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Cremaschi: Marchionne ha fatto (bene) solo gli interessi degli Agnelli, che non hanno mai voluto investire.

di Giorgio Cremaschi ♦  Riproponiamo parti di un interessante intervento che l’ex dirigente Fiom e attivista politico ha pubblicato su Micromega. Secondo l’articolo, Marchionne avrebbe distrutto la parte industriale italiana e i diritti degli operai. Voi che cosa ne pensate?

Giorgio Cremaschi ha pubblicato un interessante articolo su Micromega intitolato “Marchionne, Romiti, Valletta e la famiglia Agnelli” la cui versione integrale si può leggere qui. Le sue riflessioni (o provocazioni?) ci sembrano interessanti, utili ad accendere un dibattito. Noi non prendiamo posizione. Ci interessa l’opinione dei lettori.

 

Giorgio Cremaschi. Foto di Matteo Margherita

 

La tesi dell’articolo è contenuta nel primo paragrafo: «Sergio Marchionne è stato un funzionario del capitale ed in particolare della famiglia Agnelli, in assoluta continuità con la storia dell’azienda e della sua proprietà. Così vanno giudicati la sua opera e gli effetti di essa, oltre il rispetto che sempre si deve di fronte alla morte dolorosa e prematura di una persona».

 

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Vittorio Valletta accanto all Fiat 500 D, Torino 1964 ( foto Archivio Storico Fiat)

Vittorio Valletta

Il primo fu Valletta. «Nel dopoguerra», scrive Cremaschi, «il gruppo Fiat e la famiglia Agnelli hanno usufruito di tre manager che hanno fatto la storia dell’azienda e segnato quella del paese. Il primo fu Vittorio Valletta, che assunse il potere assoluto in Fiat nel 1945, dopo che il proprietario dell’azienda e capostipite della famiglia, il senatore del regno Giovanni Agnelli, fu epurato per la sua smaccata identificazione e collaborazione col regime fascista».

Per Cremaschi «Valletta fu il primo dei manager che salvarono la Fiat e soprattutto la famiglia proprietaria. La salvò dall’esproprio per collaborazionismo coi nazisti, esproprio che invece toccò alla Renault in Francia, e poi la rilanciò facendo dell’azienda uno dei grandi motori dello sviluppo industriale del paese. Per realizzare questo obiettivo Valletta perseguì la sottomissione totale degli operai ai ritmi più feroci dello sfruttamento, usò le risorse del paese e in particolare l’immigrazione di massa al nord, ed infine fece della persecuzione contro la Fiom e i suoi militanti la propria bandiera».

Poi la destituzione: «Nel 1966 Valletta fu destituito da Gianni Agnelli, il nipote di Giovanni che voleva riprendere le redini dell’azienda dopo una lunga esperienza di playboy internazionale, e solo un anno dopo morì», scrive Cremaschi, «Le celebrazioni sui grandi giornali di allora furono uguali a quelle attuali per Marchionne».( ndr. In realtà questa affermazione sulla destituzione sarebbe da verificare storicamente. A noi risulta che fosse stato un passaggio di consegne naturale e condiviso, deciso perché Valletta era anziano e malato. Solo che il passaggio di consegne doveva essere verso Gaudenzio Bono, l’alter ego di Valletta. Fu lui ad essere esautorato. Ma non ci risulta alcuna destituzione di Valletta. Ma forse questi sono solo particolari, oppure Cremaschi dispone di fonti migliori. ).

 

Cesare Romiti, al centro, tra Gianni Agnelli e il politico della Democrazia Cristiana Ciriaco De Mita, in una foto degli anni 70′

Cesare Romiti

Poi arriva Cesare Romiti. «Alla fine degli anni 70 la Fiat era di nuovo in crisi, perché di fronte alla sfida delle grandi lotte operaie e alla conquista da parte del lavoro di diritti e dignità, non era stata in grado né di rispondere con adeguata innovazione ed investimenti, né con un vero cambiamento nella gestione aziendale e nelle relazioni con i dipendenti. I fratelli Agnelli, Gianni e Umberto, si fecero da parte nella gestione diretta del gruppo che fu affidata a Cesare Romiti. (…). Romiti condusse l’attacco frontale al sindacato e alla fine di trentacinque giorni di lotta vinse, mettendo decine di migliaia di dipendenti in cassa integrazione. (…) Craxi colpì il salario con il taglio e l’avvio della distruzione della scala mobile e poco dopo Romano Prodi, da presidente IRI, donò l’Alfa Romeo alla Fiat, che così divenne il solo produttore italiano di automobili. (….). Ma la cura Romiti, se aveva risanato i profitti della famiglia Agnelli, non aveva fatto crescere adeguatamente la forza industriale del gruppo, che già all’inizio degli anni 90 era di nuovo in crisi. (…)»

 

Uno sciopero dei lavoratori metalmeccanici negli anni 70′

 

La diversificazione fallimentare. «La Fiat aveva ancora una volta bisogno di investimenti e ricerca e ancora una volta la proprietà si mostrava assolutamente sorda a questo richiamo. Anche perché in quegli anni la famiglia Agnelli aveva tentato di creare una seconda corporation, entrando nella Telecom, in Banca Intesa e in tante altre imprese che con la produzione di auto nulla avevano a che fare. Fu un’operazione fallimentare». (…)

 

Sergio Marchionne

Sergio Marchionne

Il baratro e poi arriva Marchionne. «La gestione Fiat tornò alla famiglia Agnelli e a vari manager avvicendati e l’azienda precipitò verso il fallimento. Nel 2004 la Fiat era di proprietà delle banche, che si erano svenate per un piano di salvataggio senza precedenti nel paese, e al suo capezzale venne chiamato» Marchionne.

Che cosa ha rappresentato davvero Marchionne. «Marchionne ha salvato la Fiat come azienda industriale italiana? Sicuramente no. Seguendo la traccia dei suoi predecessori, Valletta e Romiti, Marchionne ha lavorato prima di tutto per gli interessi della famiglia Agnelli, oramai assai numerosa e fermamente interessata in tutte le sue componenti ad una quota certa di profitti. Se nel passato era stato ancora possibile far parzialmente coincidere gli interessi della proprietà familiare con quelli dello sviluppo industriale dell’azienda, ora questo non si poteva più fare. (…) Ci sarebbero voluti almeno 20 miliardi di investimenti, quelli che Sergio Marchionne avrebbe promesso successivamente, quando decise di abolire il contratto nazionale. Di quei 20 miliardi, che avrebbero dovuto rilanciare quella che Marchionne chiamò la Fabbrica Italia, si sono perse tutte le tracce in azienda e anche sui giornali di questi giorni.

La Fiat è stata salvata in un altro modo, con l’intervento dello stato non di quello italiano ma di quello statunitense. Fu il salvataggio pubblico della Chrysler voluto da Barak Obama a permettere alla Fiat di evitare il fallimento e di questo va dato merito alla intelligenza politico finanziaria di Marchionne, che seppe vedere l’affare là dove la Mercedes era fuggita. La Fiat salvò la Chrysler e fu salvata, naturalmente al prezzo di essere assorbita nella multinazionale americana, di cui ora è la succursale povera. Non esiste più una industria automobilistica italiana e non solo perché la sede fiscale del gruppo FCA, nel quale la Fiat è assorbita, sta a Londra e quella legale in Olanda. (…..) Il lascito industriale di Marchionne è quello della trasformazione della Fiat in una multinazionale americana con l’Italia come sede marginale(…..)».

«In un certo senso dunque Marchionne ha portato a compimento il modello di Valletta, con una differenza fondamentale. Nel secolo scorso quel modello autoritario e discriminatorio si realizzava in un gruppo ed in un paese in grande espansione, tanto è vero che allora i salari Fiat erano più alti rispetto alla media del paese. Oggi invece il salario di un operaio Fiat è tra i più bassi, ed il gruppo riduce progressivamente occupazione e produzioni in Italia». Insomma: «Marchionne, come tutti i suoi predecessori, non ha difeso gli interessi del lavoro o del paese, ma quelli della proprietà. Una proprietà, quella della famiglia Agnelli, sempre più gaudente ed avara, della quale tutto si può dire tranne che faccia gli interessi di tutti».

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