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direttore Filippo Astone

Francesca Bria, l’italiana assessore a Barcellona: ecco come si crea valore con manifattura e innovazione

di Filippo Astone e Paolo Del Forno  ♦ Capoluogo della autonoma Catalogna, è una delle città più cosmopolite e aperte che ci siano in Europa, ma soprattutto una delle più smart. Nella  giunta cittadina  l’ economista trentenne, che occupa un ruolo chiave nei programmi di digitalizzazione dell’ Unione europea. Ecco la sua strategia

Utilizzare il compasso sulla mappa della Digital trasformation europea, per comprenderne il disegno, significa puntare sulla Catalogna e soprattutto su Barcellona. Oggi, oltre 7mila società internazionali hanno sede nella regione e, insieme alle aziende locali e a diversi centri tecnologici, creano un ecosistema di business all’insegna dell’innovazione, e dell’innovazione digitale in particolare, con circa 12.800 imprese ITC e 84.600 lavoratori altamente qualificati: dal 2010 al 2016, la Catalogna detiene stabilmente il secondo posto, tra i Paesi nell’Europa meridionale, nella classifica dedicata ai progetti IDE (Integrated development environment) e in quella relativa alla creazione di posti di lavoro nell’ITC. Non a caso Barcellona è la Capitale Mondiale Mobile 2012-23, che ospita l’annuale GSMA Mobile World Congress, l’evento internazionale di punta dedicato al settore.

Ma Barcellona è soprattutto, nell’era del sindaco Ada Colau y Ballano – eletta nel 2015 – un gigantesco laboratorio politico in cui viene applicata una regola: senza una strategia che tracci i modelli economici da seguire, la tecnologia non serve a nulla. Oggi Colau e la sua squadra di governo municipale puntano sul piano Barcelona Ciutat Digital 2017-2020, teso a favorire un’economia digitale plurale e a rendere possibile un nuovo modello basato, da un lato, sulla trasformazione e l’innovazione digitale del settore pubblico, dall’altro, sulla stretta collaborazione con le imprese, le amministrazioni, il mondo accademico e della ricerca, le comunità, le organizzazioni culturali e ogni singolo cittadino.

Industria Italiana tenta un fact checking con una protagonista della municipalità, l’economista Francesca Bria, che dirige il dipartimento di Tecnologia e Innovazione Digitale del Comune. Bria è una italiana doc: «Recentemente a un evento col presidente del senato Grasso a Barcellona, tutti mi dicevano ‘perchè non torna in Italia’?» Ma lei a Barcellona resterà almeno sino al 2019 (anno di scadenza del governo cittadino attualmente in carica ), in forza di un curriculum tutto all’insegna del digitale.

Bria coordina il progetto europeo D-CENR sulla democrazia diretta, ed è il principale ricercatore del progetto Digital Social Innovation in Europe. Inoltre, questa economista, che insegna al Centro studi sull’innovazione dell’Imperial College Business School di Londra , è anche consulente della Commissione Europea per gli sviluppi di internet e delle smart city ed è membro dell’Expert group sull’Open innovation della Commissione europea. È stata consulente di diverse organizzazioni e istituzioni pubbliche sempre per l’innovazione, l’open technology, l’internet delle cose e le smart city. Ed è questo curriculum che ha convinto lo staff del sindaco Colau a chiamarla a partecipare all’esperimento politico disruptive che permea la città.

 Ada Colau, sindaco di Barcellona
Ada Colau, sindaco di Barcellona

La web democracy formato Barcellona

Si potrebbero riassumere gli obiettivi della giunta Colau in cinque direttrici: dati aperti, partecipazione, trasparenza, democrazia digitale e software libero. Ma la partita è ben più interessante: «Noi vogliamo che Barcellona diventi città data driven – dice l’economista italiana -. Ovvero, giacché i dati sono indispensabili per prendere decisioni e creare strategie, noi perseguiamo il controllo di questi da parte del pubblico, rispettando la privacy delle persone. Noi sosteniamo che i dati, che appartengono ai cittadini, devono essere democraticamente impiegati per il bene di tutti. Certo è un percorso molto difficile, occorre canalizzare dati che arrivano dai trasporti, dal turismo, dalle infrastrutture, dai quartieri – tanto per fare un esempio – ma anche i dati personali di uomini e donne, per creare migliori servizi pubblici».

Pubblico, industria, centri di ricerca e cittadini nella architettura dell’amministrazione locale di Barcellona agiscono di converso, diventando la città intera “orchestratore2 dell’innovazione. La strada seguita è quella indicata dall’Ue: software libero standard, open data, innovazione prodotta coi soldi pubblici open access.«Stiamo investendo molto sulla licenza aperta e occorre definire linee guida ben fatte. Questo è il nostro obiettivo e così pure costruire reti fra città che fanno ecoinnovazione». Quanto costerà in totale la costruzione dell’ecosistema di Barcellona è difficile dirlo: «Sul piano della digitalizzazione – dice Bria – stiamo investendo quasi 80 milioni di euro».

“Vogliamo che Barcellona diventi città data driven. Noi sosteniamo che i dati, che appartengono ai cittadini, devono essere democraticamente impiegati per il bene pubblico.”

 

Siamo, a sentire Bria, nell’ambito della web democracy, che qui non si risolve con un like lanciato da un click o il decisionismo digitale di un singolo. A Barcellona, il documento di programmazione della giunta è stato scritto con la partecipazione di 40mila cittadini, attivi sia online che live grazie a ogni tipo di discussione pubblica, in diverse sedi: dai comitati di quartiere alle consulte. Al centro c’è il portale Decidim Barcelona, attraverso cui i cittadini comunicano con i decisori per implementare i progetti, oggi in cantiere ce ne sono nove. La tecnologia alla base di Decidim è molto intuitiva, l’applicazione viaggia anche sui cellulari e così le analisi dei dati. Agli oltre un milione e mezzo di barcellonesi vengono spiegati progetti e soluzioni utilizzando ogni mezzo: dalle infografiche agli open data. Le scelte ultime che il governo prende sono dunque anche per l’economista Bria: «Esito di una continua interazione tra la partecipazione alla piattaforma digitale e le assemblee nei quartieri».

Barcellona non è una ‘città sorvegliata’, ma vuole essere democraticamente ‘smart city’ il che è possibile perché la città ha 300 chilometri di fibra ottica di proprietà del comune e una presenza ubiqua di sensori utili all’efficienza energetica, alla raccolta dei rifiuti, alla distribuzione idrica. Non è certo tutto rose e fiori. Se la città ha wifi gratuito ovunque, persino sugli autobus e sulle metropolitane resta comunque un problema: «Il problema – dice Bria – è la velocità. Non ovunque viaggiamo in banda larga: ma dipende dalla regolamentazione che arriva dal livello nazionale che impone limiti alla velocità». Regole limitanti che riguardano anche l’energia. «Sull’energia la Spagna dovrebbe muoversi molto di più, in modo simile alla Germania, per esempio – dice Bria –. Abbiamo una legislazione molto restrittiva e disincentivante sulle rinnovabili. Ma noi costruiremo una impresa cittadina municipale per la creazione di energia rinnovabile. Non ce n’è mai stata una, neppure destinata alle fonti tradizionali, dato che è lo Stato in prima persona ad erogare l’elettricità con una sua azienda. Per noi la rivoluzione verde è il futuro».

La Home page del portale Decidim

Digital economy

L’empasse energetico non tarpa le ali all’industria che punta decisa su Barcellona. Con oltre 1.100 start-up la città attrae l’interesse del capitale di rischio di ogni parte del mondo. Quinta regione per start-up in Europa (dietro Londra, Parigi, Berlino e Amsterdam), la capitale della Catalogna è la quarta città dedicata all’imprenditoria digitale, secondo la classifica 2015 stilata da City Initiatives for Technology, Innovation and Entrepreneurship (CITIE; nato da una partnership tra Nesta, Accenture e Future cities catapult). Secondo Francesca Bria: «Per noi la vera innovazione è nell’andare a capire dov’è il talento e fare in modo di attrarlo. Con un occhio speciale per le PMI. Questa è la grossa sfida, perché di solito le amministrazioni puntano a lavorare con le big: è più facile giacché esse sole rispondono ai grandi concorsi. Per noi la trasformazione del procurement nella contrattazione pubblica ha l’obiettivo di far lavorare anche le piccole imprese con gare e appalti gestiti in modo trasparente. Agiamo anche la leva delle partnership pubblico-privati, assicurandoci che ci sia sempre un ritorno pubblico: l’innovazione deve essere sostenibile, dove c’è una joint venture sui progetti di innovazione al contributo pubblico deve rispondere un ritorno pubblico».

A Barcellona sono attivi sia acceleratori pubblico-privati sia acceleratori esclusivamente pubblici. Entrambi perseguono i programmi del business di accompagnamento all’impresa e del business modelling . Si investe su settori chiave e in particolare sulla manifattura digitale. «Vogliamo posizionarci come come hub d’industria 4.0 – dice Bria, che aggiunge- con la Brexit molte start up, soprattutto innovativee di punta, vogliono venire a Barcellona, proprio in virtù dell’ecosistema. Abbiamo Barcellona Tech City che è il nuovo generatore di piccole imprese molto attrattivo. Si tratta di una joint venture pubblico-privato, dove il nostro ruolo risiede nella gestione dello spazio e in progetti specifici».

“Per noi la vera innovazione è nell’andare a capire dov’è il talento e fare in modo di attrarlo. L’innnovazione deve essere sostenibile, dove c’è un joint venture sui progetti di innovazione al contributo pubblico deve rispondere un ritorno pubblico”

 

Il manifatturiero locale punta sul tessile, l’industria chimica e l’indotto dell’automobile. Bria aggiunge: «Ci preme molto anche l’health care, con tutti i suoi settori, biotecnologie comprese. È un segmento a forte vision digitale. Come dicevo vogliamo sostenere con forza le PMI». Come e attraverso quali strumenti avviene tale ingaggio è sempre Bria a spiegarlo: «Per ridefinire con le aziende di questa taglia la nuova catena del valore, sempre tenendo ferma la bussola sulla democratizzazione delle tecnologie, noi potenziamo il movimento maker, che in città è esteso e di qualità. Abbiamo fab lab, maker spaces, coworking, tutti messi in rete e che possono tutti usufruire di quattro strutture pubbliche che fanno educazione: dalla programmazione al 3D printing e a tutto ciò che investe le nuove competenze da utilizzare nel manifatturiero digitale. Siamo anche molto attivi con programmi nelle scuole, affinchè l’apprendimento delle competenze sia precocissimo».

Poblenou
Barcellona, veduta del quartiere Poblenou,Credits Börkur Sigurbjörnsson

Competenze che sono al servizio di un piano destinato al 4.0 e alla digitalizzazione come servizio alle imprese, obiettivi da ragiungere entro il 2020. Concentrando l’interesse su un distretto, che precedentemente era l’area dei creativi barcellonesi. E che ora è l’epicentro della produzione da mobile, delle reti energetiche, della filiera del cibo, dell’economia circolare che Barcellona vuole prototipizzare. Il distretto si chiama 22@Barcelona  ed è nell’ex zona industriale di Poblenou anche nota come “la Manchester catalana” nel secolo scorso. Il progetto è uno dei più grandi programmi di riqualificazione urbana in Europa.

“Stiamo investendo 10 milioni di euro, molto attenti alle piccole imprese che lavorano su manifatturiero e digitale. Per lo più attingiamo alle risorse provenienti dalla Commissione europea e dalla Regione, inoltre facciamo partnership con le imprese”

 

Dice Bria «Abbiamo installato la fibra, tutte le infrastrutture per l’innovazione avanzata, e adesso lo stiamo ridefinendo come il distretto per l’industria del manifatturiero, a partire proprio dall’esempio dell’industria del Maker movement, un’esperienza dal basso di innovazione sociale. Andiamo investendo 10 milioni di euro, molto attenti alle piccole imprese che lavorano su manifatturiero e digitale. Per lo più attingiamo alle risorse provenienti dalla Commissione europea e dalla Regione, inoltre facciamo partnership con le imprese». Un altro esempio di joint venture è il Centro internazionale di stampa in grande formato e 3D destinato a reinventare la progettazione, la prototipazione e la fabbricazione. Il centro impiega attualmente 1.700 professionisti di 60 diverse nazionalità e registra circa 150 brevetti all’anno, con HP che investe circa 60 milioni di euro l’anno nella R & S del centro.

L’intensa attività municipale attorno alle tecnologie disruptive ha attivato anche un calendario serrato di fiere. Anche queste messe in rete: «Internet print congress, Connected car industryMobile world congress e Smart city expo  sono importanti appuntamenti internazionali. Le abbiamo tutte collegate, adesso abbiamo una posta su blockchain e big data congress». E in più a Barcellona si svolge annualmente lo IoT solution World Congress  .

 

Iotbarce
Il sito dello Iot Solution Congress di Barcellona

L’esperimento politico: smart city dal basso

Non si capisce Barcellona se non si entra nella strategia politica. Barcellona secondo il sindaco Colau deve diventare una vera smart city. Struttura di connnettività, fibra, reti di sensori e la capacità di utilizzare i dati per migliorare i servizi pubblici la direbbero già più che smart, ma Bria corregge ed alza il tiro: «Per noi essere una vera smart city significa partire dai bisogni dei cittadini, non dalla tecnologia. Partire dai bisogni significa migliorare la sanità pubblica, migliorare i trasporti, diminuire le emissioni di Co2, dare accesso a case sostenibili in termini di affitto e compravendita. Ma anche garantire la trasparenza: tecnologia della trasparenza. Barcellona è la prima città al mondo ad avere un’infrastruttura – all’interno della piattaforma Decidim, per il whistleblowing, che permette ai cittadini di farci arrivare le denunce sui casi di corruzione all’interno dell’amministrazione pubblica rimanendo in assoluto anonimato.»

“Col fordismo quando creavi una forte innovazione il patto sussisteva: imprese e stato facevano la loro parte e si cercava di capire il modello che faceva bene ai cittadini. Noi a Barcellona crediamo nel patto sociale e costruiamo modelli sostenibili”

La politica sociale della casa a Barcellona è molto espansiva, né potrebbe essere diversamente: Colau è stata tra i leader nel 2009 della piattaforma delle persone alle prese con le ipoteche e gli sgomberi. «Oggi – dice Bria – l’obiettivo è di aumentare le case sociali e fare in modo che le banche non lascino appartamenti sfitti: le abbiamo multate parecchi milioni di euro per utilizzo speculativo. Il comune, per la legge può far questo o chiedere di dare queste case destinate alla politica sociale. Le nostre azioni tendono a calmierare i prezzi. Abbiamo anche un contenzioso aperto con Airbnb».

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PlaçaGlories a Barcellona, al centro di un progetto di ristrutturazione urbanistica

Con Airbnb a Barcellona negli ultimi anni i prezzi degli affitti degli appartamenti sono aumentati del 60%. La contromisura della municipalità la illustra Bria: «Noi pensiamo di chiedere a Airbnb di pagare le imposte e poi di registrarsi come tutti gli altri albergatori rispettando le leggi locali. Stiamo anche cercando di capire come la sharing economy possa innescare anche piattaforme locali, sviluppando l’economia locale. Anche questa è innovazione». Innovazione che per Bria è mutare paradigma «Occorre coniugare sostenibilità e modelli sociali, l’innovazione deve essere inclusiva, sostenibile e democratica».

Il patto sociale deve essere riscritto. «Col fordismo quando creavi una forte innovazione il patto sussisteva: imprese e stato facevano la loro parte e si cercava di capire il modello che faceva bene ai cittadini. Noi a Barcellona crediamo nel patto sociale e costruiamo modelli sostenibili . I trasporti, per esempio, sono al cuore della nostra politica. Abbiamo la tarjeta inteligente per i trasporti integrati, una carta tipo mastercard, che varrà a breve anche per i taxi che sono di gestione pubblica».

Francesca Bria

Non ultima nel sistema Colau la questione del lavoro. Il governo cittadino sa che la digitalizzazione scompaginerà il mondo del lavoro. Dice Bria: «L’automazione industriale 4.0 stima 100 milioni di lavori eliminati nel mondo nei prossimi anni. Ebbene, le città possono fare la propria parte ma ripensando tutto: dal sistema educativo  alla prevenzione sociale e alla pensione. Ad esempio noi agiamo molto sul sistema scolastico: iniziamo dalle secondarie introducendo programmazione e computer. Abbiamo poi un’agenzia che si chiama Barcelona Activa che fa corsi di inserimento al lavoro in partnership con imprese che permettono il rientro». A Barcellona ancora non è in vigore un reddito di cittadinanza. «Stiamo studiando un progetto pilota su scala municipale, destinato ai giovani e alle famiglie che hanno più necessità. Lo pensiamo collegato con la moneta digitale. Ma tutto questo è ancora nel futuro».

 

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