Advertisement

direttore Filippo Astone

Imprese: attenzione alla gestione “leggera” dei dati

di Marco Scotti ♦Un mercato più lucroso di quello degli stupefacenti: il caso Cambridge Analytica e il ruolo di Facebook animano il dibattito sull’utilizzo delle informazioni personali nell’era digitale, tra tentazioni repressive e il pericolo di utilizzi incontrollati. E intanto le aziende…

 

Potrebbe sembrare una provocazione, ma fino a un certo punto: i dati non sono certo la droga del Terzo Millennio, come qualcuno continua a sostenere, ma se vogliamo addirittura qualcosa di ancora più lucroso, visto che il controvalore del loro mercato ha superato quello degli stupefacenti. Le informazioni personali costituiscono quindi il campo di battaglia su cui si giocheranno le prossime partite politiche più importanti. Non è un caso se l’Europa ha scelto di dotarsi di un regolamento, il GDPR, che è particolarmente stringente nei confronti delle aziende che gestiscono dati, una serie di norme che mettono in campo sanzioni particolarmente elevate per chi non mette in atto tutte le misure preventive necessarie e non comunica alle autorità eventuali data breach. E non è un caso se proprio uno scandalo relativo alla gestione delle informazioni personali – il rapporto tra Cambridge Analytica e Facebook – ha incrinato per la prima volta la luna di miele tra gli utenti e Mark Zuckerberg, che nella considerazione di tre quarti della popolazione è passato da una reputazione positiva di oltre l’80% a oggetto di un sospetto diffuso.

 

 

C.A. Carnevale-Maffè - High resolution Picture 2
Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore della Sda Bocconi

Commodity droga, cibo. Il dato

Il dato, dunque, viene di volta in volta paragonato a una commodity (come nel caso del petrolio), a una droga e perfino a un alimento. Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore della Sda Bocconi intervenuto in un dibattito organizzato a Milano da The Innovation Group proprio sul tema dei dati nell’ambito dell’annuale Data Innovation Summit, ha paragonato il dato a un uovo. «Se io compro un uovo – dice Maffè – lo pago 50 centesimi. Se però lo compro da Cracco, che su questo prodotto ha costruito una sorta di mitologia privata, lo posso pagare 80 euro. Se, infine, l’uovo lo compra Amadori, è capace di costruire un’azienda da centinaia di milioni di fatturato, sempre partendo dallo stesso uovo.

Tradotto nell’universo Facebook, il dato ha valore solo se viene associato a un algoritmo, che fa davvero la differenza. Il social network di Zuckerberg punta tutto sull’attenzione umana, la compra in un’epoca in cui è sempre più scarsa. L’Europa dal canto suo sta agendo con modi sbagliati: non si può pensare di intervenire in maniera così pesante, anche se con un intento meritevole, e cioè proteggere la privacy. Facebook, dal canto suo, ha fatto del bene all’umanità intera, ma ha preso alla leggera il suo ruolo. E ora il Vecchio Continente sembra vendicarsi attraverso una sorta di “esproprio leninista” del dato aziendale. Facebook, che dal canto suo forse ha capito che deve smetterla di giocare sul detto e non detto, sull’ingenuità ha in ogni caso creato la base di un mercato enorme, basta pensare a com’era il mondo prima del suo avvento».

 

Mark Zuckerberg. Sono finora caduti nel vuoto gli inviti del Parlamento Europeo al Ceo e fondatore Facebook a presentarsi dopo le vicende di Cambridge Analytica

 

Facebook: colpevole o capro espiatorio?

C’è chi arriva a sostenere – come nel caso dell’ex parlamentare Stefano Quintarelli – che questa vicenda possa minare alle fondamenta il social network di Zuckerberg. «Facebook – dice l’ex deputato di Scelta Civica – guadagna 2,4 euro al mese per utente in Europa, cifra che sale fino a 9 dollari negli Usa. Diversamente da quanto molti pensano, il social non vende i dati, ma li usa per i propri scopi di profilazione. Il problema semmai è l’atteggiamento poco trasparente di Facebook, che sapeva del furto di dati già da due anni ma che non ha fatto niente per impedire che questo evento potesse essere così dirompente».

Quando si parla del ruolo che Facebook ha giocato nelle elezioni americane e che – qualcuno dice – avrebbe esercitato anche in quelle italiane, ci si dimentica di descrivere in maniera più approfondita quale sia stato il vero apporto del social network. «C’è stato – si chiede Giorgio De Michelis, professore di Informatica teorica e Sistemi informativi all’Università di Milano Bicocca – un abuso di informazioni personali o un furto? Le due cose sono profondamente differenti. Ancora: si parla di condizionamento: ma qualcuno sa quanti voti siano stati effettivamente spostati? C’è stato un meccanismo psicologico che ha indotto qualcuno a votare in modo diverso da come aveva ipotizzato inizialmente? E, se sì, com’è stato possibile?

L’interrogatorio di Zuckerberg davanti al Congresso Americano è stato imbarazzante non perché il giovane Mark sembrasse particolarmente a disagio, ma perché nessuno si è sognato di chiedergli quale sia stato l’uso che è stato fatto dei dati e chi vi possa accedere. Tornando al GDPR: se venisse applicato in toto, impedirebbe di funzionare a qualsiasi soggetto come Facebook o Google. È evidente quindi che, come spesso accade, rimarrà tutto uguale perché non è stato detto che cosa fare, la procedura con cui garantire la sicurezza dei dati e non sono state messe in evidenza le procedure richieste».

 

 

Un momento del dibattito organizzato da The Innovation Group nell’ambito dell’annuale Data Innovation Summit

 

Le aziende hanno finora agito in maniera “leggera”

Per Valentina Frediani, consulente legale informatico, le aziende stanno pagando lo scotto di un’ignoranza molto profonda e Facebook è la proiezione perfetta di questa gestione “leggera” dei dati. Non si può spiegare altrimenti il modo poco concentrato con cui aziende e privati hanno deliberatamente donato le informazioni fondamentali della propria persona o del proprio business a soggetti terzi pensando che questo servizio sarebbe stato offerto in maniera totalmente gratuita. C’è infine da collocare Facebook e i social network in genere all’interno di un evo ben definito, un’era inflazionaria che coinvolge tutti i media. È successo con la stampa, quando l’industrializzazione dei processi ha permesso il proliferare di quotidiani e periodici, sta succedendo ora con i siti internet e la rete.

Ne è convinto Cosimo Accoto, visiting scientist presso il Sociotechnical Systems Research Center del MIT di Boston, che durante l’incontro di Innovation Group ha sostenuto che ere «come quella che stiamo vivendo non solo producono un’abbondanza informativa, ma modificano anche il concetto stesso di falsità. Quando arrivano le ere inflazionarie si creano anche gli anticorpi per combattere le falsità che sono legate ai nuovi media. In un’altra epoca inflazionaria, il Rinascimento, abbiamo dovuto attendere l’arrivo di Lorenzo Valla e della filologia per poter distinguere un documento scritto che fosse vero da uno falso. In quest’epoca che viviamo oggi siamo ancora in attesa di creare anticorpi efficaci che possano affrontare il proliferare di dati fasulli e che consenta, oltretutto, di arginare il “mercato” dei dati».

Condividi questo articolo sui Social Network

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Latest from Analisi

Go to Top
ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER
Rimani aggiornato su notizie, eventi, analisi e approfondimenti
dal primo sito italiano dedicato a economia reale,
industria manifatturiera e Industry 4.0
Le tue informazioni non saranno condivise con nessuno soggetto terzo.
ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER
Rimani aggiornato su notizie, eventi, analisi e approfondimenti
dal primo sito italiano dedicato a economia reale,
industria manifatturiera e Industry 4.0.
Le tue informazioni non saranno condivise con nessuno soggetto terzo.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER