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Fra Quarta Rivoluzione Industriale e un nuovo ruolo per Milano: inizia l’era Bonomi in Assolombarda

di Filippo Astone e Laura Magna ♦ La via italiana a Industry 4.0 tra i punti centrali del programma del neo eletto presidente, con più Europa, più lavoro per i giovani, meno pressione fiscale, un nuovo metodo operativo per Confindustria e un appello alla politica: basta con le delegittimazioni che consegnano il Paese all’ ingovernabilità. Gli interventi di Sala, Maroni, Calenda, Boccia

 «Il nostro compito è di attuare la Quarta Rivoluzione Industriale, interpretandola al meglio secondo il modello non tedesco ma italiano, incentrato sulle piccole e medie aziende. A questo scopo Assolombarda deve aprire tra i propri associati nuovi specifici cantieri, atti a estendere e diffondere in maniera misurabile le migliori prassi nazionali e internazionali. Cantieri volti a ottimizzare i processi produttivi, a supportare i processi di automazione industriale, a favorire la collaborazione produttiva attraverso tecniche avanzate di pianificazione distribuita, gestione integrata della logistica in rete e interoperabilità dei sistemi informativi, gestione e valorizzazione delle nuove skill richieste ai nostri collaboratori, fondate non solo sulla flessibilità, ma su una sempre crescente multidisciplinarietà.

Oltre a questi cantieri, Assolombarda deve mettere a punto una partnership con i grandi intermediari del credito. Serve una piattaforma Assolombarda di selezione e accompagnamento dell’accesso al credito per gli investimenti super e iper agevolati, a fronte di piani concreti presentati – singolarmente e per filiera – da parte dei nostri associati». La via italiana all’Industry 4.0 è fra i punti cardine del discorso con cui Carlo Bonomi, neoeletto presidente di Assolombarda, ha presieduto la sua prima Assemblea, al Teatro della Scala di Milano, il 12 giugno. Il diario di questo evento è un interessante quaderno di appunti sullo stato dell’arte dell’industria e della politica italiana. Vediamolo.

Bonomi
Carlo Bonomi, neoeletto Presidente di Assolombarda

Si parte da Milano.

Una parte importante della relazione del nuovo numero uno di Assolombarda è dedicata a Milano. E non solo per ragioni di pertinenza territoriale, ma soprattutto perché è soprattutto dal capoluogo ambrosiano che si genera valore industriale, economico, sociale, culturale. La scelta di ambientare l’Assemblea nel Teatro La Scala, uno dei simboli della Grande Milano e il luogo da cui la città dal 1778 si è proiettata nel mondo, non è casuale: «fare impresa e fare industria è fare cultura. Le nostre imprese non sarebbero ciò che sono, senza la straordinaria cultura Ambrosiana, un contributo essenziale al meglio della storia italiana ed europea», così ha esordito Bonomi, il 15esimo presidente di Assolombarda e il primo rappresentante della PMI, dopo 12 anni in cui il ruolo è stato coperto da due grandi imprenditori e da un manager.

Bonomi è patron della holding Synopo, che opera nel biomedicale (Industria Italiana ne aveva parlato qui.) Un mandato, quello di Bonomi, che inizia nel solco della continuità con quanto fatto dal suo predecessore. E che da Milano intende far ripartire la ripresa del Paese.

Sala palco
Il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala
Milano capitale dell’impresa, secondo Sala.

«Milano è la capitale del lavoro e dell’impresa. Il dato fondamentale è che l’occupazione cresce grazie alle aziende del territorio». Lo ha confermato anche il Sindaco della Città Metropolitana Beppe Sala, che ha aperto i lavoro dell’Assemblea con i suoi saluti. Sala ha rilevato un dato su tutti: «il turismo: è sorprendente che gli arrivi del primo quadrimestre 2017 abbiano segnato un +14% sul 2016. Un numero che ci fa insistere nel nostro impegno: anche questo è lavoro. C’è stata una sfida vinta con Expo ma ora resta la volontà ogni giorno di rilanciare la città, con voi. Ed è sempre più il momento di riconoscere il peso della responsabilità che grava su di noi. Tanto è stato fatto ma tanto va ancora migliorato, come la burocrazia. Stiamo facendo un grande sforzo, che prometto continuerà a essere un elemento centrale della mia politica. Cercheremo di attrarre su di esso le migliori risorse. Saranno anche altre le questioni che ci vedranno operare insieme a Assolombarda».

Il richiamo alla responsabilità da parte di Sala è al centro del suo discorso: «So che gli imprenditori si prendono la propria parte di responsabilità: voi volete farlo e avete questa attitudine alla sfida, giorno per giorno ma anche nel lungo termine. Anche la politica lo deve fare. Dobbiamo perseguire la stabilità di governo: aver avuto 70 governi in 74 anni dal dopoguerra a oggi è un male. Chi è al governo e chi non lo è deve fare la sua parte per garantire la stabilità di cui abbiamo fortemente bisogno. Il punto è: diamo la sensazione ai cittadini di avere di fronte un volto che non farà mai un passo indietro ogni singolo giorno del suo mandato».

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Roberto Maroni , Presidente Regione Lombardia
Maroni vuole a Milano l’agenzia europea del farmaco.

Di responsabilità e di corresponsabilità si è spesso sentito parlare nel corso della mattinata, ed è proprio questo il filo rosso che ha collegato tutti gli interventi. Per Roberto Maroni, presidente della Regione Lombardia prendersi la propria parte di responsabilità equivale innanzitutto oggi a partecipare alla battaglia per «il trasferimento dell’EMA, l’agenzia europea del farmaco. Dal canto nostro, abbiamo messo a disposizione il Pirellone, e questo nonostante i vari mal di pancia della politica nostrana».

Quanto alla collaborazione tra Regione e Assolombarda, è di antica data, e Maroni lo ha sottolineato ricordando quanto sia stata forte la partnership tra i due enti nel corso degli ultimi quattro anni. «Un esempio su tutti, tra le iniziative di successo compiute, è il Codice dei pagamenti responsabili a cui Regione Lombardia ha aderito nel 2014, unica in Italia. Lo abbiamo fatto perché l’iniziativa di Assolombarda è stata un buon esempio di social responsability e nella vita il contagio del buon esempio è fondamentale», ha detto Maroni.

Il Presidente della Regione Lombardia ha poi ricordato che la collaborazione costruita negli anni tra il governo regionale e il sistema delle imprese si basa «in particolare su istruzione e formazione e su ricerca e innovazione. La Regione considera fondamentale il suo sistema di istruzione e formazione che si articola, tra l’altro, nella Garanzia Giovani, il piano europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile per i giovani tra i 15 e i 29 anni lanciato nel 2014. Un piano che ha avuto un grande successo nel triennio del lancio in Lombardia: con 100mila giovani presi in carico per trovare un lavoro. Di questi giovani, per il 97% lombardi e oltre 90mila sono stai assunti in 19mila aziende regionali. Sono stati erogati alle aziende 93 milioni di euro, e il tempo medio per la presa in carico dei giovani nelle aziende sono di 11 giorni contro i due mesi di media nazionale».

L’innovazione che corre rapida e che è sempre più fondamentale per lo sviluppo delle aziende è una altra priorità di Maroni che afferma: «Il futuro per le imprese significa ricerca e innovazione. Mi ero impegnato all’inizio del mio mandato a portare al 3% del PIL lombardo la spesa per investimenti in R&S, quattro anni fa: possiamo dire con orgoglio che l’obiettivo sarà raggiunto a fine mandato. Grazie anche ai cospicui fondi stanziati negli anni a sostegno della ricerca biomedica, dell’efficienza energetica, della diffusione della tecnologia, delle smart city, della mobilità elettrica. Nella ricerca la Lombardia primeggia in Italia, ma io voglio primeggiare in Europa superando i principali competitor».

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Il Presidente francese Emmanuel Macron :la sua elezione, per Bonomi, è un elemento di fiducia in prospettiva europea

Per Bonomi ci vuole più Europa.

Ce la farà la Lombardia e con essa l’Italia a fare questo sorpasso? Il quadro è variegato. Ed è lo stesso Bonomi a tratteggiarlo: il suo lavoro parte da quello di chi negli «ultimi quattro anni ha dedicato le proprie energie a ridare fiducia alle imprese, puntando sulle loro eccellenze come motore della ripresa del nostro Paese», scontrandosi però negli ultimi mesi con eventi inaspettati e potenzialmente pericolosi per l’Europa, l’Italia e la Lombardia. Tra questi il primo è l’elezione di Trump «avvenuta tra grandi timori di un’ondata protezionista, e di severi colpi al commercio internazionale…Per l’Italia produttrice ed esportatrice è un grande rischio se l’Europa resta a guardare», ha detto Bonomi.

Il secondo evento è la Brexit, con tutto quello che ne consegue in termini di impatto che l’Italia subirà dalla fine delle quattro libertà di circolazione, a cominciare da quella delle persone. Una spirale di sfiducia interrotta, a dire del presidente di Assolombarda, dall’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo. «Non significa, come molti credono in Italia, che ora sarà Macron a ribaltare il rapporto con la Germania, e a risolvere problemi e ritardi italiani la cui colpa è solo nostra. Significa però che populismo e protezionismo non sono affatto destinati a vincere», ha spiegato il presidente.

Ora Assolombarda vuole battersi perché l’Italia tenga la barra dritta: «L’Italia, Paese trasformatore a finanza pubblica stressata, con un rilevante problema nel sistema bancario, in forte ritardo nel recupero degli investimenti, con il Quantitative Easing della BCE in via di esaurimento, deve assolutamente guardarsi da due errori: abbracciare le spinte isolazionistiche e concorrere alla crisi dell’euro. Troppe parti della politica italiana strizzano l’occhio a questi due enormi rischi. Un’Europa e un’Eurozona in frantumi ci renderebbero tutti ancora più fragili sui mercati mondiali. Per chi non l’avesse ancora capito, non abbiamo scelta. L’unica soluzione è procedere con coraggio sulla via europea», ha detto Bonomi.

Siamo ancora lontani dai livelli pre-crisi..

Come si fa? Intanto recuperando i gap che ancora resistono, nonostante i buoni numeri di Milano e della Lombardia, che sono tornati a trainare l’economia. Un risultato frutto di diversi fattori: dal polo tecnologico-scientifico post EXPO al 76,3% delle imprese del territorio che esporta (il 56,1% lo fa verso i Paesi extra Ue). Cresce anche l’occupazione, con 54mila occupati in più a fine 2016 rispetto al 2008 e 210mila occupati laureati in più. In aumento le donne che lavorano (sono 75mila in più). Il tasso di occupazione è del 66,2%, rispetto al 57,2% italiano e al 74,7% della Germania. Ma non basta: «rispetto al 2008 i prestiti bancari al quarto trimestre 2016 in Lombardia sono ancora a un -14%; i fallimenti d’impresa sono il doppio e gli investimenti fissi lordi -24,3%», rileva il presidente Bonomi.

Lef Pordenone
Apprendimento di processi Industry 4.0
L’Industria 4.0 potrebbe far lavorare molti giovani. Purchè…

Deve inoltre cambiare il passo sui giovani e sul lavoro dei giovani che la parte di industria 4.0 che ancora non è stata affrontata. «Se ormai in più di 100mila l’anno abbandonano l’Italia, è perché non vedono un futuro né per sé e né per il proprio Paese. Dobbiamo allora creare ponti affinché le nostre aziende, Università, centri di ricerca possano avvalersi dei giovani che si sono spostati all’estero. Bisogna far avvertire loro che sono i nostri ambasciatori nel mondo, che l’automazione non distrugge il lavoro. Dobbiamo dire che un Paese che mette al centro del dibattito il reddito di cittadinanza sostituisce alla centralità del lavoro quella dei sussidi di Stato. Mentre per i nostri figli dobbiamo volere un Paese dove si premino il coraggio, il merito, le opportunità. Per farlo dobbiamo avere la forza di cambiare il modello della scuola, della sanità e del welfare».

Abbassare l’Irpef!

Un terzo ordine di emergenze è quello della finanza pubblica italiana «molto più esposta ai rischi di quanto si ammetta. Aver abbandonato la spending review è stato un errore. Il total tax rate sulle nostre imprese è al 64,8%, in Austria è al 51,6% e in Svizzera al 28,8%. Le entrate tributarie continuano a crescere sempre a tassi multipli rispetto all’andamento del PIL, nuove misure come l’estensione dello split payment servono a fare cassa e drenano per miliardi la liquidità delle imprese. Noi non possiamo permettere che la politica continui a dirci che la pressione fiscale sta scendendo, mentre le nostre imprese pagano decine di punti in più dei nostri competitor in Europa».

Occorre allora riproporre la riforma IRPEF che è stata abbandonata perché senza di essa non si rilanciano redditi e consumi. «Ed è assolutamente necessario razionalizzare i diversi regimi di tassazione sul reddito delle persone fisiche e delle imprese, rivedendo il perimetro dello Stato e introducendo un’imposta negativa per i bassi redditi: su questo lanceremo un’iniziativa di confronto in tutto il Nord, perché senza toccare l’IRPEF il fisco non viene restituito alla sua finalità di volano ma continua a essere ostacolo della crescita».

Roma, la sede di Confindustria
Una nuova organizzazione di Confindustria. E un tavolo delle territoriali del Nord.

«Serve anche un nuovo metodo operativo per Confindustria. Assolombarda si confronterà con tutte le territoriali del Nord in materie come le politiche attive del lavoro, il fisco, le partnership d’impresa. Confindustria deve restare unita, ma il Nord non è Roma come Roma non è il Sud. Solo confrontando insieme le proposte distinte maturate tra imprenditori del Nord e del Sud esiste una soluzione equilibrata della crescita nazionale tra aree tanto diverse. Per questo Assolombarda si farà promotrice di una serie di iniziative volte a ridisegnare visione, capacità di proposta, incisività nell’agenda pubblica, in modo più adeguato alle nuove specificità che la questione settentrionale pone come sfida alle nostre imprese. Così da poter esercitare con sempre più forza la funzione di traino solidale del Paese, sciogliendo le mani e le potenzialità delle imprese dai troppi vincoli che continuano a stringerle».

Paolo_Gentiloni_2015
Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni

«E occorre battersi per una capacità di confronto nel dibattito pubblico ispirata a sobrietà. Basta caccia alle streghe sul fronte delle imprese. L’Italia purtroppo fatica ancora a comprendere l’impresa, come motore dell’attività, della creatività, dello sviluppo. Fatica a riconoscere “La Fabbrica”, luogo che crea ricchezza, certo, ma anche lavoro e, sicuramente, coesione sociale. Basta delegittimazioni reciproche in politica, che consegnano il Paese a nuovi rischi d’ingovernabilità: esprimiamo gratitudine al Presidente della Repubblica Mattarella e al Presidente del Consiglio Gentiloni per il compito che sta svolgendo. Ma non abbiamo bisogno di elezioni anticipate, se mettono da parte le ragioni dell’economia. Né di una legge elettorale proporzionale che impedisca ai cittadini di scegliere coalizioni e programmi. Altrimenti, la sfiducia vince e il populismo cresce», ha spiegato Bonomi, che ha concluso: «È il capitale sociale ciò che rende coesa una società, forti le sue imprese, funzionanti le sue dinamiche sociali, partecipate le sue istituzioni. Non è un sogno né un’utopia. Questo vogliamo essere, protagonisti del nostro futuro».

Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico

Lavorare sull’offerta e sui sistemi aperti, il piano Calenda

Come si combatte il populismo e l’ascesa di ideologie che alla lunga sono dannose per la nostra economia? Con la verità. Sostanzialmente è questa la tesi del ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda che, intervenendo all’Assemblea di Assolombarda, ha detto che «quando si fa un prodotto si fa ascoltando il cliente perché se lo si disegna al di là della capacità di chi ne fruisce allora è inutile. Questo Paese deve fare una scelta: quella di decidere  tra offerta o domanda. E non è una scelta banale né puramente economica, perché il lavoro sull’offerta, sulla qualità e sulla competitività dei fattori, sull’innovazione e gli investimenti è un lavoro lungo e complesso che necessita di essere consistenti nel tempo con i progetti che si lanciano.

Quello che è mancato al’Italia è stata la capacità di immaginare che lo sviluppo e la prosperità non si costruiscono con scorciatoie, perché sono il frutto di condizioni che creano le imprese che assumono e investono. Non ci sono altre vie: né la possibilità di un reddito universale o di assumere 300mila persone nella PA per risolvere al Sud la disoccupazione giovanile, com’è stato veramente proposto. Questo è un passato che ritorna, la tentazione di trovare strade alternative e facili. E questa tentazione è la ragione per cui abbiamo una forte e profonda penetrazione del populismo, sono convinto che spesa pubblica e populismo siano causa ed effetto e possano minare la forza del Paese. Ed è indubbio che la proposta del reddito di cittadinanza sia figlia degli anni di spesa pubblica incontrollata, è figlia dell’idea che si possano trovare scorciatoie».

Piano nazionale Industria 4.0
Una tavola dall’ illustrazione del Piano Calenda, Fonte MISE

Carlo Calenda è l’autore del piano industria 4.0, un piano ambizioso, partito in ritardo rispetto al resto del mondo e che proprio per questo doveva coinvolgere tutte le forze in gioco per essere efficace. «Quando abbiamo fatto la prima cabina di regia per un errore di agenda c’era a Palazzo Chigi una riunione sulle pensioni. Al mio tavolo i sindacati erano zero. Se vogliamo costruire questo piano, le politiche del lavoro sono necessarie. Ed è chiaro che sempre di più abbiamo bisogno di un sindacato che deve fare senz’altro gli interessi dei pensionati ma deve guardare molto anche allo sviluppo di un nuovo modo di lavorare che rischia di spiazzarci in modo drammatico se non elaboriamo insieme le soluzioni».

Nonostante ciò i primi numeri di industria 4.0 in termini di vendita di macchinari sono positivi. La sfida rimane davanti a noi, secondo Calenda,  ma molto resta da fare sul pilastro delle competenze. «Abbiamo provato a portare avanti il tentativo di far nascere un sistema dal basso senza provare a costruire fuori tempo massimo il nostro Fraunhofer, ma sfruttando le eccellenze che ci sono sul territorio e ribaltando quella maledizione che vuole che quando università e imprese si parlano il dialogo è complicato: questo capitolo del piano che mi impegnerà da qui a fine anno è fondamentale. Gli incentivi automatici una volta fatti vanno da sé, ma se si tratta di costruire una politica attiva è molto più difficile. Industria 4.0 è un processo aperto che tale rimarrà.

Noi sentiamo parlare di riforme da 40 anni e l’idea che se ne ha è che queste siano in grado di definire quel settore per sempre. Sempre più oggi noi andremo incontro alla necessità di strutturare invece processi che siano in grado di cambiare ogni sei mesi o un anno. Le leggi oggi arrivano a definire nel dettaglio singoli provvedimenti attuativi: io penso che nella modalità il governo dovrà strutturare processi aperti in cui, di volta in volta, ci sia la possibilità di verificare che il processi stiano funzionando, di intervenire e cambiare. Una governance più rapida e snella che aiuti la velocità di esecuzione».

Non protezionismo, ma liberismo pragmatico.

Progetti aperti e non più riforme, ma anche una rete di sicurezza. «Abbiamo bisogno di rafforzare la governance e i meccanismi di messa in sicurezza dell’Italia», ha continuato Calenda. Che ha proposto di estendere all’Italia una norma francese, cosiddetta anti-scorrerie: che prevede che chi compra una percentuale qualificata di un’azienda in Italia debba spiegare cosa ci vuol fare, per evitare che l’azienda rimanga bloccata per mesi o per anni.

«In accordo con i francesi, inoltre, ho proposto che si rafforzi la golden power ovvero che si notifichi che chi compra un’azienda a elevato contenuto tecnologico non sia un soggetto di un’economia non di mercato per evitare che questo prenda i brevetti e li porti altrove. Non è protezionismo: io lo chiamo liberalismo pragmatico. Gli scambi internazionali sono vitali: noi siamo uno dei Paesi più aperti alla competizione internazionale, abbiamo i dazi più bassi in assoluto, ma dobbiamo andare avanti con una strategia di attacco e di difesa. Gli elementi di questo liberalismo pragmatico vanno interpretati nel fatto che l’apertura di mercato siano fondamentali, il lasciare al mercato regolare chi vince e chi perde deve essere temperato dalla realtà. Viviamo in un’epoca che sarà importata al realismo, che se facciamo ragionamenti ideologi finiamo nel paese dei campanelli», ha concluso il ministro.

Vincenzo Boccia, Presidente Confindustria

La cultura industriale aiuta le famiglie: parla Boccia.

La politica industriale è la base da cui ripartire. Ma la politica industriale si costruisce su un’idea di cultura industriale che spesso ancora latita nel dibattito o, peggio, è osteggiata. «Questa è la stagione della corresponsabilità, perché siamo consapevoli che da soli possiamo fare tanto ma da soli non ce la faremo. La Lombardia è un modello dove le imprese si sentono a casa. In questa regione che accoglie imprenditori e investitori deve crescere una cultura industriale che ci deve far costruire e contrastare la cultura anti-industriale. Perché nel futuro chi è contro l’industria è contro l’Italia, questa è la sintesi chiara che emerge oggi», così Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, che rimarca sui concetti di corresponsabilità e condivisione che sono stati la cifra del suo primo anno di governo.

Boccia rivendica di aver condiviso anche con il ministro Calenda un percorso: «intervenendo sui fattori dell’innovazione e non sui settori. Perché sappiamo che non esistono settori del futuro ma innovazione in ogni settore. E questo ha determinato le scelte conseguenti di una legge di bilancio con effetti immediati: c’è un incremento degli investimenti privati e dell’export che se mantiene rispetto a quanto fatto nei primi quattro mesi dell’anno equivale a 28 miliardi di euro in più di export per il Paese e c’è un incremento di occupazione. Dico questo per rispondere a chi in termini di politica economica dice, per captare consensi, che c’è una dicotomia tra famiglia e impresa. Fare imprese significa fare famiglie e questo noi dobbiamo dire in un Paese in cui solo il 30% delle persone sa che siamo il secondo Paese industriale dell’Europa».

Con la consapevolezza che la sfida oggi sia tra Europa e mondo esterno e non tra Paesi dell’Europa. «Siamo in un’Europa integrata, che è il mercato più ricco del mondo, che per difendersi deve fare fronte comune. Ed è poi emblematico che nel corso dell’ultimo G7 la Confindustria americana abbia sottoscritto con noi e le Confindustria dei sei Paesi più industrializzati del mondo un documento contro il protezionismo. Perché sottoscrivere un documento in netta antitesi con la politica di Trump? Perché i colleghi americani sanno che il protezionismo determina un effetto sul PIL che fa sì che alla fine non costruisci società aperte ma società condominiali. Abbiamo due questioni davanti: questione italiana ed europea e dobbiamo mettere le persone al centro dell’economia».

Scala

In un momento, sottolinea il presidente di Confindustria, in cui la crescita è una pre-condizione per contrastare diseguaglianza e povertà. «E una politica economica fatta di fattori, post ideologica è quello che immaginiamo. Allora l’iper ammortamento, il super ammortamento, cosa dicono? Che bisogna puntare sull’industria del futuro, ad alta intensità di investimenti e tecnologia. E dicono che non sono incentivi, ma sono linee di indirizzo della politica industriale del Paese: per questo dico che iper e super ammortamenti vanno prorogati perché per la prima volta nella storia del Paese si tratta di un’idea trasversale ai settori che pone le imprese italiani a fare scelte che sono le scelte dell’industria dell’Occidente. Su questa linea abbiamo visto che si sono incrementati investimenti, export e occupazioni».

La ragione delle imprese, le politiche dei fattori e delle offerte si coniugano qui con la politica del Paese: non esiste contrapposizione tra imprese e famiglie e sulla questione di inclusione dei giovani, «deve però essere una inclusione massiva, non limitarsi solo ai giovani ma diventare una questione nazionale. Dobbiamo costruire quell’idea in cui si mette al centro dell’attenzione il lavoro e il reddito . Confindustria deve essere ponte tra le esigenze delle imprese e del Paese e portare a sintesi una visione unitaria in cui il territorio si caratterizza per aprirsi non per chiudersi: questa è la questione industriale».

Una visione che consentirà secondo il presidente della Associazione delle imprese di recuperare 30 punti percentuali persi rispetto alla Germania. Più pragmaticamente, si dovrà «fare leva sulle banche perché valutino anche i parametri qualitativi, spingere il progetto Elite di Borsa Italiana perché diventi un grande progetto Paese: sappiamo che se ci fossero mille imprese e ognuna attirasse 5 milioni di euro, staremmo parlando di 5 miliardi di euro. La questione industriale non è questione degli industriali ma è una sfida per il Paese: in questa vogliamo dire al ministro Calenda, parlare della vita del Paese è parlare dei cittadini italiani, del suo futuro e ci aspettiamo che la stagione riformista del governo Gentiloni non arretri ma vada avanti».

 

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