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direttore Filippo Astone

In Italia la quarta rivoluzione industriale segna il passo?

di Marco Scotti ♦ A guardare bene il 4.0 riguarda meno di una azienda su dieci, e di grandi dimensioni. La verità che macchinari e dati da soli non fanno digital transformation, ma bisogna avere un’idea di come usarli. E ora che non ci sono i provvedimenti di Calenda? E come fare i conti con robot e A.I.? L’analisi di Corrado La Forgia, ad e direttore industriale di Bosch Vhit

«Solo l’8,7% delle imprese si è messa sul cammino di Industria 4.0, con i grandi a fare la parte del leone. Il Piano Calenda è stato ottimo, perché per la prima volta si è parlato di politica industriale, anche se sulla parte dei Competence Center si sono accumulati ritardi burocratici mostruosi. Ora invece mi sembra che non ci sia una strategia industriale precisa e che si vogliano rimodulare gli incentivi senza una vera ragione. Tutti parlano di dati, ma ancora non si è riusciti a capire che cosa farsene: Google, Facebook e gli altri social network hanno saputo trarne vantaggio, mentre gli altri non sono stati in grado di trovare una giusta soluzione. E per il futuro, il tema della roboetica sarà sempre più cogente». Corrado La Forgia, direttore industriale e amministratore delegato di Bosch Vhit, analizza in esclusiva con Industria Italiana quali sono i temi principali di Industria 4.0, soprattutto ora che continua a regnare una certa confusione sulla necessità, o meno, di proseguire con il meccanismo di tax credit.

 

Corrado La Forgia,direttore industriale e amministratore delegato di Bosch Vhit, a sinistra, con Nicola Intini, airettore dello stabilimento Gruppo Bosch di Brembate. Assieme hanno scritto il libro “La fabbrica connessa”

 

Le imprese e la sfida di Industria 4.0

Dopo meno di due anni dagli incentivi governativi per il sistema manifatturiero (Industria 4.0 prima, Impresa 4.0 poi), il quadro rimane in chiaroscuro. «I dati pubblicati a luglio di quest’anno dal Mise – spiega La Forgia – mostrano come solo l’8,7% delle imprese si sia messa sul cammino di Industria 4.0 e la parte più importante rimane sempre in capo alle grandi aziende, mentre le piccole continuano ad arrancare. Uno dei motivi, a mio parere, è che la consapevolezza che sarebbe dovuta decollare tramite i competence center e i digital innovation hub continua a stentare a causa di lungaggini burocratiche incredibili. C’è stata una grande vendita di software e di apparecchi che permettessero di “svecchiare”, ma una vera e propria rivoluzione industriale manca».

 

 

Il piano Calenda e quello del Governo Conte

La colpa di questi intoppi, comunque, non può essere attribuita al ministero guidato da Carlo Calenda che ha cercato, tramite incentivi, di smuovere una manifattura che rischiava di perdere anche il secondo posto a livello continentale, alle spalle dell’inarrivabile Germania. «Per quanto riguarda il piano Calenda – prosegue La Forgia – il giudizio non può che essere estremamente positivo. Per la prima volta si è parlato di politica industriale, si è segnata una strada per fare in modo che la manifattura italiana rimanesse seconda in Europa o, addirittura, provasse a scalare la classifica. L’idea di Industria 4.0 era di mettere a disposizione svariati miliardi per incentivare la manifattura perché genera posti di lavoro. Un piano che consegnava una serie di tecnologie abilitanti e indicava una rotta da seguire.»

 

Carlo Calenda, Ex Ministro dello Sviluppo Economico

 

«Una strada giusta, insomma, che avrebbe avuto bisogno di un maggiore sostegno anche dal punto di vista della formazione. Non basta acquistare una macchina utensile nuova per entrare automaticamente nella nuova frontiera della manifattura. Serve saper utilizzare i dati che vengono raccolti e portare avanti una strategia di efficientamento. Ho il timore che in Italia si sia guardato troppo agli incentivi e troppo poco alla strategia futura». Il rebus ora rimane quello di comprendere le mosse del governo guidato da Giuseppe Conte: dopo una prima bozza del Def che tagliava in modo significativo le risorse per l’innovazione dell’industria, ora sembra che l’esecutivo sia disposto a rivedere alcune posizioni. Fino al 31 dicembre il tema incentivi resterà al centro dell’agenda.

 

 

Il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte

 

«Molti – spiega il direttore industriale di Bosch Vhit – si stanno preoccupando del fatto che ci saranno decurtazioni e rimodulazioni degli incentivi, e forse a ragione. Senza dover esprimere un giudizio politico, ci si sta concentrando troppo sul mezzo e troppo poco sulla direzione che si vuole prendere. Se è importante la manifattura – e lo è sicuramente – bisogna dichiararlo chiaramente. Se invece si vuole rimodulare il meccanismo di incentivi, bisogna spiegare qual è la ratio. È troppo semplice parlare di miliardi che vengono tagliati, io continuo a chiedermi dove vogliamo andare. C’è un’Italia che sta in piedi a prescindere, che continua a lottare, che è solida e forte e riesce ad andare avanti grazie a creatività e abnegazione. C’è un tessuto robusto di cui però non bisogna approfittare. Bisogna invece dialogare con questa Italia che non va ai convegni, ma che continua a spingere sul pedale dell’acceleratore. Sarebbe davvero un peccato se si sprecasse l’occasione di armonizzare quello che sta succedendo».

La formazione

La seconda parte della quarta rivoluzione industriale avrebbe dovuto poggiare sulla formazione, erogata attraverso i Competence Center e i Digital Innovation Hub. Strutture però che, a causa di qualche lungaggine burocratiche, sono partite con sensibile ritardo. «È una cultura di sistema – prosegue La Forgia – che affianca alla manifattura di nuova concezione anche una serie di accorgimenti di formazione per permettere al personale di padroneggiare i nuovi strumenti e le nuove metodiche. C’è stato un confronto serrato a cui hanno partecipato tutti gli stakeholder, c’è stata una fase di audizioni e si è giunti a un compromesso. Peccato che il bando sui Competence Center abbia subito un ritardo pazzesco a causa di una burocrazia elefantiaca. Ora serve mantenere dritta la barra e continuare nella stessa direzione, perché le tecnologie non si fermano».

 

 

Piccole e grandi aziende

Il rapporto tra grandi e piccoli è progressivamente cambiato: non più target o prede perfette per strategie di acquisizione, ma partner. «La grande azienda – racconta La Forgia – ha sempre trainato l’azienda fornitrice, perché può permettersi il “lusso” di sperimentare. Ma è anche vero che è cambiata la catena del valore e che nessuno può più permettersi il lusso di avere delle giacenze. Chi produce le macchine, quindi, deve diventare un partner, che instaura un rapporto di fiducia con l’azienda. Anche per quanto riguarda gli impianti: che senso ha oggi acquistarne uno ex novo? Io sono convinto che, tra non molto, si arriverà al pay per use, sulla falsariga di quello che succede con gli aerei».

 

Il dato è il nuovo oro?

La frase, ormai diventata idiomatica, rischia di diventare anche piuttosto scevra di significato: se il dato è davvero il nuovo oro, perché a guadagnarci sono solamente i soliti noti? E perché le aziende che provano a intraprendere un percorso di Industria 4.0 non riescono a sfruttare appieno le informazioni che hanno a loro disposizione? «Siamo tutti consumatori e consumati – chiosa La Forgia – ma le major creano un sistema per cui conoscono i nostri dati, le nostre abitudini e i nostri consumi. Questi soggetti stanno già iniziando a utilizzare le informazioni non tanto per profilarci, ma per creare moduli di intelligenza artificiale che siano veramente efficaci. Il maggior numero di brevetti per l’intelligenza artificiale sono in Usa e in Cina, mentre l’Europa sta un po’ annaspando. Con la profilazione che stanno sviluppando gli altri paesi si può arrivare perfino a predire con attenzione l’acquisto. Il dato invece, in Italia, non viene usato in modo corretto: le macchine non parlano e di conseguenza non c’è stato un cambiamento rispetto al passato. Perché anche prima si ottenevano enormi quantità di informazioni, ma se non si impara a sfruttarle in modo corretto, allora rimane un enorme lavoro da fare».

 

Robotica in fabbrica
Robotica in fabbrica

La roboetica e il lavoro del futuro

Tra le preoccupazioni maggiori che riguardano il tema dell’intelligenza artificiale c’è quella che le macchine possano soppiantare l’uomo. Il timore diffuso è che si stia per aprire una fase di grande riduzione delle risorse impegnate nella manifattura, che verranno quasi integralmente sostituite dai robot. «Continuiamo ad affrontare il dibattito restando in superficie – racconta il direttore industriale di Bosch Vhit – e si sbagliano le domande fondamentali. Io resto convinto del fatto che le macchine non potranno soppiantarci del tutto perché non hanno l’inconscio, ma già stanno iniziando a sviluppare la discrezionalità tipica dell’essere umano. Per questo bisogna parlare di roboetica, per fare in modo che l’uomo rimanga sempre al centro del processo di sviluppo tecnologico. Ma serve una classe dirigente convinta di questi problemi e anche corpi intermedi pronti al dialogo. Come avverrà la transizione verso una meccanica più collaborativa è tutto da definire. Ma ci sono anche dei vantaggi significativi: oggi in azienda abbiamo un management che lavora in maniera trasparente e totalmente digitalizzata. Allo stesso modo gli operai si sono ormai abituati a vedere in modo chiaro e puntuale come funziona la linea su cui operano».

 

 

Il ruolo di Bosch

In quanto partner di tante aziende di dimensioni variabili, Bosch è ovviamente all’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo di soluzioni per l’Industria 4.0. Non soltanto nel quartier generale tedesco, ma anche in Italia, una delle nazioni in cui la spinta innovativa si fa maggiormente divista. «La Bosch a livello centrale – conclude La Forgia – si concentra in particolare per mantenere la leadership a livello globale. Le sezioni periferiche, invece, adottano tecnologie o ne sviluppano di proprie. Noi, ad esempio, stiamo sensorizzando i nostri macchinari che, pur essendo datati, funzionano ancora alla perfezione. In questo modo possiamo ottenere dati ed elaborarli tramite intelligenza artificiale, arrivando alla massima connettività possibile. Ci muoviamo come se fossimo una Pmi, alfabetizzando dal punto di vista tecnologico tutti gli operai che lavorano nei nostri stabilimenti».

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