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direttore Filippo Astone

Essere imprenditori significa essere innovatori

di Carlo Robiglio ♦ L’autore dell’articolo, imprenditore dell’editoria e della formazione, ha sempre ritenuto l’innovazione un argomento centrale. Per questo ha investito, insieme ad altri, in start-up innovative (Gnammo, Socializer e non solo) e si è impegnato come presidente della piccola industria di Confindustria Piemonte. Ecco le sue riflessioni. 

Abbiamo portato in tutti i villaggi le nostre armi segrete: i libri, i corsi, le opere dell’ingegno e dell’arte. Noi crediamo nella virtù rivoluzionaria della cultura, che dona all’uomo il suo vero potere. Adriano Olivetti

Adriano Olivetti
Adriano Olivetti

Ho pensato di prendere spunto da Olivetti e da queste sue parole per ricordare a tutti noi che “innovare” è innanzitutto espressione di uno stato dell’Essere.

La “capacità di innovare” e l’essere innovatori passa in primo luogo da una “cultura” dell’innovazione che dovrebbe essere insegnata nelle scuole, per fare in modo che da adulti, in ogni campo del proprio agire e nelle professioni, si sviluppi questo seme che dà origine alla pianta dell’innovazione.

Pianta in continuo sviluppo e che a tendere produce frutti sempre più rigogliosi.

Per le imprese e gli imprenditori questi concetti sono ancora, se possibile, più veri e determinanti e non possiamo non partire da qui e non prendere spunto dalla necessità di un grande salto mentale e culturale che ci porti a concepire la cultura dell’innovazione continua e la propensione alla stessa, come elementi non solo determinanti per essere definiti autenticamente imprenditori ma, forse, discriminanti, tra l’essere imprenditori ed il non esserlo.

Mai come ai nostri giorni, essere imprenditore significa avere visione di innovazione e la leadership, altro imprescindibile requisito, non può essere separata in alcun modo da questa capacità di visione che si sintetizza nella propensione al rischio, attitudine che fa parte del Dna degli imprenditori di razza.

Oggi la differenza che per tanti anni si è fatta e si fa ancora tra imprese piccole e grandi, non ha più ragione di esistere.

Il parametro che rappresenta la reale differenza è quello che separa imprese che investono in innovazione e sviluppo e quindi destinate a crescere, a creare valore e posti di lavoro, rispetto a quelle che NON innovano e quindi restano piccole e con il passare degli anni vengono cedute o chiudono o, essendo già grandi, con il tempo sono destinate a implodere.

Oggi la condizione dell’impresa è di per se stessa imprescindibilmente una condizione dinamica.

L’impresa NON può fermarsi ad aspettare, in quanto le imprese vincenti sono e saranno sempre più quelle che, comportandosi da le lepri, porteranno dietro a sè il “gruppo” di quelle che rincorrono per definizione e che a loro volta dovranno continuare ad adattarsi alle barriere competitive che le innovatrici porranno.

Abbiamo anche un grande dovere di chiarezza nei confronti dei tanti giovani e meno giovani che stanno profondendo tutto se stessi per lo sviluppo delle loro startup e delle loro imprese innovative.

Dobbiamo trasmettere loro in primo luogo che per avere successo non sono sufficienti una buona dose di capacità innovativa e buone idee, ma devono sapere che la “fortuna” di per sé non esiste.

Essa è annidata dentro il destino di tutti noi, a condizione che si sappia essere tenaci e capaci di resistere nei momenti difficili adattandosi e comprendendo i cambiamenti dei mercati e della società circostante.

La capacità di visione a medio lungo termine è divenuta il vero vantaggio competitivo.

Non ci sono mercati finiti, ci sono mercati maturi che esigono cambiamenti; che richiedono imprese capaci di cogliere questi cambiamenti e di generare quell’offerta che può scatenare la domanda.

Ho conosciuto i telefonini portatili (come li chiamavamo allora) quando avevo quasi trent’anni e fino a quell’epoca avevo vissuto benissimo senza; da quando li ho scoperti non posso più farne a meno.

Giusto o sbagliato? Non lo so.

Potremmo parlarne ore. Ma l’offerta di quella “diavoleria” che complica la vita a tutti noi, ha incontrato tra le altre l’esigenza del sottoscritto che, quanto meno, avrebbe potuto in tal modo avvertire del ritardo ad un appuntamento importante senza sentirsi in totale imbarazzo.

Quindi il messaggio che oggi trasmettiamo da questa giornata è di grande speranza, concreta e reale per i nostri territori, perché solo attraverso il dinamismo delle realtà che continuamente innovano e progettano, mettendo in campo idee e capacità nuova, potremo creare valore e futuro per i nostri giovani e per il Paese.

Da uno sguardo di insieme, da recenti previsioni di Confindustria e Cerved, emerge un quadro che nel medio periodo appare positivo per il nostro nord-ovest. Le Pmi dovrebbero infatti registrare a fine 2016 una crescita sia in termini di fatturato che di valore aggiunto (oltre il 4% su base annua) proseguendo la faticosa e graduale ripresa registrata negli ultimi due anni.

In sostanza il nostro tessuto imprenditoriale si presenta, dopo lo tsunami del 2008, ridotto nei numeri ma più solido, pur mantenendosi purtroppo al di sotto dei livelli pre-crisi.

Innovation
Innovation

Per consolidare questi dati è quanto mai necessaria una strategia capace di rafforzare la propensione all’innovazione delle nostre imprese, soprattutto delle startup e delle PMI, sfruttando finalmente in maniera sistematica e con una regia a livello governativo, le favorevoli condizioni del credito che, ancora, appare essere una delle note dolenti e dei freni agli investimenti in ricerca e sviluppo.

Se ci riferiamo nello specifico al Piemonte, che unitamente ai territori della Valle d’Aosta può essere considerato un unico agglomerato, vediamo che vi sono un buon numero di startup, ad oggi 376, a dimostrazione della credibilità dei nostri incubatori e del sistema universitario; viceversa appare quanto mai sparuta la “pattuglia” delle Pmi innovative, solo dieci sulle circa 164 a livello nazionale.

Appare evidente come l’innovazione sia quindi uno dei temi sui quali più si debba investire, innanzitutto dal punto di vista, come dicevamo, culturale.

Oggi è quanto mai necessario investire in riferimento alle nuove tecnologie, ai sistemi produttivi e ai molteplici settori di specializzazione: meccatronica, energetico, tecnologie dell’informazione, aerospazio, alimentare, chimica verde, tessile, materiali avanzati.

Nella nostra regione il ruolo della Ricerca e dell’innovazione sta tornando ad essere un driver di sviluppo. Un modo per rafforzare la competitività dell’industria e consentirle di gareggiare sui mercati internazionali, riducendo il divario con i principali paesi nostri concorrenti.

Nello stesso contesto e in parallelo si pone l’altro annoso problema delle Pmi che riguarda il loro scarso grado di informatizzazione.

Sono purtroppo ancora al di sotto della media europea le aziende che hanno un sito web degno di questo nome e poche quelle che utilizzano canali di e-commerce per vendere on line o che possiedono adeguate tecnologie Ict.

Come possiamo vedere ampio è lo spazio di miglioramento e grande il lavoro che ci attende.

In quest’ottica vorrei richiamare l’interessante editoriale di Guido Tabellini, economista e già rettore dell’Università Bocconi tra il 2008 e il 2012, uscito sul Sole24Ore lunedì scorso dal titolo “Innovazione, la partita decisiva dell’Italia”.

Tabellini si pone la domanda retorica di quali debbano essere le priorità per il neoministro del Mise Carlo Calenda, al fine di invertire la tendenza del Paese verso una caduta che appare inesorabile.

Carlo Calenda, ministro allo Sviluppo
Carlo Calenda, ministro allo Sviluppo

La vera priorità, quella che può davvero fare la differenza tra sviluppo e stagnazione, riporta Tabellini, per tornare a crescere in modo duraturo, consiste nell’espandere il numero di imprese che producono innovazione.

Le economie avanzate crescono perché innovano. Le imprese che innovano crescono più in fretta, pagano meglio i dipendenti e attraggono talenti, stimolando così anche la crescita delle altre imprese.

Chi innova cattura il valore dell’innovazione e cresce più rapidamente. Gli altri si accontentano delle briciole.

Come sostiene Enrico Moretti, economista a Berkeley, ogni nuovo posto di lavoro creato nel settore dell’innovazione fa nascere cinque altri posti di lavoro; chi innova dà lavoro, si arricchisce, spende.

Ma che cosa si può fare per facilitare questo processo virtuoso di espansione dei settori legati all’’innovazione?

Primo, l’innovazione la fanno le persone e alcune in particolare: i giovani di talento, i più istruiti, i più vicini al mondo della ricerca.

Secondo, le persone istruite e di talento sono attirate da individui simili a loro. La chiave del successo di Silicon Valley, Londra, New York, Boston, è che hanno creato una massa critica di individui alla frontiera nei loro settori, che interagiscono, imparano gli uni dagli altri, emulano chi lancia una nuova start-up, si specializzano nell’assistere l’innovazione.

Per far crescere i settori e le imprese che innovano, dunque, occorre innanzitutto attirare e accumulare capitale umano. Esattamente il contrario di quanto sta facendo il nostro Paese, che ogni anno vede crescere l’esodo dei giovani talenti, che spende sempre meno in ricerca e dove l’istruzione avanzata è sempre più lontana dalle migliori pratiche internazionali.

Questa è senz’altro la priorità più importante per una politica dello sviluppo: promuovere e coordinare interventi per attrarre capitale umano e facilitare la crescita dei settori che innovano.

Vi è più di uno strumento per farlo, sostiene Tabellini, per esempio: aumentare i finanziamenti alla ricerca, investire nelle università, un vero credito di imposta per chi fa ricerca e innovazione, esenzione totale per le start-up, concedere agevolazioni fiscali agli scienziati e al personale qualificato che si trasferisce nel nostro Paese, migliorare la qualità della vita e i servizi di base nelle nostre città.

Se vuole davvero incidere sullo sviluppo economico in modo duraturo, è questo il ruolo più importante del neo ministro Calenda.

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