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Dassault

Con 3DExperience il progetto che dà valore è social

di Marco de’ Francesco ♦ La possibilità di creare una community tecnica intorno a un progetto e quella di consentire ai vertici aziendali la verifica passo passo dello stato di avanzamento in vista della gestione del ciclo di vota del prodotto. Sono queste le due carte che la filiale italiana della multinazionale francese Dassault Systèmes gioca per rendere appetibile alle Pmi il software, cuore della sua offerta. Intervista con Gianluca Gonella

Due le principali direttrici della strategia della Dassault Systèmes nostrana per attrarre le Pmi: i servizi di social collaboration e quelli che riguardano la gestione di vita del prodotto. La filiale italiana del colosso francese del software di progettazione 3D ritiene di rispondere così a due fenomeni che stanno prendendo piede anche tra aziende di piccole dimensioni. Da una parte, oggi i disegni industriali sono realizzati da team che condividono idee e contributi di vario genere su un unico ambiente partendo da posizioni geografiche reciprocamente remote; dall’altra, le diverse funzioni aziendali vogliono sapere real time lo stato attuale di un prodotto, per ottimizzarne lo sviluppo, il lancio, la modifica e il ritiro.

Così come per la casa madre, anche per la filiale italiana di 200 collaboratori il cuore dell’offerta è la piattaforma 3DExperience, che ha in sé diverse funzioni di simulazione avanzata e di realtà virtuale; secondo la multinazionale, grazie ad essa e al Cloud le aziende-clienti hanno la possibilità di sperimentare, e quindi di apprendere velocemente a realizzare beni e servizi più competitivi. Ne abbiamo parlato con Gianluca Gonella, managing director Italia ed EuroMed della multinazionale.

 

Gianluca Gonella, managing director Italia ed EuroMed Dassault Systèmes

 

D. Quale strategia ha in mente per “agganciare” le Pmi nell’area di sua competenza?

R. «Due gli elementi fondamentali. Anzitutto i servizi di social collaboration. Grazie alla piattaforma è possibile creare community per condividere idee e collaborare su informazioni relative a qualsiasi progetto, che può essere approfondito e sviluppato real time dai membri di uno o più team; si può fare dashboarding, e cioè attività di sharing di grafici e metriche di business e di Kpi (indicatori di performance); si può realizzare una sentiment analysis raccogliendo le opinioni che i membri esprimono su prodotti e servizi e tanto altro.

Perché la social collaboration è strategica per intercettare le Pmi? Anzitutto perché questa modalità di lavoro è sempre più diffusa tra aziende di qualsiasi dimensione, anche tra le micro-imprese. Si pensi alla differenza tra una mail e una community su platform. Nel primo caso Tizio scrive a Caio, che inoltra a Sempronio e scrive a Mevio. Si perdono informazioni e non si capisce neppure quale sia l’ultima missiva inoltrata. Nel secondo caso gli utenti sono sempre aggiornati sui fatti e possono leggere all’istante ciò che gli altri pensano. E poi tutti possono accedere a questi servizi, a prescindere da skill e cultura specifica. Il secondo livello di accesso è invece costituito dai collaboration services, che riguardano la gestione del ciclo di vita del prodotto.

Un problema enorme, per tutte le aziende di qualsiasi dimensione, è quello di amministrare le informazioni relative a quest’ultimo in tutte le fasi: dall’ideazione al ritiro. Perché se Tizio sviluppa un certo progetto e Caio procede con una simulazione lavorando ad una versione non aggiornata, ecco che si genera un disallineamento fra l’azione dell’uno e dell’altro. Oggi sistemi collaborativi consentono la condivisione di informazioni e input sul progetto da tutte le parti interessate, e questo è un valore enorme, soprattutto per aziende di dimensioni limitate. Si pensi che fino a qualche tempo fa installare un Plm era estremamente oneroso; cose da grande industria. Oggi ci si collega al Cloud».

D. Quante sono, in percentuale fra le aziende clienti, le Pmi?

D. «Non seguo solo l’Italia; mi occupo anche dell’area Mediterranea. Comunque sia, il 70% del business è realizzato grazie a piccole e medie imprese, attraverso due canali di distribuzione indiretta: Professional solutions (per il brand SolidWorks e le soluzioni 3DExperience.Works), e Value Solutions. I nostri canali indiretti si avvalgono delle competenze della nostra rete capillare di Partner, VARs (Value Added Resellers). D’altra parte l’area geografica che tratto mostra una prevalenza di Pmi. Si pensi al Nord-Est, dove il tessuto industriale è composto da micro e medi OEM, costruttori di apparecchiature e componenti che poi vengono installate nel prodotto finito di un’altra azienda che lo commercializza con il suo marchio. Si tratta di società fortissime, che realizzano il 70% del fatturato con l’export, e che dispongono spesso di tecnologie meravigliose. Sono una delle forze del nostro paese».

D. Cosa potete fare per le Pmi?

R. «Sono aziende che hanno compreso che non si può più competere sul costo del lavoro, e che pertanto si deve farlo sul valore, su esperienze nell’utilizzo del prodotto che si rispondano alle esigenze, sempre in evoluzione, dei clienti. Perché ciò accada, dobbiamo fornire loro la possibilità di “sbagliare” e di apprendere velocemente a realizzare beni e servizi più competitivi. Da questo punto di vista, le tecnologie legate alla simulazione e presenti su 3DExperience assumono un rilievo prioritario. In generale, grazie alla piattaforma offriamo alle Pmi, in cloud e on demand con sottoscrizione, le stesse soluzioni che mettiamo a disposizione di grandi aziende multinazionali. Ma le piccole e medie aziende possono focalizzarsi sul loro core-business: quanto alla definizione delle priorità nella adozione elle tecnologie più adatte, possono affidarsi ai nostri partner.

Le Pmi possono fare passi da gigante, in questo modo. Si pensi, ad esempio, ad una società che abbiamo acquistato di recente, e che si occupa di simulazione fluidodinamica e acustica. Ora, chiunque abbia guidato una macchina sa che lo specchietto retrovisore produce un rumore; la società ha simulato il passaggio dell’aria sullo specchietto e il suono generato, tutto in modalità virtuale. Poi, ha modificato la forma dell’oggetto per ottenere una diminuzione considerevole dell’effetto acustico. Quello che voglio dire è che oggi una piccola società che fornisce specchietti retrovisori può permettersi di accedere a tecnologie di altissimo livello grazie al Cloud e di competere con aziende molto più grandi. Non c’è più bisogno di mega-strutture informatiche, ma solo di operatori competenti. Dunque il Cloud, democratizzando la tecnologia, sposta l’attenzione sulle persone».

D. Quanto a Solidworks, il lavoro di customizzazione, di integrazione del software nei sistemi della azienda-cliente è ridotto al minimo, una piattaforma per cui semplicità e usability sono fra le caratteristiche più rilevanti. Come sta cambiando il ruolo dei partner?

R.«A proposito del lavoro del partner, è chiaro che va modificandosi: da consulente informatico, soprattutto quanto a installazione e configurazione di software nelle macchine, a consulente di soluzioni, del valore: il partner sarà quello che si occuperà di spiegare come affrontare la trasformazione digitale. In un certo senso, il ruolo del partner assumerà un valore superiore. Non più mera assistenza, ma un ruolo di specialista di quel settore industriale che fornisce aiuto concreto alla crescita del cliente».

 

D. Cosa ne pensa della rimodulazione degli incentivi al 4.0 operata di recente dal governo?

R. «Con il beneficio dell’inventario, perché la materia è recente e va approfondita, pare emergere una forte volontà di ammodernamento della fabbrica e della tecnologia legata agli strumenti di produzione. Il problema è che non sono certo che ciò basti a garantire un fattore competitivo per le aziende italiane. A mio avviso, bisognerebbe investire di più nelle tecnologie che consentono un sviluppo innovativo del prodotto; perché alla fine, se una azienda dispone di una macchina che produce 100 pezzi e ne compra un’altra che ne realizza 200, ma i pezzi non sono buoni e non li vende, rimane irrisolta la questione della competitività. Occorre focalizzarsi di più sulle persone, sul know how, sulle fasi di processo che precedono la realizzazione del bene. È il modo per mantenere intatta l’eccellenza italiana nel manifatturiero».

D. Le aziende italiane sono competitive?

R. «Non tutte, ma parecchie lo sono davvero, anche su scala globale: abbiamo eccellenze meravigliose, presenti in tanti Paesi e con quote export pari ad oltre il 70% della produzione. Certo, devono tenere il passo; ma per farlo devono alzare sempre più l’asticella dei risultati da raggiungere, investendo in persone e in tecnologie. Anche al contempo, grazie, per esempio, alle piattaforme collaborative. Si pensi all’architettura. Oggi si può mettere assieme professionisti, arte, scienza, tecnologie. Aziende e studi che operano lontani gli uni dagli altri. Si aprono nuovi orizzonti».

D. A che punto è la trasformazione digitale delle aziende italiane?

R. «Ci sono aziende molto competitive, costantemente impegnate su questa strada: ora stanno passando dall’informatizzazione al Cloud. Credo però che anche per questa aziende sia necessario coniugare obiettivi di business con le tecnologie necessarie per conseguirli. E il fatto è che non necessariamente l’intermediario giusto è lo specialista dell’IT, la persona che gestisce l’informatica. Se l’azienda si prefigge il raggiungimento di un certo traguardo con il reperimento di risorse nel mondo degli acquisti o con la riduzione del numero dei fornitori, per esempio, è un problema di business, mica dell’informatica. Potrebbe essere il lavoro del partner, in un contesto consulenziale, o del Cio, Chief Innovation officer, il responsabile della gestione dei processi di innovazione all’interno della struttura aziendale. Per esempio, il partner potrebbe rivestire un ruolo nel corretto svolgimento del processo di acquisto».

 

Bernard Charlès, vice chairman e CEO di Dassault Systèmes

D. Come sarà il 2019 per DassaultSystèmes?

«Buono, in realtà. Un po’ perché scorgo dinamiche positive per le grandi aziende, che premono l’acceleratore sulle tecnologie sia in Italia che in Turchia; e un po’ perché le Pmi sono sempre più spinte ad investire in innovazione a causa della complessità e della difficoltà della competizione. Alla fine, le piccole e medie imprese sono vascelli che nei mari turbolenti navigano forse meglio delle grandi corrazzate: dispongono di una agilità che i big non hanno. E di fronte a loro, si apre una distesa enorme di opportunità. Si pensi al marketplace: l’anno scorso ne avevamo annunciato uno per i maker, ora per l’ingegneria. È una chance considerevole: un’azienda operativa in un angolo poco conosciuto del Bresciano e o del Bolognese si può proporre al mondo, sapendo che il mercato di una azienda di eccellenza è globale. La tecnologia supera i fattori geografici. Naturalmente, le aziende italiane meritano un quadro di certezza normativa e finanziaria, per poter operare positivamente; questo non dipende da loro, ma intanto si stanno dando parecchio da fare».

 

Il market place 3DEXPERIENCE

 

D. Non teme che il rallentamento dell’economia europea e italiana previsto dalla Banca Mondiale possa influire sul business di Dassault Systèmes?

R. «Non vorrei sembrare troppo ottimista, ma credo di no. Ripenso alla pesantissima crisi del 2008, e rifletto sul fatto che si è trattato di un fenomeno darwiniano, dal quale sono emerse aziende più competitive. Potrebbe impattare sull’economia lo pseudo-conflitto commerciale tra Usa e Cina, ma indirettamente, a causa del raffreddamento di certe dinamiche di import-export; ma neppure questo riguarderà il nostro business né le tante società che hanno imparato a posizionarsi bene sui mercati globalizzati con prodotti innovativi. Certo, molti paradigmi stanno cambiando. Si pensi all’automotive: attualmente, il valore è il motore, la meccanica; presto sarà la batteria, e cioè l’elettronica. Cambia il paradigma di fondo, e bisogna essere in grado di adeguarsi. Ma le aziende sopravvissute a precedenti fasi di downturn questo lo sanno fare. E anche noi».

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