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Il futuro dei Digital Innovation Hub

di Laura Magna ♦ Compie un anno lo strumento previsto dal piano Calenda insieme ai Competence Center. Come conviene usarlo? Che cosa hanno fatto le aziende? Che accadrà? Parlano  Giuseppe Linati e Gianluigi Viscardi

All’ inizio del percorso che dovrà agevolare la diffusione di Industry 4.0 in Italia ci sono i Digital Innovation Hub (Dih). «Uno sportello con una diffusione capillare sul territorio al quale si rivolge in prima battuta la pmi che vuole avviare un iter di digitalizzazione. Lo sportello ha il compito di  indirizzarla laddove vi possano essere competenze o servizi necessari a rispondere alla sua domanda; se ha necessità di accedere al credito per il 4.0, per esempio, la destinazione può essere una banca, in base a una mappatura che il Dih ha realizzato; se necessita di strutturare un piano di acquisto di tecnologie 4.0 sarà inviata a una società di consulenza o a un Competence center. Competence Center e Dih sono due nodi della stessa rete: uno dirige il traffico delle imprese per incanalarle nella direzione corretta, l’altro riceve quelle che hanno bisogno delle competenze e lavora sulle necessità di informazione, formazione e trasferimento delle tecnologie».

A spiegare a Industria Italiana la relazione tra i due principali attori del piano Industria 4.0 di Carlo Calenda, è Marco Taisch, professore di Sistemi di produzione automatizzati e tecnologie industriali al Politecnico di Milano e referente per l’Università meneghina del Competence Center Bovisa, ai nastri di partenza (ne abbiamo parlato qui  recentemente). Taisch ha contribuito alla strutturazione dell’assessment, quella sorta di “esame” preliminare a cui vengono sottoposte tutte le imprese che si rivolgono al Dih lombardo.

 

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Gianluigi Viscardi, i ceo di Cosberg, presidente del Consiglio Direttivo del Digital Innovation Hub Lombardia e anche del Cluster Tecnologico Nazionale Fabbrica Intelligente

Il Dih lombardo in piena attività: ecco cosa ha fatto finora

Se il Competence Center Bovisa avvierà l’operatività a metà 2019, il Dih lombardo è operativo da inizio 2018 e già alla struttura si sono rivolte un centinaio di aziende; abbastanza per poter tracciare un primo, seppure parziale, bilancio. A inquadrare la situazione ci aiutano Giuseppe Linati, che del Dih lombardo è direttore, e Gianluigi Viscardi, il ceo di Cosberg (azienda nel settore delle macchine per l’automazione dei processi di montaggio), presidente del Consiglio Direttivo del Digital Innovation Hub Lombardia e anche del Cluster Tecnologico Nazionale Fabbrica Intelligente (Cfi).

Quest’ultima è l’associazione di oltre 300 fra grandi, piccole e medie aziende, università ed enti di ricerca che riunisce tutte le anime del manifatturiero avanzato con la finalità di favorire il rafforzamento della competitività industriale italiana sui mercati, dialogando con le istituzioni. Del Cfi diremo più avanti. Prima concentriamoci sul Dih milanese e sulle sue antenne territoriali. A esso partecipano come founding members tutte le associazioni territoriali di Confindustria Lombardia. Grazie alle filiali cittadine e all’ecosistema digitale regionale coordinato dall’hub stesso, la struttura si pone l’obiettivo di supportare tutte le aziende che vogliono intraprendere il loro percorso verso la digital transformation, e questo indipendentemente dal settore di appartenenza e dalla dimensione, ma con un focus specifico sulle pmi.

«La nostra mission che è quella di aiutare le imprese ad affrontare il processo di trasformazione digitale – dice Giuseppe Linati –. E’ un percorso che inizia con l’assessment sviluppato da Assoconsult e Politecnico di Milano: si tratta di un esame che consente di misurare la maturità digitale delle aziende in relazione ai vari macroprocessi  con lo scopo di capire, da un lato la posizione di partenza delle singole imprese e orientarle nel percorso da seguire, e dall’ altro di raccogliere quei dati che saranno utili per stimare il posizionamento del sistema industriale italiano e per strutturare gli indirizzi strategici che muoveranno il processo di digitalizzazione nel Paese».

 

L’assessment

Per quanto riguarda questo strumento si prendono in considerazione quattro dimensioni che fanno riferimento alla maturità digitale di una impresa: l’organizzazione (con l’analisi della struttura organizzativa che sottende l’esecuzione dei processi); l’esecuzione (per comprendere come un processo è eseguito); il monitoraggio e il controllo (per analizzare quanto una impresa misura e tiene sotto controllo gli indicatori di performance di un processo); e le tecnologie (per mappare informazioni sulle soluzione IT utilizzate per supportare i processi). Queste quattro dimensioni sono poi analizzate nei macroprocessi che compongono la value chain di una impresa: ricerca e sviluppo, produzione, qualità, supply chain, logistica, marketing, vendite e customer care, risorse umane.

 

Lo stato dell’arte

L’hub lombardo ha già analizzato i risultati relativi a un centinaio di imprese. «Quello che emerge – spiega Linati- è che c’è stata una forte attenzione al processo di produzione e alla qualità, mentre le imprese sono deficitarie su value chain, logistica, vendita, marketing. Ed è su questi ambiti che devono focalizzarsi gli sforzi: gli incentivi del piano Calenda hanno consentito alle imprese di dotarsi dei macchinari che hanno migliorato i processi, ma non è stato fatto nulla di specifico per le altre parti della catena del valore». Tuttavia Linati, a fronte di questo risultato, mette le mani avanti e invita a considerare «i dati consolidati come un trend. Tutto da confermare con l’aumentare del numero di imprese che utilizzeranno questo strumento. Quindi al momento si devono ritenere puramente indicativi. Ma in ogni caso danno l’idea del tipo di informazioni che con questo strumento, sia a livello di sistema regionale ma anche di Paese (per quanto concerne il perimetro confindustriale), sarà possibile ottenere in futuro».

 

Il report

Spiega Linati: «Tutte le informazioni vengono raccolte in un report che il Dih Lombardia rilascia ad ogni singola impresa: oltre alla misurazione della maturità digitale, calcolata con lo strumento di assement, il report riporta anche i trend relativi alla trasformazione digitale del settore di appartenenza dell’impresa, e include una prima proposta di roadmap per avviare la trasformazione digitale che si ritiene appropriata per ogni singolo soggetto». In questo modo l’azienda ha un’idea del suo posizionamento nel suo settore e del contesto generale, oltre a ricevere un suggerimento sul percorso da seguire. Quello che ancora manca, ma a cui Confindustria Lombardia sta lavorando, è un assessment nazionale unico: anche perché la rete dei Dih è gestita centralmente da Roma, dove i dati confluiscono da tutta Italia. Avere uno strumento di analisi che dia risultati paragonabili è l’unico modo per rendere il confronto efficace.

 

 

I Dih  in Italia

Oltre ai Dih, sono sorte in parallelo reti sovrapponibili, come i Dip delle Camere di Commercio. Ma «i Dih sono le uniche organizzazione di supporto alla strategia digitale che godano di un riconoscimento in Europa: il Dih Lombardia è registrato nel Catalogo della Commissione Europea dei Dih EU, il che è un passaggio importante anche nell’ottica di futuri finanziamenti per lo sviluppo. L’Europa gioca un ruolo cruciale», afferma Linati. In Italia la rete dei Dih comprende 22 punti. La Lombardia oltre alla sede centrale di Milano, «ha antenne territoriali a Brescia, Cremona e Mantova. A Bergamo sono le territoriali a sopperire», dice Gianluigi Viscardi, che propone un esempio calzante. «Il nostro ruolo è quello di fare da medico di base agli imprenditori: gli viene fatto un check-up, tutto gratis, esattamente come la sanità pubblica: per fornire il servizio Confindustria ha investito oltre 3 miliardi. Si tratta di un passaggio necessario perché in questo momento c’è molta offerta sulla digitalizzazione e gli imprenditori hanno bisogno di essere accompagnati. Devono prima sapere qual è il loro stato di salute generale e poi scegliere lo specialista da cui andare, e il tipo di cura da seguire. L’accesso al sistema è allargato a tutti, anche alle imprese non associate a Confindustria».

 

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Dall’assessment alla fabbrica-faro

La diagnosi di base di cui parla Viscardi è l’assessment di cui abbiamo detto: «può anche svolto online, ma abbiamo preparato 14 persone sul territorio lombardo che hanno somministrato le oltre 100 domande alle imprese. Noi ci sediamo assieme agli specialisti a parlare con l’imprenditore. All’inizio l’imprenditore è sempre un restio perché teme di dover pagare, poi quando capisce, si apre e coinvolge tutto lo staff per partecipare alla anamnesi. I dati raccolti vengono elaborati in un database che restituisce il posizionamento in termini di digitalizzazione del prodotto e dell’impresa. A ognuna delle dieci aree considerate viene assegnato un punteggio su una scala da 1 a 5. In base al punteggio diciamo quali passi sono necessari per migliorare, indicando gli indirizzi dei settori e le priorità», spiega Viscardi. Questa è solo la prima fase: «Poi parte la fase due: la prima cosa che facciamo è cercare di far toccare con mano alle aziende cose già fatte. Per esempio dopo l’assessment portiamo le aziende  al Tac di Piacenza di Siemens, dove possono sperimentare le tecnologie abilitanti, e vedere on the job cosa sono le macchine interfacciate dal cad, i sensori che elaborano i dati restituendo informazioni.  È l’attività nelle fabbriche faro, che sono il core del Cluster».

 

Dih e Competence Center nel Piano Industria 4.0

I Cluster

Il Cluster è il terzo elemento della rete di abilitazione alle competenze digitali. «Si tratta di un anello molto importante in questa catena del valore: i cluster nazionali sono 12, riconosciuti da una legge dello stato che gli ha assegnato competenze ben precise. Innanzitutto, sono un’emanazione del Miur e hanno una specializzazione tematica, così come i Competence Center. Sono chiamati a tracciare una roadmap di sviluppo per le imprese a partire dalla propria area di specializzazione, che sia scienze della vita, made in Italy, Industria 4.0 », precisa Viscardi. Dal 2015 il Ceo di Cosberg  è presidente del Cluster Nazionale Fabbrica Intelligente. «È un’Associazione senza fini di lucro che, attualmente, raccoglie oltre 300 aderenti tra imprese di grandi e medio-piccole dimensioni, università e centri di ricerca, associazioni imprenditoriali, distretti tecnologici, organizzazioni non governative e altri stakeholder attivi nel settore del Manufacturing e della Fabbrica Intelligente. Il 76% dei soci industriali è rappresentato da pmi».

Viscardi individua nelle fabbriche faro l’elemento di maggior valore. ( vedi a proposito Industria Italiana qui ). Partendo dalle potenzialità del Piano Industria 4.0 «il Cluster Fabbrica Intelligente ha lanciato un programma innovativo con lo scopo di applicare tecnologie Industria 4.0 per risolvere problemi concreti. La novità sta nel farlo su impianti produttivi destinati al mercato, ridisegnando le intere fabbriche. Queste, non a caso, diventerebbero dei LighthousePlant, cioè “fabbriche faro”, che nelle intenzioni del Cluster devono indicare la strada maestra verso il manifatturiero avanzato», spiega il presidente. I primi quattro progetti di Lighthouse Plant sono già stati selezionati dal Cluster Fabbrica Intelligente per conto del Ministero dello Sviluppo Economico, con l’obiettivo di realizzare, nel triennio 2018-2020, un Piano di R&S Industriale finalizzato a introdurre innovative applicazioni digitali nell’ambito dei processi produttivi.

 

Ansaldo Energia, una delle fabbriche faro. Lo stabilimento di Genova Cornigliano

 

Il lavoro svolto fino ad oggi dal Cluster Fabbrica Intelligente è consistito una intensa attività di roadmapping, il cui punto di partenza è stata l’analisi dei mega-trend socio economici in atto, come l’invecchiamento della popolazione e l’emergere di nuovi mercati ma anche la scarsità delle risorse e il cambiamento climatico o l’avanzare delle tecnologie disruptive, che più impattano sul manifatturiero, condizionando i cambiamenti strutturali del settore. Per ciascuno dei mega-trend, sono state individuate le sfide specifiche per il settore manifatturiero che si possono concretizzare in opportunità attraverso la definizione di strategie di sviluppo. Quindi sono state definite 7 linee di intervento e di priorità per la ricerca e l’innovazione necessarie per mantenere la competitività nel settore manifatturiero e creati in parallelo dei Gruppi Tematici Tecnico-Scientifici (GTTS) con lo scopo di verticalizzare lo sviluppo di alcune aree prioritarie e animare la discussione nella community nazionale.

È  il Pnr (Piano Nazionale Ricerca) che definisce che chiaramente il ruolo dei «Cluster Tecnologici Nazionali, individuati come strumento principale per raggiungere gli obiettivi di coordinamento pubblico-pubblico (Stato-Regioni-Amministrazioni locali) e pubblico-privato, cui viene affidato il compito di ricomposizione di strategie di ricerca e roadmap tecnologiche condivise su scala nazionale». «Sulla scorta di quanto riportato nel Pnr, la missione del Cluster Fabbrica Intelligente è proporre, sviluppare e attuare una strategia basata sulla ricerca e l’innovazione, in grado di indirizzare la trasformazione del settore manifatturiero italiano verso nuovi prodotti-servizi, processi e tecnologie in grado di sfruttare e sviluppare con successo il patrimonio unico di risorse offerte dal nostro paese. Ma anche di creare una comunità manifatturiera nazionale stabile e più competitiva nella progettazione, esecuzione e valorizzazione dei risultati della ricerca e di collegare le politiche di ricerca nazionali e regionali con quelle internazionali, con lo scopo di aumentare la possibilità delle imprese e delle Regioni di utilizzare fondi di ricerca europei», conclude Viscardi.

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