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direttore Filippo Astone

Il 4.0 a due anni dal pacchetto Calenda. E adesso?

di Marco de’ Francesco ♦ La digital transformation è un fenomeno pervasivo, che coinvolge non solo le aziende e la manifattura, ma la società in genere. Il focus si sposta dall’hardware al software e le connessioni non sono solo Iot, ma persone con persone e con cose. Parlano  Parlano Marco Taisch (Polimi), Massimo Giordano (Mc Kinsey), Paolo Chiari (Aib), Stefano Fricano (Mise), Gianluigi Viscardi (Cluster Fabbrica Intelligente), Michele Rinaldi  (Soluzione Group)

Cosa deve fare veramente un’azienda per procedere lungo la strada del 4.0? Ha senso, per esempio, parlare ancora di “Internet of Things”, quando si è capito che non si tratta di connettere le macchine, ma queste con le persone, e le une e le altre con i processi, le procedure e i servizi che sono parte dell’impresa? E poi, non è sempre più importante collegare le aziende della supply chain? E quali sono, oggi, i fattori di produzione? Siamo sicuri che si tratti solo di materie prime, persone, capitale e tecnologie? Non dobbiamo forse considerare i big data, che se raccolti e analizzati possono cambiare il destino di un’azienda? La verità è che a due anni dagli esordi del Piano Calenda il 4.0 è cambiato, e le esigenze legate alla trasformazione digitale non sono più le stesse. Il focus si spostato dall’hardware al software, e poi dall’azienda a tutto il suo mondo di relazioni. Sembra un fenomeno pervasivo, che coinvolge intelligenze, politiche e la società in genere. Comunque sia, si è capito che investire in tecnologie abilitanti paga: studi sul campo lo dimostrano con chiarezza. Nell’attesa di sapere che fine faranno gli incentivi fiscali collegati a “Industria 4.0” abbiamo fatto il punto con un gruppo di esperti, tra i quali il docente di sistemi di produzione automatizzati e tecnologie gestionali al Politecnico di Milano Marco Taisch, il managing partner McKinsey Mediterraneo Massimo Giordano e altri.

 

La Quarta Rivoluzione non è solo industriale, ma pervasiva, e anche l’espressione “internet delle cose” va superata

In questi due anni in particolare, sotto l’egida del Piano Calenda, si è tanto discusso a proposito della natura della Quarta Rivoluzione Industriale. I cui contorni,  – secondo il direttore di Industria Italiana Filippo Astone – non sono del tutto chiari, dal momento che i primi investimenti risalgono ad un anno e mezzo fa. E poi, per certi versi, è una rivoluzione annunciata prima del suo avverarsi, circostanza mai verificatasi nelle precedenti manifestazioni di rinnovamento globale del mondo industriale. Vapore, elettricità e informatica hanno definito (nominalmente in quanto “rivoluzione”) fenomeni incrementali quando questi si erano già imposti o erano già terminati. Comunque sia, a due anni dall’inizio dei lavori, il punto si può fare. E il punto è, per dirla con Nietzsche, «che la verità è che la verità cambia». L’idea che inizialmente ci si era fatti del 4.0. forse non vale più, o comunque va aggiornata.

D’altra parte, secondo Giordano «in questo breve lasso di tempo il mondo è cambiato, con vertiginose accelerazioni: abbiamo, per esempio, immagazzinato il 90% dei dati prodotti dall’umanità nel corso della sua storia. Una quantità enorme. E questi dati, la loro analisi e la connessione cambiano i destini delle aziende. Si pensi a Blockbuster, che non si era resa conto di ciò che stava accadendo con lo sbarco sul mercato di Netflix, che i film li distribuisce su internet. Il fatto è che i dati “toccano” il digitale, lo riguardano in modo completo. Anche per questo, McKinsey ha assunto 3mila tra matematici, statistici e fisici, su un personale di 15mila unità».

Così, secondo Taisch, siamo di fronte alla “rivoluzione delle rivoluzioni”. La Quarta è assai più veloce di quelle che l’hanno preceduta: quelle del passato erano sufficientemente lente da consentire alle imprese di comprendere cosa dovevano fare, di mandare in pensione i lavoratori e di assumerne di nuovi già istruiti sulle tecnologie emergenti. Oggi, invece, vanno formati i giovani che in azienda devono ancora arrivare e i meno giovani che già vi lavorano. «Va fatto, altrimenti le aziende non saranno mai in grado di superare questo periodo» – ha chiarito Taisch. – È una rivoluzione culturale, dunque, ma anche sociale; il cellulare, per esempio ha connesso le persone, così come ora si cerca di connettere le macchine.

 

 

«È pervasiva, la quarta rivoluzione, perché riguarda ambiti diversi. Le stesse tecnologie sono operative dentro e fuori della fabbrica; dunque non è corretto definirla “industriale”. È molto di più. Non parliamo più, pertanto, di Industria 4.0, perché questa espressione spinge gli imprenditori a pensare che debbano ottimizzare soltanto lo shopfloor. Dobbiamo invece parlare di catena del valore 4.0.: si tratta di trasformare tutta la filiera, se vogliamo essere competitivi, di connettere la supply chain, e quindi le imprese con le imprese». Anche “internet delle cose” è un’espressione superata. «Non si tratta più – ha affermato Taisch – di connettere il robot con il camion, con la macchine utensile; così si resta dentro i limiti spaziali dell’azienda. Che invece, tra l’altro, è fatta di persone. Pertanto, si tratta di connettere le persone con le persone e con le cose. Inoltre, l’azienda è costituita da processi, di procedure, di servizi. Tutte realtà esistenti e importanti, sebbene immateriali. In realtà, bisogna utilizzare la connettività di tutte le componenti dell’impresa a 360 gradi. Si potrebbe parlare di “internet of X”, per indicare la possibilità di ciascuno di individuare un termine olistico che esprima correttamente il concetto. Certo è che connettere solo le macchine significa non cogliere tutta la potenzialità che queste nuove tecnologie sono in grado di esprimere».

 

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Marco Taisch, docente di sistemi di produzione automatizzati e tecnologie gestionali del Politecnico di Milano

 

Quanto ai dati, ai big data, costituiscono oggi un «fattore di produzione», come le materie prime, le persone, il capitale e la tecnologia. Anche per aziende manifatturiere, che producono cose fisiche. «Fondamentale è capire come rendere i dati produttivi. Oggi sono in pochi a stimare la produttività dei dati». Quanto all’automazione, bisogna immaginare nuove forme: quella cognitiva, per esempio, e cioè quella basata sui dati. «Si immagini – ha affermato Taisch – di collocare un device su un braccio di un operatore; questi riceve informazioni in tempo reale, circostanza che può renderlo assai più produttivo. È già stato sperimentato nell’assemblaggio di vetture: la produttività del tecnico è aumentata del 20%. Così, quella azienda non ha sostituito il lavoratore con un robot, come invece aveva programmato». Di tutto questo si è parlato a Brescia alla nona edizione di “SummIT”, intitolata “Vision 4.0 – Il bilancio e il rilancio dell’Innovazione d’Impresa”, evento sull’innovazione e le tecnologie digitali del Settore Terziario di Aib (Associazione industriale bresciana) moderato da Filippo Astone, e al quale hanno partecipato, oltre alle persone citate o che lo saranno in seguito, anche l’Head Management at Sense – immaterial Reality Paolo Civardi, il Ceo di Ultrafab Alessio Bernesco Làvore e il general manager Fluid Power Dana Brevini Group Marco Brandalesi.

 

Un momento della nona edizione di “SummIT”, intitolata “Vision 4.0 – Il bilancio e il rilancio dell’Innovazione d’Impresa” :da sx Baronchelli, Viscardi, Astone, Chiari

Per quasi un terzo delle aziende non ci sono ostacoli alla trasformazione digitale, e più della metà è già operativa in questo campo

Per lungo tempo si è pensato che solo una cerchia ristretta di aziende illuminate potesse accedere rapidamente al 4.0. Non è così, almeno nel contesto delle aziende non piccole o molecolari. «Con la Survey del Politecnico del 2018 – ha affermato Taisch – abbiamo intervistato 236 imprese medie e grandi, e ciò che è emerso è che più di metà di esse, esattamente il 55%, ha già attuato delle implementazioni in chiave 4.0. E che solo una percentuale molto bassa, pari al 2,5%, non ha mai sentito parlare del tema. Alla fine, uno degli obiettivi del Piano Calenda era la divulgazione dell’argomento della trasformazione digitale, al fine di generare la consapevolezza della sua importanza nel tessuto industriale. Da questo punto di vista il risultato è stato raggiunto; quanto alle altre aziende coinvolte nella ricerca, hanno comunque letto articoli in proposito, o hanno partecipato ad eventi, o ancora hanno stanno pianificando una propria strategia di intervento».

 

Considerate quelle aziende che nell’indagine sono risultate operative in termini di Industria 4.0., queste hanno aumentato il numero delle applicazioni: sono passate dalle due del 2016 alle 3,7 stimate per l’anno in corso. Quanto agli ambiti applicativi, va detto che la trasformazione digitale ha riguardato più i processi di fabbrica che quelli relativi alla supply chain o al ciclo di vita del prodotto; e più tecnologie come gli analytics e l’Iot che altre come il cloud, la manifattura additiva o l’automazione avanzata. Tuttavia, la tecnologia smart più in crescita (+ 45%) è quella dell’interfaccia uomo-macchina in un contesto di fabbrica. Si assiste, peraltro, ad un duplice approccio: c’è chi opera con investimenti incrementali e chi approfitta degli sgravi per un rinnovamento radicale: un quarto delle aziende, fra le 107 che hanno dichiarato di aver utilizzato gli incentivi di iperammortamento e superammortamento per il rinnovo degli asset, dichiara di aver speso più di tre milioni di euro.

Quanto agli ostacoli alla trasformazione digitale, i maggiori sono la mancanza di risorse economiche e la carenza di competenze in azienda. «Ma l’aspetto davvero importante, a mio avviso – ha affermato Taisch – è che il 33% delle grandi imprese intervistate e il 29% di quelle medie ritengono che non esista alcun ostacolo alla trasformazione digitale. Tutto ciò è molto positivo. È una notizia importante, sulla quale riflettere: vuol dire che non è così complicato realizzare progetti 4.0.». Le tecnologie su cui puntare sono note: i big data, l’internet delle cose, l’automazione robotica, il cloud e la cybersecurity, l’intelligenza artificiale e la manifattura additiva. La complessità è legata al fatto che sono arrivate tutte insieme, ma è un elemento che va compreso e gestito con le dovute competenze, e rappresenta anche una grande potenzialità. «Emerge peraltro un effetto combinatorio delle nuove tecnologie – ha continuato Taisch -: utilizzandone più di una al contempo, i vantaggi in termini di produttività si ottengono con un fattore moltiplicativo, non additivo. È una circostanza sulla quale riflettere: disporre del cloud e lasciare i dati lì non serve a niente, se poi non si implementano tecnologie di analisi».

 

Investire in tecnologie digitali paga

«Abbiamo analizzato i dati che UniCredit ha messo a nostra disposizione e che sono relativi a 4.673 imprese – ha affermato Taisch – e che abbiamo confrontato con quelli di 72 sempre dello stesso campione ma risultate particolarmente attive in fatto di 4.0. Ebbene, fatto 100 il fatturato 2010, le seconde nel 2015 hanno raggiunto quota 116, contro i 108 delle prime. Le seconde, cioè, hanno superato meglio la crisi; ma un 8% in più di fatturato ha un significato relativo, se non è accompagnato da una crescita della redditività. Questa è rimasta costante, a bassi livelli, per le prime; mentre è aumentata del 37% nel caso delle seconde, guardando all’ebitda. A mio avviso, si tratta di un fatto non discutibile: investire in tecnologie digitali paga».

Le 72 aziende avanzate nei progetti digitali presentano peraltro un costo di lavoro più alto, forse a causa di personale con maggiori competenze; ma la differenza in termini di produttività con le imprese che costituiscono la maggioranza del campione è di circa 35 punti su 100. Il valore aggiunto per addetto è molto più consistente. Peraltro, gli incentivi fiscali collegati al Piano Calenda hanno, in questi ultimi due anni, reso il Paese appetibile anche da una prospettiva estera. Secondo Stefano Fricano, direttore generale politica industriale e competitività Pmi del Mise, il ministero dello Sviluppo economico, «l’Italia è il secondo Paese più attrattivo per il fisco a favore dell’innovazione. Solo l’Irlanda ci supera, in una classifica che vede la Germania al 31esimo posto e gli Stati Uniti al 32esimo». Purtroppo, non è ancora chiara la sorte degli incentivi. In generale il Piano Calenda, che come ha ricordato il presidente del settore terziario Aib (associazione industriale bresciana) Paolo Chiari «ha stimolato molto l’innovazione in macchinari, e che ha beneficiato sia le imprese produttrici che quelle utilizzatrici di questi ultimi», pare che sia stato rimodulato al ribasso, con la cancellazione del superammortamento e con il calo della percentuale di iperammortamento sugli investimenti in tecnologie abilitanti (dall’attuale 250% al 175% indicato nel documento programmatico inviato dal governo a Bruxelles). Bisognerà attendere Natale per capirci di più.

 

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Gianluigi Viscardi, presidente del Cluster Fabbrica Intelligente e ceo Cosberg

 

Quanto alle fabbriche-faro, quelle cioè, pensate per dare una visibilità concreta alle tecnologie necessarie alla trasformazione digitale e per diventare best practice per il manifatturiero italiano, si stanno facendo. «Il 15 febbraio di quest’anno – ha affermato Gianluigi Viscardi, presidente del Cluster Fabbrica Intelligente, l’associazione di oltre 300 fra grandi, piccole e medie aziende, università ed enti di ricerca che riunisce tutte le anime del manifatturiero avanzato per favorire il rafforzamento della competitività industriale italiana sui mercati, dialogando con le istituzioni – Ansaldo Energia di Genova è diventata la prima light-house plant italiana, e grazie ad un accordo con il Mise e la Regione Liguria investirà in tre anni 14 milioni di euro per sviluppare tecnologie abilitanti; ma un accordo simili è stato firmato anche da Hitachi Rail Italy; quanto a Tenova-Ori Martin e Abb, c’è già il placet del Mise, e per la sigla definitiva dell’accordo è questione di giorni».

 Nel frattempo, il 4.0 è diventato un topic

«Abbiamo analizzato i contenuti i contenuti pubblicati su qualsiasi fonte online in lingua italiana attorno alle query di ricerca legate al tema di industria 4.0 – ha affermato Michele Rinaldi, ad Soluzione Group -. I dati sono stati raccolti in un periodo di tre settimane, usando la piattaforma di social listening professionale “Talkwalker”. Ebbene, abbiamo registrato 7.200 contenuti in tema, riguardanti quasi 31mila persone». In particolare, 3.500 menzioni riguardano il welfare aziendale, 2mila le blockchain e 126 la lean production. Dove se ne parla? «Twitter, blog, notizie online, quotidiani, You Tube, periodici, Instagram e altro» – ha affermato Rinaldi.

«Sui periodici se ne parla in positivo o in modo neutro, così come sulle tv e in radio. Su twitter, però più di un quarto delle conversazioni esprimono un giudizio negativo sul fenomeno. In generale, i temi negativi sono legati al lavoro, e alla preoccupazione dei lavoratori di essere sostituiti dalle macchine, inquietudine evidente sull’hashtag #disoccupatiitaliani». Per quanto riguarda le keyword di ricerca su Google negli ultimi 12 mesi in Italia, l’espressione “Industria 4.0” ha superato “Industry 4.0”, “digital factory” e “fabbrica 4.0”. Questo fermento trova una spiegazione in una frase del vicepresidente dell’associazione industriale bresciana Angelo Baronchelli, secondo il quale «alla fine la digitalizzazione riguarda tutti e non esclude nessuno. Non è un campo mio o tuo, ma è di tutti».

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