il piano 2020-27 della politica industriale europea e monta il dibattito sull’innovazione.»

«La soluzione? Giocare subito di più sul piano europeo, ma con più autonomia, e dall’altra parte lavorare moltissimo perché il vecchio continente sia in grado di agire contro i disegni di neo-protezionismo. L’Italia senza governo rischia di essere tagliata fuori persino dal dibattito, allo stato dei fatti. Senza considerare che con più protezionismo e più sussidi qualsiasi Paese si blocca. Gioca in maniera negativa anche la spaccatura del paese, con il Nord che esporta e ha problemi di sicurezza interni ma in cui l’immigrazione è la contropartita dell’export: trovare la quadra tra apertura dei mercati e immobilità delle persone è davvero complesso, per non dire impossibile».

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