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Global Attractiveness Index, classifiche senza trucchi

in Innovazione/Inside

di Marco dé Francesco ♦ Perché i tradizionali indici e ranking sulla competitività penalizzano troppo l’ Italia e perché  ci vuole un nuovo strumento di valutazione  per rendere giustizia al Made in Italy

Specificano lo status di un Paese nel mondo, il suo ruolo nella scacchiera dell’economia globale e nel gioco degli scambi di saperi e di esperienze. Mettono tutti in fila: i virtuosi in alto e i profani a piè di pagina. E assegnano voti che spostano aziende, capitali, investimenti e risorse umane. Indici e ranking sulla competitività, sull’attrattività, e sull’innovazione premiano i primi della classe. C’è un nucleo di paesi efficienti che si scambiano le posizioni di testa in questa o quella classifica, in base alle variabili utilizzate e al metodo teorico adottato per ottenere risultati sintetici. Il Belpaese, in tutto ciò, sembra costantemente ai margini della “prima linea”, posizionato com’è nel gruppetto degli attardati, quelli lontani dai battistrada.

Un Belpaese che arranca dietro al gruppo di testa?

Secondo il 2016 Global Manufacturing Competitiveness Index, condotto da The Deloitte Center for Industry Insights in collaborazione con lo U.S. Council on Competitiveness, l’Italia si merita il 28esimo posto, assai dietro al Messico (ottavo), alla Thailandia (14esima), e alla Turchia (16esima). Lo proiezione al 2020 ci vede al 30esimo posto, sotto la Romania (28esima). Secondo il Global Talent Competitiveness Index (GTCI) – una classificazione internazionale, giunta quest’anno alla sua terza edizione, realizzata da Adecco Group con INSEAD e Human Capital Leadership Institute (HCLI) – il posto giusto per lo Stivale è invece il 41esimo, dietro alle Barbados (39esimo) e a Costarica (40esimo).

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Matteo Marini, presidente del Cda di ABB Spa e Vicepresidente Anie con delega all’Energia
C’è qualcosa che non va

Alla fine, si tratta di giudizi che in qualche modo non ci favoriscono. E, per più di un verso, stridono con le reali capacità competitive del territorio. «Forse le classifiche non sono la ragione della scelta – afferma Matteo Marini, presidente del Cda di ABB Spa, società leader nelle tecnologie per l’energia e l’automazione che in Italia fattura 2,4 miliardi di euro con 6mila dipendenti e in quanto gruppo, con sede a Zurigo, 35 miliardi di dollari per 135mila occupati – ma senz’altro costituiscono strumenti per dirigere, corroborare o cassare argomentazioni pro o contro una certa operazione in un qualche Paese. E di sicuro influenzano l’opinione generale. In molte di queste classifiche, com’è noto, siamo parecchio indietro. Ma c’è un “ma”».

I dati raccolti per elaborare le classifiche sono disomogenei

Si trattava di vederci chiaro, di dare un occhio ai parametri. «Siamo andati ad analizzare i soggetti che hanno contribuito alla realizzazione degli indici – continua Marini, che è anche Vicepresidente ANIE con delega all’Energia -; abbiamo ottenuto gli elenchi delle persone o delle società coinvolte. Ne è uscito fuori un quadro piuttosto eterogeneo, con studi legali unipersonali, enti e istituti che qui in Italia rivestono una scarsa importanza. Secondo noi, i dati raccolti da queste fonti sono spesso disomogenei, e le survey qualitative sono basate su statistiche incerte.

Tutta la vicenda è diventata un po’ un business

Le ponderazioni sono “soggettive”, – prosegue Marini – e i modelli di riferimento sono presi da quelli in voga nel proprio Paese, da quelli di partenza, per così dire. Anche le “chiavi” relative alle performance non sono tra le più note. Va detto che ci sono Paesi, come Singapore, che hanno istituito delle figure per gestire queste cose: sono il punto di riferimento ufficiale per le società che realizzano le classifiche. Mi sembra di poter dire che ci sono parecchie storture. Forniscono i dati. Insomma, tutta questa vicenda è diventata un po’ un business».

L’innovazione metodologica del Global Attractiveness Index

Di qui l’idea di realizzare un indice con elementi di innovazione metodologica. «Si chiama Global Attractiveness Index.- spiega Marini – È basato su dati Istat e altri che con i primi hanno in comune l’autorevolezza. Sono numeri “oggettivi”. Inoltre, siamo andati al Joint Research Center (Ispra) e ci siamo fatti validare il modello econometrico. Insomma, noi non utilizziamo ponderazioni. Il nostro indice di posizionamento (che riguarda 140 Paesi, tra cui l’Italia) prende in considerazione l’apertura (e cioè la circolazione di risorse umane e di capitali) l’Innovazione (la dimensione applicativa di una invenzione, anche in termini sociali) l’efficienza (la capacità costante di rendimento, soprattutto in funzione del mercato) e la dotazione (lo stock degli asset, hard e soft). Tutto ciò si declina in un due ulteriori indici, di dinamicità e di sostenibilità. Perché se un sistema ha un valore, deve essere capace di resistere in un contesto dinamico».

Un posizionamento diverso per l’ Italia

E in questa classifica, il Belpaese ha una posizione di tutto rispetto. «Quattordicesimi, tra Hong Kong e l’Austria». Però, paesi che secondo altre classifiche ci superano di un bel po’, come la Svezia e la Danimarca, si posizionano dietro l’Italia. «Non deve sorprendere.- assicura Marini – Noi disponiamo di un tessuto industriale, soprattutto nel manifatturiero, assai diversificato. C’è la chimica, c’è la meccanica. Ci sono tante competenze. In realtà, il nostro punto di forza è la capacità delle persone, imprenditori e risorse umane in generale».

Global Attractiveness index

Un punto di partenza per definire il reale valore del Paese

Che facciamo di tutto ciò? «Abbiamo presentato il rapporto a Cernobbio, ai primi di settembre, nel contesto del Forum Ambrosetti. Vincenzo De Luca, Direttore Generale per la Promozione del Sistema Paese (Farnesina), si è impegnato a rendere il documento oggetto della più ampia diffusione presso le Sedi Estere. Il documento è stato realizzato da The European House Ambrosetti, con soci di rilievo: noi dell’ABB, la Toyota e Unilever. Ora ci sono quattro cantieri sui quali lavorare, anche grazie al rapporto: il rafforzamento dell’innovazione, lo sviluppo del manifatturiero, gli skill, e l’incremento di efficienza dei servizi».

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Paolo Gubitta, docente di organizzazione aziendale all’Università di Padova

Il Made in Italy ha un valore intrinseco elevato

Va anche detto che il Paese dispone di valori che superano qualsiasi classifica. «In effetti – afferma Paolo Gubitta, docente di organizzazione aziendale all’Università di Padova – a seconda del peso che si conferisce ai parametri di valutazione, cambia tutto. È un po’ come con il ranking delle università. Ora, le debolezze del sistema Italia sono note: le infrastrutture, e la pubblica amministrazione in genere, che con le sue lentezze non aiuta nessuno. Ma nonostante gli elementi critici, e a dispetto della zavorra, siamo ancora interessanti grazie al Made in Italy».

…e attrae gli investimenti dall’ estero

Secondo Gubitta «c’è chi investe qui, e lo fa a ragion veduta. Si pensi alla Ducati, che qualche anno fa è stata acquisita dal gruppo Volkswagen. O a gruppi stranieri del comparto vitivinicolo, che mettono le mani su note cantine toscane. Perché lo fanno? Perché il Made in Italy è una ragione in sé, sintetica: riassume il concetto di prodotti realizzati con competenze manifatturiere ed estetiche proprie di una parte del mondo. Pertanto, ha un valore intrinseco elevato. È, come dire, frutto di un percorso di accumulazione di risultati positivi. È un brand che riguarda il made, il designed e il thought in Italy. Sintetizza decenni di storie industriali, anche affascinanti. E di gusto».

Mantenere il valore Italia in mani italiane

Dunque? «Dunque attira il capitale straniero: ci rende attrattivi a prescindere da altre valutazioni, dalle statistiche e dai ranking. Perché dietro c’è il capitale umano, imprenditoriale. Pertanto, chi in portafoglio ha diversi marchi, in certi settori acquista anche il brand italiano. Si pensi alla moda. Se ti occupi di informatica, uno spazio nella Silicon Valley te lo devi trovare; se invece ti occupi di fashion, e sei un gruppo globalizzato, devi offrire qualcosa che abbia a che fare con Milano». Tutto bene, dunque? «Non tutto. Se un Paese vende i propri asset, ma non sa far ripartire il processo di accumulazione di valore percepito, possono essere problemi. Il rischio è che il valore di un Paese attrattivo passi di mano, in mani straniere».

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