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Docebo, l’eLearning as a service made in Brianza che ha conquistato il Canada

di Laura Magna ♦︎ L’azienda brianzola realizza il 60% dei ricavi in Nord America. Ha fatturato 30 milioni nel 2018 ma è pronta a conquistare fette sempre più rilevanti di un mercato che potrebbe arrivare  287 miliardi di dollari entro il 2023. Un meccanismo di apprendimento continuo che ha conquistato colossi come Starbucks, Uber, Bloomberg, Thomson Reuters, Wind, Mapei, Alitalia

Testa in Brianza e braccio operativo a Toronto per aggredire un mercato che è molto più maturo di quello italiano. Docebo – letteralmente “io ti insegnerò” – azienda che produce l’omonima piattaforma di eLearning, punta a triplicare il fatturato in un biennio, a quota 100 milioni, introducendo nel suo prodotto sempre maggiore tecnologia. Una strategia che renderà possibile fruire della formazione in azienda in maniera sempre più personalizzata ed efficiente e che proprio in Nord America (da cui deriva il 60% del fatturato 2018 di 30 milioni) sembra essere molto apprezzata. Docebo mette insieme alcuni dei trend più rilevanti del 4.0: da un lato la necessità del “continuous learning” in un mondo industriale in rapidissima evoluzione; dall’altro sfrutta le stesse tecnologie alla base della trasformazione digitale – in particolare AI e 5G – per rendere la fruizione dei contenuti un’esperienza che sia la migliore possibile: customizzata, modulare, flessibile, fluida. La piattaforma e tutti i servizi annessi vengono venduti nella modalità as a service e la rete dei partner di Docebo si occupa, a richiesta, di fornire i contenuti. Un modello completamente digitale e fondato sull’iperconnessione uomo-macchina che, non a caso, ha conquistato clienti come Starbucks, Uber, Bloomberg, Thomson Reuters, Wind, Mapei, Alitalia

Il mercato dell’eLearning

Il mercato delle piattaforme di eLearning, se si focalizza l’attenzione solo sui contenitori che erogano e tracciano la formazione, vale nel mondo 7 miliardi di dollari e 180 miliardi se al contenitore si somma l’enorme business del contenuto. I numeri si trovano nell’Osservatorio realizzato dalla stessa Docebo, che stima una crescita fino a 287 miliardi nel 2023 e un valore – se limitiamo lo sguardo alle sole piattaforme per la formazione in azienda – di 31 miliardi di dollari. «Parliamo di un mercato in crescita del 10% all’anno per i prossimi cinque anni perché il settore sta maturando: se prima la piattaforma di eLearning era un nice to have nella dotazione delle aziende, adesso viene adottato su larga scala per fare formazione. Ed è diventata una tecnologia di base: un po’ come il Crm, che da applicazione di nicchia è diventata mainstream per snellire i processi», a dirlo è Claudio Erba, fondatore e amministratore delegato di Docebo, che nel 2018 ha fatturato oltre 30 milioni di dollari (+50% anno su anno) e impiega 300 persone di cui 150 nell’headquarter di Biassono, nel provincia di Monza, e 100 tra Usa e Canada, oltre a 10 in Regno Unito e qualche unità in un piccolo ufficio a Dubai – queste ultime due pure sedi commerciali. Una vera e propria multinazionale della formazione: il 60% del fatturato deriva dal Nord America, il 33% dall’Europa – di cui un terzo di questo dall’Italia – e il rimanente 7% dal resto del mondo. «Più si va verso Nord-ovest più il mercato è maturo su questi temi», dice Erba: «In Europa, Inghilterra e Francia sono le economie più avanzate sul fronte della formazione, mentre l’Italia è nel cluster dei Paesi Sud europei o Nord africani e anche la Spagna è molto più avanti».

Il mercato dell’e-learning

eLearning aziendale: perché in Italia non decolla

L’eLearning si articola in due macrosettori «il mondo dell’education (scuola) e quello della formazione aziendale. Settori separati e distinti con vendor diversi. Noi che ci occupiamo di formazione aziendale non abbiamo concorrenti che arrivano dal mondo scuola così come questi ultimi non sono presenti in mercati dedicati al lavoro. La formazione nel mondo del lavoro non è solo per dipendenti, ma anche per partner o per le reti di franchising, e persino per i clienti: dunque è un sistema molto complesso, ma anche flessibile, modulare, veloce perché se per lo studente studiare è core business, per l’azienda è solo una delle attività da gestire. Il nostro obiettivo è, attraverso la tecnologia, cambiare il modo in cui le persone apprendono».

L’Italia si distingue, in negativo, per i bassi investimenti nelle Hr: «Di solito è la grande impresa che adotta una piattaforma di eLearning, che può permettersela per avvantaggiarsi delle economie di scala: la dimensione ideale per questo prodotto è tra i fra i 500 e i 10mila dipendenti, un range che permette decisioni snelle nella parte alta e la possibilità di dedicare una risorsa ad hoc anche nella parte bassa. Ma, in generale, le risorse umane sono poco qualificate e non vogliono qualificarsi, alimentando il disallineamento tra offerta e richiesta di lavoro che deriva dall’aver sempre sotto investito in strumenti di produttività nel nostro Paese», afferma Erba.

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e-learning

La tragedia delle (scarse) competenze in Italia

Un’osservazione che non stupisce. È noto che gli italiani non brillino nelle classifiche sulle competenze. Nel nostro Paese esiste un tradizionale mismatch tra domanda e offerta di lavoro testimoniato da due numeri: un tasso di disoccupazione giovanile al 33% (ultimi dati relativi a gennaio 2019) e una quota di giovani Neet (che non studiano né lavorano) vicina al 25%. Il problema principale è proprio nella carenza di formazione: secondo l’Osservatorio sulle competenze digitali, condotto da Anitec Assinform con Aica, Assintel e con il supporto di Cfmt, Confcommercio, Confindustria e in collaborazione con Miur e Agid (ne abbiamo parlato qui) oltre il 60% delle posizioni di lavoro disponibili nell’industria sarà occupato in futuro da chi sarà dotato di competenze digitali. E non vale solo per settori come l’Itc, ma per qualsiasi professione, in qualsiasi comparto, a qualsiasi livello, in ogni ambito.

Mentre le imprese cercano esperti che maneggino agilmente le abilità digitali (e le soft skill), il Digital economy and society Index (DESI), l’indice che misura il livello di competenze digitali nei Paesi dell’Unione mostra che nel 2018 l’Italia si è piazzata quartultima in Europa, seguita da Bulgaria, Grecia e Romania. E la posizione in classifica non cambia, sia che si guardi alle competenze di base sia che si guardi a quelle specialistiche. Dati per molti versi agghiaccianti: nel 2017 oltre il 20% della popolazione italiana non aveva mai effettuato un accesso a Internet, un po’ meglio del 25% del 2016, ma ancora un livello di guardia. Insomma, siamo di fronte a un vero paradosso: l’Italia che è la seconda manifattura in Europa è 24esima sulle competenze digitali. Un divario che crea un serio problema di competitività. E, come suggerisce Ocse nel report Skill for a Digital World: «promuovere la diffusione delle tecnologie digitali è essenziale per aumentare la produttività. In ogni caso, l’adozione richiede di essere accompagnata da un appropriato sviluppo di competenze per abilitare il loro uso effettivo. In generale e in media, solo un quarto dei lavoratori usa quotidianamente software da ufficio (software di elaborazione testi o fogli di calcolo). Di questi, secondo l’Indagine sulle competenze degli adulti (PIAAC) oltre il 40% potrebbe non farne un utilizzo efficiente».

Ma il problema non è limitato alle sole competenze digitali. Secondo il Rapporto Scenari industriali dell’ Ufficio Studi di Confindustria  si assiste in Italia «a una preoccupante concomitanza di fenomeni: i) un numero di laureati inferiore alla media europea e di gran lungo più basso di quello dei paesi avanzati, anche tra i giovani, ii) una emigrazione di laureati che non ha precedenti, iii) un differenziale salariale tra laureati e non laureati che si restringe, iv) un’alta percentuale di laureati che sono sovra-istruiti rispetto al lavoro svolto». Per l’ OCSE (2015) nel 2011-12 l’Italia è risultato il paese con la più alta percentuale (33% circa) di skill mismatch e si stima che se riducessimo tale disallineamento tra le competenze fino al livello del Paese OCSE con il valore più basso in ciascun settore di attività, la produttività del lavoro in Italia crescerebbe del 10%.

Non solo. Secondo Confcooperative «in Italia solo l’8,3%dei lavoratori sono impegnati in programmi di formazione permanente, al di sotto della media europea 10,8%. Dobbiamo fare molto di più. Formare non è una spesa, ma un investimento sul futuro del Paese». Il nostro Paese ha bisogno da un lato di definire rapidamente una strategia di sviluppo delle competenze che incentivi la produttività e l’economia, dall’altro il concetto della formazione continua deve entrare nelle strategie degli imprenditori.

Docebo: il modello di business

Il modello di business di Docebo si basa sulla realizzazione di una piattaforma proprietaria e del software as a service, con un’attenzione smodata all’utilizzo delle tecnologie più promettenti (AI e 5G in particolare) per rendere la fruizione della formazione sempre più godibile per le aziende clienti. «Il cliente si abbona alla piattaforma e al servizio brandizzato come se fosse la sua propria Academy e la piattaforma di eLearning è fruibile sia da pc sia da mobile. Il prodotto che vendiamo è sempre lo stesso, la piattaforma è personalizzabile nel branding. Dei contenuti si occupano o direttamente i clienti integrandoli a seconda delle esigenze, oppure li comprano as a service attraverso i nostri partner. Siamo del tutto trasversali rispetto ai settori. Ma ci sono case history più interessanti: se formo un partner, per esempio, riscontro un ritorno immediato in termini di maggiori vendite. La formazione aziendale può essere fatta in maniera social, facendo ricorso all’open innovation: qualsiasi conoscenza può essere messa a disposizione della community. Informal o social learning consentono allo stesso modo di avere un guadagno immediato perché mi consentono di non investire sui contenuti ma di fare leva su quello che già ho, grazie allo strumento di condivisione strutturato». In questo momento sulla tecnologia proprietaria di Docebo un gruppo di 8 data scientist richiamati da Usa e da Bruxelles stanno sviluppando un algoritmo di intelligenza artificiale che potenzierà ancora lo strumento.

Tassi di crescita prodotti tecnologici

Piattaforme intelligenti con l’AI e contenuti sempre più fruibili grazie al 5G 

«Se carico un video l’algoritmo scrive il testo perché possa essere trovato cercando su Google e suggerisce corsi preferiti basandosi sulla storia del training di colleghi affini che hanno dimostrato di avere avuto benefici da quella specifica formazione. Il sistema aiuta l’uomo a fare in maniera automatica un’attività che altrimenti sarebbe super laboriosa», spiega Erba. Più in dettaglio, Ai analizza in background tutti i potenziali percorsi formativi che un utente può scegliere, individuando la via ottimale dal punto A al punto B e suggerendo la soluzione più efficiente per massimizzare i risultati formativi.

«È proprio qui che l’Intelligenza Artificiale interagisce con l’intuizione umana. Se un amministratore ritiene che un determinato suggerimento della piattaforma non sia corretto, può rifiutare la soluzione proposta. L’algoritmo dell’IA riconosce questo feedback e apprende che il suggerimento non è corretto. Ciò innesca una nuova risposta che fornisce un nuovo suggerimento, perfezionato dal feedback precedente e migliorato costantemente attraverso l’interazione con utenti e amministratori», prosegue il ceo, avvisando che AI è un hype, su cui stanno investendo tutti, ma per Docebo non è una moda: «sul tema abbiamo portato il 10% della nostra forza hi-tech e abbiamo già rilasciato i primi cinque algoritmi intelligenti che cambieranno il modo di fare eLearning rendendolo più efficace. Investiamo in ricerca e sviluppo il 25% del fatturato – ma è un dato in linea con il benchmark dell’industry, che fa dal 15% al 29%».

Claudio Erba

Secondo Erba c’è una seconda tecnologia che aprirà a breve molte opportunità per l’eLearning. Il 5G che con la sua velocità di trasmissione amplificata, la capacità di trasportare dati e una latenza infima, consentirà alle aziende di veicolare contenuti sempre più pesanti e interattivi, pensati e ottimizzati per il mobile.

«Il contenuto e la piattaforma devono comunicare», dice Erba. «Se somministro un video, è da quella stessa visione che alla piattaforma deve arrivare l’input su come è stata la comunicazione. Dall’elaborazione di questi dati si evince che oggi il cliente è frustrato da esperienze di visione non fluida, dunque il minimo di latenza del 4G è poco tollerabile, senza considerare che la rete italiana è ancora a macchia di leopardo. Avere continuità dell’esperienza aumenta il piacere di utilizzo della piattaforma, una app e una tecnologia viene adottata quando non dà frustrazione. Il ruolo del 5G è aumentare l’esperienza del consumatore. Tutto è esperienza e non è un caso che il modello del consumo si stia spostando dal possesso degli oggetti al vissuto delle esperienze».

Da startup a multinazionale in dieci anni

Docebo, che in una manciata di anni è passata da startup a multinazionale (che tiene saldamente la sede a Biassono, nonostante la proprietà ormai canadese) «nasce dall’idea di mettere a disposizione contenuti mutimediali a studenti di un corso universitario in cui ero docente: era il 2005», racconta Erba. «Abbiamo pubblicato il software nel 2005, il primo cliente è stato un grosso gruppo televisivo italiano, il secondo un’azienda di condizionatori e abbiamo creato questo business che fino al 2012 valeva meno di un milione di dollari e fatturava il 99% in Italia. Decidiamo quindi di raccogliere capitale con un investitore italiano per andare verso il cloud mentre nasceva l’It as a service. Nel 2014 abbiamo portato a casa invece l’investitore canadese che ha acquisito le quote di quello italiano. Avere la holding in Canada oggi è strategico perché rappresenta una porta di accesso a capitali e valutazioni di mercato che sono completamente diverse rispetto a quelle europee. La valutazione si basa su un moltiplicatore di fatturato: in Europa avere una valutazione di 4 volte è un successo, mentre la media in Nord America va dalle 8 alle 10 volte. L’accesso al capitale è più facile con condizioni favorevoli. E in questa parte di mondo abbiamo la possibilità di trovare un partner strategico: non immagino molte aziende europee che possano digerire un boccone come Docebo in termini di capitalizzazione».

A Biassono, invece, nel cuore della Brianza, viene svolta tutta la parte di R&D, «in un building con 90 programmatori, uno dei dieci maggiori team di sviluppatori in Italia». Una scelta altrettanto strategica quanto quella di portare la holding oltre Oceano. «Mi piace lavorare con la tecnologia in Italia, con colleghi che ricevono quattro proposte di lavoro alla settimana ma hanno una lealtà verso l’azienda strutturata e più profonda rispetto a quanto avvenga in qualsiasi altra parte del mondo. In Canada se un sviluppatore resta un anno in un’azienda è considerato un successo così come a Londra, Usa, India. Nel mondo ci sono 800 piattaforme in sviluppo tutte alla ricerca dei migliori programmatori e la competizione è feroce. Le risorse che rimangono in azienda sono un valore: perché formarle richiede molte ore uomo e investimenti elevatissimi. Un turnover elevato è dannoso».

Alla ricerca costante di talenti

Ma gli argomenti per trattenere il personale a Docebo non mancano: un forte commitment sulla formazione di laureati, grazie a collaborazioni prestigiose con Polimi e Fondazione Cariplo, e un supporto costante alla comunità tecnologica femminile, potenziale motore della crescita, sono i punti di partenza per attrarre i migliori talenti. «Nelle aziende della tecnologia le donne sono il 24%: noi eravamo al 22,2% nel 2018 e nell’ultimo quarter abbiamo toccato il 24,1%. Siamo costantemente alla disperata ricerca di persone competenti non solo sul fronte dello sviluppo, ma che siano anche affini a una cultura aziendale che è internazionale: in ufficio anche a Biassono si parla inglese. Nelle aziende il salario è solo una delle componenti che rendono attrattiva la candidatura, il resto è dato sostanzialmente dalla possibilità di crescita e da una condizione di lavoro che consenta una buona qualità della vita. In America abbiamo portato il socialismo italiano, estendendo per esempio il maternity leave di 3 settimane a 5 mesi e mezzo come in Italia. Il venerdì, in compenso, si lavora da casa in smart working anche in Italia».

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