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Calano pil e produzione industriale. Che significa? E in futuro che accadrà?

di Laura Magna ♦ Semaforo giallo per l’industria e l’economia in Italia. Una temporanea frenata oppure l’inizio di un fenomeno strutturale?  I pareri degli esperti che abbiamo intervistato (Riccardo Gallo, Marco Mignani, Luca Beltrametti) fanno intravedere un quadro fosco, e lo argomentano assai bene. Preoccupa soprattutto il calo della fiducia delle imprese, allarmate per l’incertezza politica e per una manovra economica che sembra ispirata più da convenienze elettorali che da un’idea di futuro sul Paese. Negativo anche il brusco arretramento dell’automotive

Produzione industriale che arretra e Pil in frenata. Notizie  non buone per il Paese in un momento in cui l’incertezza domina gli andamenti dei mercati e condiziona le scelte di chi deve investire dentro e fuori dalle aziende. Cosa significano i numeri che Istat ha snocciolato negli ultimi giorni e cosa lasciano presagire per il prossimo futuro? Poco (per non dire nulla) di buono. Ne abbiamo parlato con Riccardo Gallo, professore di economia industriale all’Università La Sapienza di Roma, nonché ultimo vicepresidente dell’Iri; con Marco Mignani, Med Industrial Products Leader di EY, e con Luca Beltrametti, direttore del Dipartimento di Economia dell’Università di Genova.

Il Pil del terzo trimestre

Partiamo dal primo dei dati che hanno generato panico tra gli investitori: il Pil del terzo trimestre. Istat  stima per questo valore una riduzione del tendenziale di ben quattro decimali (dal +1,2% al +0,8%), mentre il dato resta invariato trimestre su trimestre. L’istituto nazionale di Statistica ferma la variazione acquisita a tutto il 2018 all’1%. La frenata è progressiva: i valori concatenati con anno di riferimento 2010 perdono un decimale dal terzo trimestre 2017. Ma non è questa a ben vedere, la peggiore delle notizie. Quella relativa alla produzione industriale, che a settembre 2017 aveva consolidato un percorso di crescita dopo aver perso un quarto del proprio valore dall’inizio della crisi, è il vero problema.

La produzione industriale

Analizziamo il puro dato, come lo riporta, ancora, Istat . «A settembre 2018 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dello 0,2% rispetto ad agosto. Anche nella media del terzo trimestre il livello della produzione registra una flessione dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti… Corretto per gli effetti di calendario, a settembre 2018 l’indice è aumentato in termini tendenziali dell’1,3% (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 21 di settembre 2017). Nella media dei primi nove mesi dell’anno la produzione è cresciuta dell’1,7% rispetto all’anno precedente».

 

Riccardo Gallo, professore di economia industriale all’Università La Sapienza di Roma

Riccardo Gallo: l’incertezza è il problema

«La prima considerazione da fare è che abbiamo apparentemente due dati contrastanti. Il primo è che l’indice destagionalizzato diminuisce dello 0,2% rispetto ad agosto; ma, correggendo per i giorni di calendario, anno su anno questo stesso valore aumenta dell’1,3%», osserva Riccardo Gallo, professore di economia industriale all’Università La Sapienza di Roma, nonché ultimo vicepresidente dell’Iri. «Per non cadere nel tranello dei numeri, è necessario andare a vedere cosa diceva lo stesso indice a settembre 2017: ebbene, anno su anno segnava un aumento del 3,5%: questo indica inequivocabilmente che stiamo rallentando. Il -0,2% di settembre 2018 su agosto è confermato dal fatto che il ritmo della crescita, corretto per i giorni di calendario, è inferiore a quello dell’anno precedente». E non è finita: «Questo indice misura le quantità prodotte e non il grado di utilizzo della capacità produttiva. Che è il rapporto tra quantità prodotta e capacità produttiva: se gli impianti produttivi sono invariati, la flessione della produzione è quella segnalata, dello 0,2%, ma se la capacità produttiva nel frattempo è aumentata, come è accaduto grazie a Industria 4.0, io mi aspetto che il grado di utilizzo diminuisca di più della produzione, cosa che invece non è avvenuta e che, nei prossimi trimestri, potrebbe riverberarsi con un effetto amplificato sui numeri già negativi che stiamo commentando».

Il ragionamento del professore è confermato ancora una volta dai numeri: nel Rapporto Competitività pubblicato da Istat  si segnala che, «nel quarto trimestre del 2017 il grado di utilizzo della capacità produttiva nel complesso della manifattura – segnatamente nel settore dei macchinari – ha raggiunto i livelli più elevati dal 2000». «Questo dato si inserisce però in un contesto di calo del Pil – spiega Gallo – che però è il meno rilevante tra i numeri di cui discutiamo. E’ importante la discesa della fiducia delle imprese perché l’inverso è l’incertezza. All’aumentare dell’incertezza gli investimenti si fermano. Un conto è il rischio di impresa, un conto l’incertezza. Il rischio fa parte dell’impresa, mentre l’incertezza è deleteria.»

Spiega Gallo: «L’imprenditore vuole la certezza delle regole altrimenti non investe e non rischia. Ed è comprensibile: gli impianti e i macchinari dell’industria italiana hanno una vita utile che va da cinque a venti anni. Quella di impianti generali e fabbricati arriva fino a trenta e quarant’anni. La media ponderata della vita utile di una intera fabbrica da tempo supera ormai i 25 anni. Ciò significa che i vertici di un’azienda, quando decidono di investire in nuovi mezzi di produzione, sanno che stanno per immobilizzare capitali per un tempo lunghissimo e che la loro decisione è, per così dire, irreversibile. In quella fase perciò le imprese soppesano l’incertezza: quando l’incertezza è troppo alta, le imprese tendono a rinviare gli investimenti, nonostante li abbiano programmati, con un ritardo di qualche mese o di qualche anno o a data da destinarsi».

Il professore misura l’incertezza usando un indicatore fondato su alcune serie qualitative tratte dall’Indagine mensile Istat sulle imprese manifatturiere e calcolato come l’inverso della percentuale di imprese che hanno formulato aspettative stabili e favorevoli sull’evoluzione a breve termine (tre o quattro mesi) della produzione: un aumento (diminuzione) di tale percentuale indica una diminuzione (aumento) di incertezza. Spiega Gallo: «questo indicatore ha evidenziato, per gli anni 1970-1996, una discreta capacità predittiva (con 1-2 trimestri) di anticipo degli investimenti in impianti, macchinari e attrezzature. Sotto il profilo meramente lessicale, questo indice potrebbe essere considerato più propriamente come un “indicatore di pessimismo”; ma, a sua volta, un maggior pessimismo degli imprenditori può riflettere un aumento di incertezza, e viceversa. In Italia, nel 1998 l’incertezza raggiunse livelli massimi, insostenibili, e provocò alla fine degli anni Novanta il rinvio degli investimenti che erano stati programmati, soprattutto nel Mezzogiorno e nei settori più innovativi».

Dai calcoli scientifici effettuati dal professore dunque «emerge un sensibile incremento dell’incertezza dall’aprile del 2008 al maggio del 2009, una discesa nei mesi successivi fino al giugno del 2011, una breve risalita e, infine, una progressiva caduta dall’ottobre del 2012 fino alla prima metà del 2017: la preoccupazione attuale è che il quadro stia cambiando, la drammatizzazione dei dati è dunque solo in parte politica, ma in parte legata anche a questo inizio di precipizio. Segnale ancora debole, ma una delle facce di una realtà pericolosa».

 

Marco Mignani, Med Industrial Products Leader di EY

Mignani: deboli segnali di ottimismo dal settore macchine industriali. Bisogna puntare su formazione e filiere

Se il dato sulla produzione industriale viene considerato più in dettaglio, ovvero scorporando per settori, qualche segno più è però possibile trovarlo. «I settori di attività economica che registrano la maggiore crescita tendenziale sono la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+7,0%), la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+5,1%) e la fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (+4,5%). Le maggiori flessioni si rilevano invece nell’attività estrattiva (-11,2%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-4,7%) e nell’industria del legno, della carta e stampa (-2,7%)», recita l’istituto di Statistica nazionale. Dunque, non tutto è perduto?

«La produzione industriale è un dato che guardiamo con attenzione perché ci dà una chiave di lettura dell’economia», sostiene Marco Mignani, Med Industrial Products Leader di EY, cioè capo della consulenza di EY in ambito industriale in Italia «Evidentemente c’è un rallentamento che da qualsiasi angolo lo vogliamo esaminare, che sia mese su mese, o quarter su quarter o anno su anno, è senz’altro negativo. È vero che rispetto al 2017 c’è ancora una crescita, ma che si confronta con il +3% del 2017». Insomma, il dato è inequivocabile e non lascia presagire nulla di buono per il futuro. Anche se si va più in dettaglio e si analizzano gli andamenti dei singoli settori.

 

Mignani: ” l’automotive è in un momento molto critico in Italia”

 

«I due che noi riteniamo più rilevanti hanno uno un segno negativo e uno positivo», precisa Mignani. «In particolare l’automotive è in un momento molto critico in Italia, al di là del dato di settembre che è molto negativo: i primi nove mesi del 2018 hanno visto un calo del 2,3% e il peso di questo calo si è fatto sentire sul dato generale. Sicuramente potrebbe trattarsi di un dato contingente, se vogliamo compiere l’esercizio di isolare questi primi 9 mesi e attribuire il risultato al disorientamento dei consumatori per le norme nuove anti inquinamento e anche per l’introduzione di misure restrittive alla circolazione nelle città. In questo senso il tema del diesel dà un’indicazione importante. Le vendite di questo genere di alimentazione erano preponderanti fino al 2017 e a settembre hanno segnato un calo del 38% portando la perdita da inizio anno a -9% e la fetta del venduto diesel rispetto al parco macchine totale a meno della metà». Poiché entro cinque anni, secondo le previsioni di EY, l’elettrico sarà protagonista e l’Italia non è presente in maniera rilevante né tra gli Oem né come fornitore, si potrebbe trattare di una situazione ormai compromessa.

«Gli elementi positivi nei numeri si rintracciano invece nelle macchine industriali che sono ancora con il segno più nei primi nove mesi del 2018, che pure arriva dopo un 2017 straordinariamente brillante. Sono di questi giorni i numeri di Ucimu, l’associazione delle macchine utensili, che danno una visione prospettiva e segnalano ancora nel terzo trimestre una crescita sul 2017 per quanto riguarda il portafoglio ordini». Ma anche in questo caso c’è un chiaroscuro: «le macchine utensili hanno una chiara vocazione all’export: e se le vendite sui mercati internazionali hanno segnato un incremento del 6,8% a settembre, contro la contrazione del 15% in Italia. Però, ciononostante, io vedo ottimismo», sostiene Mignani. «Ottimismo che abbiamo respirato al Bi-MU, la fiera internazionale delle macchine utensili a Milano, che ha registrato un grande successo di visite e contratti attivati. Molte aziende, come conferma anche il presidente di Ucimu Massimo Carboniero, hanno aspettato il Bi-Mu per finalizzare gli acquisti e questo può aver concorso a una correzione dei dati a fine anno, in chiave più positiva per il mercato domestico, come ci aspettiamo».

 

Mignani: “elementi positivi nei numeri si rintracciano invece nelle macchine industriali”. Nella foto una macchina in esposizione alla fiera BiMu

Ovviamente resta alta l’incertezza per via delle tematiche introdotte nel Def e che al mercato proprio non piacciono: «e i dati di settembre non contengono del tutto la reazione a fatti come la riduzione di iper e super ammortamento e l’evaporazione totale delle tematiche riguardanti la formazione digitale nella manovra del governo. Il cui timore, a settembre, ha avuto senza dubbio un impatto non secondario a livello di incertezza sul differimento del capex». Senza considerare che restano sul tappeto le questioni ataviche che sono causa precipua della debolezza italiana: «una su tutte la dimensione delle aziende manifatturiere: per oltre il 90% micro aziende e dunque da un lato, flessibili ed efficienti produttivamente, ma dall’altro inadatte a seguire il fenomeno della trasformazione. Non è una questione di accesso al credito: nella media parliamo di società con una buona patrimonializzazione e quindi del tutto capaci di acquistare una macchina connessa.»

«Il problema è culturale: è la capacità di trasformare questi asset in qualcosa che serva a connettere le aziende a questi ecosistemi di filiera che sono ciò che ha sempre garantito il successo di queste piccole e medie aziende», spiega Mignani che continua: «proporrei al titolare del Mise, Di Maio, di agire su due fronti: incentivare la formazione digitale nelle aziende da un lato e dall’ altro, anziché erogare incentivi a pioggia, cercare un modo per facilitare l’accesso al 4.0 da parte delle filiere, per fare in modo che le pmi fornitrici possano essere connesse e integrate nelle piattaforme di logistica. Questo è il vero cambio di paradigma per un paese che nasce su distretti e filiere: l’integrazione di queste aziende in sistemi di supply chain».

 

Il Ministro del lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio (foto di Mattia Luigi Nappi)

Beltrametti: con l’export che viene meno e senza il sostegno della politica interna all’industria, i numeri italiani sono destinati a peggiorare

«Il dato è inequivocabilmente grigio tendente al brutto, – esordisce il direttore del Dipartimento di Economia dell’Università di Genova – anche perché nel trimestre si intravedono segnali di rallentamento nell’economia internazionale e questo fa presagire anche che verrà meno il supporto derivante dalle esportazioni che è stato determinante per quella che era stata acclamata nei trimestri precedenti come una ripresa: dunque prevedo un peggioramento». Beltrametti però manifesta preoccupazione per l’Italia anche sul fronte politico. «Per quanto sarebbe ingeneroso attribuire la “colpa” del calo attuale al governo in carica, se guardo la manovra sono preoccupato perché al di là dell’entità del deficit (che i mercati potrebbero anche digerire), è la qualità dell’impianto complessivo a essere bassa. Non è una manovra espansiva come si proclama, ma solo elettorale: un conto è indebitarsi per erogare il reddito di cittadinanza e per anticipare l’età della pensione un conto è farlo per generare un impatto sul futuro. Questa manovra serve a tenere fede alle promesse elettorali ma non contiene alcuna idea di futuro».

E dunque il futuro non potrà che essere peggio di adesso a meno di non dare seguito «a una riforma della tassazione seria, e anche sul tema delle pensioni, che non è assolutamente banale, inventare una soluzione innovativa capace di coniugare l’allungamento della vita con il cambiamento tecnologico e la difficoltà delle imprese a offrire prospettive alle persone di oltre 60 anni. Ci voleva uno sforzo più creativo, una forma di pensionamento graduale, qualche misura di transizione tra lavoro e ritiro dalla vita attiva di più originale».

 

Beltrametti: vedo un rallentamento ulteriore nel prossimo futuro, dovuto al deterioramento delle condizioni internazionali. Nella foto il presidente statunitense Donald Trump

 

Beltrametti d’altronde, intervistato sullo stesso tema da Industria Italiana a febbraio 2018 (qui), quando la produzione industriale aveva segnato un record a +6,6%, invitava alla calma e vedeva un rischio anche mentre tutti proclamavano la ripresa. «La produzione industriale è stata drogata nel biennio precedente dalle manovre di Industria 4.0 che hanno spinto gli investimenti in macchine, mentre ora prevale l’incertezza che si è generata circa il rinnovo di queste politiche: nella versione attuale del Def rimane solo l’iper ammortamento, molto ridimensionato, con un’attenzione alle pmi e un tetto alla rimborsabilità delle grandi; c’è l’ attenzione alle pmi che è sacrosanta, ma non vedo l’industria al centro del corpo generale della manovra. Non che nelle precedenti leggi di bilancio non ci fosse una buona dose di retorica, ma almeno esisteva una focalizzazione sul comparto della manifattura.»

«In conclusione, vedo un rallentamento ulteriore nel prossimo futuro, dovuto al deterioramento delle condizioni internazionali, e dall’ altra parte non individuo nella manovra la capacità di fornire un reale stimolo sul fronte italiano. Credo che le condizioni del mercato del lavoro peggioreranno, e i consumi, che anche nei periodi di massimo ottimismo crescevano poco ed erano trainati per lo più dall’export, non ripartiranno se non con il lavoro. Non solo, sarebbe stato necessario un solido risanamento della finanza pubblica per consolidare la fiscalità. Ho paura che senza di questo e senza la domanda interna la manifattura avrà tempi bui davanti a sé». E con la manifattura che arranca, seconda industria in Europa e la sesta al mondo, il termometro della febbre Italia è destinato a salire.

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