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Fabio Arpe e la cura per il “mal di banca”

di Marco Scotti ♦ La nuova normativa in vigore rischia di complicare la vita di  quelle Pmi manifatturiere in affanno e per le quali gli istituti di credito hanno chiuso i cordoni della borsa. Ma il loro stato di  salute ha solo bisogno di un check-up più accurato. E’ quello che fa Arpe Group, utilizzando anche  con un software proprietario e l’intelligenza artificiale: consulenza strategica per ottenere finanziamenti. Ecco come funziona

«In cinque anni di attività abbiamo aiutato quasi 100 imprese con un fatturato tra i 5 e i 50 milioni a reperire i finanziamenti che le banche avevano negato loro in passato. Abbiamo lanciato un protocollo che, grazie a un sistema di diagnostica che si basa su un software proprietario, riesce a tracciare le specificità delle diverse imprese e a mettere in luce i punti di forza, in modo da presentare alle banche un business plan che funzioni e ottenere nuove linee di credito. Complessivamente abbiamo reperito 140 milioni di euro. Lavoriamo con tutte le banche, non con tutte riusciamo sempre a raggiungere l’obiettivo che ci prefiggiamo, ma i miei rapporti personali non c’entrano nulla: se otteniamo credito è perché il business plan dell’azienda è piaciuto».

Fabio Arpe, fondatore dell’omonimo gruppo, ha presentato il protocollo anti-crisi rivolto alle Pmi, frutto di una “sperimentazione” avviata nel 2012 e che ha portato all’ottenimento di 140 milioni di euro negli ultimi tre anni. Si tratta di aziende con un fatturato compreso tra i 5 e i 50 milioni di euro, appartenenti per il 75% al settore manifatturiero, per il 20% al settore commerciale e per il 5% a quello dei servizi e concentrate prevalentemente tra Lombardia, Piemonte e Veneto. Arpe Group ha fornito una consulenza strategica per ottenere finanziamenti e linee di credito dalle banche.

 

 

Come funziona

Il protocollo presentato da Arpe stesso e da Davide Crippa, responsabile corporate finance del gruppo, si basa sull’affiancamento da parte del gruppo Arpe delle aziende che abbiano difficoltà a reperire capitali ma che, al tempo stesso, abbiano ancora un business solido e che non siano fallibili. Attraverso software proprietari, l’azienda fornisce sistemi di diagnostica dei problemi attraverso un meccanismo di elaborazione preventiva delle criticità. Il bilancio viene quindi analizzato non tanto in ottica presente, ma futura, per garantire che l’azienda non rischi di incorrere in “inciampi” che potrebbero portarla al fallimento. Inoltre, viene effettuato il monitoraggio della entrale rischi della Banca d’Italia, per vedere se vi siano posizioni pericolanti.

Attraverso il sistema di controllo di gestione viene analizzato il ciclo produttivo, studiando se vi siano inefficienze o se ci siano dipendenti che possono essere “sostituiti” tramite automazione. Infine si procede alle proiezioni economiche e alla valutazione del capitale economico. Questo viene fatto con un team di dieci professionisti che impiega moduli di intelligenza artificiale applicati a modelli predittivi. In questo modo si può comprendere in maniera rapida quali siano le criticità e quali i pericoli che corre l’azienda. Prima che incorra in concordati preventivi o in procedure di fallimento.

 

La nuova normativa

Le Pmi si trovano di fronte a una nuova normativa che è entrata in vigore lo scorso 10 gennaio e che «potrebbe avere effetti potenzialmente devastanti sul sistema delle Pmi – spiega Arpe -. Aziende che hanno un fatturato superiore ai due milioni di euro o con più di 20 addetti, verranno monitorate per vedere che tutti i parametri vengano rispettati. Se anche soltanto uno di questi non viene ottemperato, viene avviato il cosiddetto “Istituto dell’allerta”, ovvero persone nominate da diverse istituzioni che potrebbero portare l’azienda verso un percorso normato dalla disciplina fallimentare. La quale, è bene ricordarlo, non è minimamente cambiata rispetto al passato».

Oggi le pmi, quindi, devono presentarsi davanti alle banche per ottenere credito non tanto con lo storico dei propri dati di bilancio, ma con un business plan che spieghi quali sono le previsioni. Uno scenario che rischia di diventare particolarmente complicato per imprese magari di piccole dimensioni che difficilmente sono strutturate in modo tale da poter rispettare le richieste. «Le aziende – spiega Davide Crippa – si sono trovate di fronte a un momento di “smarrimento” simile a quello provato dalle banche con l’entrata in vigore di Basilea 2. La nuova normativa, Ifrs9, costringe a un “salto di qualità” nel rapporto con le banche, che diventano più degli investitori che dei semplici prestatori».

 

Che cosa fa Arpe Group

Con il protocollo anti-crisi Arpe Group affianca l’imprenditore con tre figure professionali: uno strategist, un senior analyst e un junior analyst. Il primo delinea, insieme al titolare dell’azienda, la nuova strategia rispetto a quella operante. Il secondo redige il piano industriale da presentare agli istituti di credito mentre il terzo si occupa delle attività di due diligence finanziaria e della redazione dell’Analyst Presentation. In sostanza viene passato “ai raggi X” il bilancio dell’azienda al fine di trovare punti di forza e di debolezza. In questo modo, il dialogo con le banche non sarà improntato come richiesta di finanziamento, ma come opportunità di finanziamento.

«In realtà – ha aggiunto Arpe – non chiediamo nulla alle banche: noi favoriamo un percorso di crescita congiunto, in cui periodicamente le banche vengono informate in sessioni dedicate sul cammino aziendale, in ottica di un corretto e proficuo rapporto banca-impresa. Sono quindi le banche stesse che, interessate al progetto industriale presentato, decidono di intervenire a sostegno. Cinque anni di testing hanno dimostrato il successo del protocollo, unico sistema in Italia a servizio delle Pmi per ottenere fiducia dal sistema bancario e credito a medio e lungo termine. Il nostro fine ultimo è accompagnare le imprese in un percorso di crescita finalizzato all’incremento del valore del capitale economico diventando un polo aggregante per altre realtà aziendali».

 

I beneficiari

Presentando il protocollo, Crippa ha portato esempi di aziende che hanno beneficiato del protocollo. Nomi non se ne fanno, ma si portano numeri per spiegare che cosa è avvenuto. Il primo caso è una società operativa nella produzione di manufatti metallici con ricavi per sette milioni di euro. Gli istituti di credito affidanti non erano più disposti a finanziare il debito a medio termine e due istituti avevano anche stretto “i cordoni della borsa”.

Con l’intervento di Arpe, invece, a distanza di 9 mesi il sistema bancario ha erogato 2,5 milioni finalizzati alla riesposizione del debito dal breve al medio termine e sostegno del circolante. Un altro esempio è quello di una società operante nella produzione di particolari in acciaio, zama e ottone con ricavi per 15 milioni. Le banche avevano deciso di non erogare nuovi finanziamenti e tre istituti di credito avevano ridotto gli affidamenti. A distanza di sette mesi dall’introduzione di Arpe Group, le banche avevano erogato 4,5 milioni di euro per rimodulazione del debito e supporto di nuovi investimenti.

«Ovviamente – conclude Arpe – non facciamo questo a titolo gratuito. La nostra consulenza ha un costo che viene splittato tra una parte fissa, corrisposta al momento della stipula del contratto e una a “success fee”, che ci viene riconosciuta solo in caso di riuscita dell’operazione. Abbiamo un tasso di successo piuttosto alto, anche perché ci concentriamo su una fase di studio preliminare che fa da selezione iniziale. Le aziende che portiamo davanti alle banche sono quelle che riteniamo abbiano la possibilità di successo più alta».

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