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politica industriale

Buffagni e le intenzioni del Movimento 5 Stelle in campo economico ed industriale

di Filippo Astone♦Intervista al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, uomo chiave delle scelte economiche del partito di maggioranza al Governo. Cdp? Deve essere il direttore di orchestra della politica industriale. Tav? Inutile. Reddito di cittadinanza? Una priorità? L’Impresa privata? Si, ma prima deve venire l’interesse generale

«Bisogna contemperare le promesse elettorali con la coperta troppo corta delle risorse. Credo che sia necessario un utilizzo migliore dei fondi sociali europei e della formazione per dare vita a politiche attive del lavoro che sostengano il reddito di cittadinanza, che resta una nostra priorità. E bisogna investire nelle infrastrutture “utili”, conferendo alla Cdp un ruolo strategico da direttore di orchestra nella politica industriale del Paese». Questo è il pensiero in pillole di Stefano Buffagni, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega sugli Affari Regionali e, soprattutto, uomo chiave per l’economia, l’industria e, di conseguenza, le nomine pubbliche. Buffagni è l’anima economica dei pentastellati. Anche perché, con un passato da consigliere regionale molto attivo e molto concreto in Lombardia, e un titolo da dottore commercialiste, di queste cose ne capisce. E tanto. Non sono in molti, come lui, nel Movimento 5 Stelle. Un altro è il giovanissimo Luca Carabetta, vice presidente della commissione Attività Produttive della Camera, ed appassionato di start-up e innovazione. Industria Italiana lo aveva incontrato a luglio. Riproduciamo la sua intervista qui e, anche, nella sezione “sotto i riflettori” del nostro giornale.

Nel suo cv  Buffagni sottolinea come, per mantenersi agli studi, abbia fatto molti lavori “umili” (in un call center, all’Ikea in stage, nelle assicurazioni,) e poi sia diventato commercialista specializzato in “bilanci, valutazioni di aziende, valutazioni di opere pluriennali (appalti), fiscalità nazionale ed internazionale”. Certamente Buffagni non è tipo da usare un linguaggio felpato. La sua franchezza gli è costata, tanto per fare un esempio, una querela da parte dell’attuale alleato Matteo Salvini: era l’estate del 2016 e il delfino dei 5 Stelle scrisse che i metodi di governo del Carroccio – riferendosi a quanto accadeva in Regione – fossero simili a quelli di Mafia Capitale, concretizzandosi in «una “ragnatela leghista”, fatta di “una fitta rete di contratti” e in un“sistema marcio che sta infettando le istituzioni”, con “yes man che possano, quando serve, aprire porte e stendere tappeti rossi”» (vedi Repubblica). Del resto, quando era in Regione Lombardia, all’opposizione, diede parecchio filo da torcere a Roberto Maroni e alla giunta Lega-Forza Italia che all’epoca governava il Pirellone. Chi scrive lo incontrò per la prima volta all’epoca della redazione del libro “La Disfatta del Nord. Corruzione, clientelismo e malagestione“, pubblicato nel 2013 .

Ma Buffagni è anche uno che, al di là dei toni, ha le idee chiare e il coraggio di schierarsi su posizioni non sempre facili. Lo ha dimostrato nel corso del Forum The European House Ambrosetti a Cernobbio, convegno annuale dove si riunisce tutto il Gotha domestico dell’industria e della finanza: discutendo delle strategie del Movimento, Buffagni è riuscito a strappare applausi a una platea non certo amica. Ecco l’intervista che abbiamo realizzato in quella occasione.

 

Stefano Buffagni

D. Voi vi definite il governo dei cambiamento. Eppure il M5S non ha mai smesso di fare annunci choc in cui dichiara che sarà possibile sforare i vincoli del Patto di Stabilità. Lei non crede che questo sia un modo di mettere in pericolo lo spread e, anche, la credibilità del Paese?

R. Abbiamo chiarito questo aspetto. La credibilità al Paese la ha fatta perdere chi in questi anni ne ha fatto carne da macello. E mi riferisco a tutti i governi che ci hanno preceduto e che non ci hanno lasciato un paradiso terrestre. Stiamo raccogliendo i cocci.

D. Ancora, il Ms5 è spesso associato a una visione anti-impresa o passatista: sposa l’idea di un’industria dannosa perché inquina, concetti new age come quello della decrescita felice. E ha manifestato la volontà di chiudere realtà produttive importanti, come nel caso dell’Ilva, anche se la partita poi si è conclusa molto diversamente rispetto alle attese. Quanto c’è di vero in questa rappresentazione? Come stanno le cose in realtà sul vostro rapporto con industria e produzione?

R. Le cose sono molto semplici: siamo a favore dell’impresa privata ma mettiamo in cima l’interesse pubblico. Da un lato, se non garantisci il funzionamento delle imprese non hai il lavoro, e un decreto legge non può sopperire in questa funzione creativa di posti di lavoro. Tuttavia noi crediamo che si possa e si debba fare impresa nel rispetto dell’ambiente sostenibile. Non possiamo continuare a barattare lavoro e salute. Nel caso dell’Ilva abbiamo contribuito a far migliorare l’offerta di Mittal propendendo per una scelta pragmatica: le quote di mercato, le potenzialità e la capacità produttiva di Ilva sono asset importanti e andavano salvaguardati, il gioco valeva la candela. Tuttavia continueremo a monitorare il piano ambientale perché ogni anno nell’area di Taranto muoiono migliaia di persone per tumori collegati in molti casi alle acciaierie, e questo non è un dato che si possa ignorare. A Taranto ci sono i wind-day, ovvero giorni di vento forte in cui scuole e uffici pubblici chiudono per via delle polveri che si diffondono rendono l’aria irrespirabile. Questo non è accettabile ed è questo semmai che rimanda a una visione di fabbrica dell’Ottocento, non certo le idee del Movimento.

 

D. Il risultato recentemente ottenuto dal Governo su Ilva la soddisfa?

R. Su Ilva c’è ancora molto da fare, ma viste le condizioni di partenza, ovvero una gara viziata e un contratto già firmato pronto a partire, abbiamo ottenuto il massimo. Inoltre i wind-day non ci saranno più dalla fine del 2019, in quanto si effettuerà la copertura anticipata dei parchi minerari (50% già ad aprile) da cui si sollevano le polveri che da anni soffocano il quartiere Tamburi. Di più, Mittal potrà aumentare la produzione solo e soltanto se è in grado di dimostrare allo Stato che non aumenterà le emissioni. Ora vigileremo attentamente sull’applicazione degli impegni presi e siamo già al lavoro su azioni legislative mirate per rilanciare la città di Taranto attraverso una vera riconversione economica. Ribadisco: dobbiamo comunque difendere il bene supremo degli italiani.

D. In effetti, i wind day di Taranto sono un vero obbrobrio, una cosa da Paese del Terzo Mondo. Non si è mai vista una città del mondo occidentale chiedere alla gente di non andare in giro e non andare a lavorare perché c’è un vento mortifero prodotto da una fabbrica. Parliamo ora della Tav. Cosa accadrà: si farà questa opera straordinaria e si potrebbe davvero fermare i lavori arrivati al punto in cui siamo?

 

Trenitalia ha adottato una soluzione Sap

 

R. Il contratto di governo prevede di verificare il rapporto costi-benefici per ogni singola infrastruttura. L’analisi costi-benefici ci dice, per esempio, che la Pedemontana, i cui costi sono lievitati dagli iniziali 1,5 miliardi ai 3,2 miliardi, ha generato ritorni economici minimi. Dunque, è uno strumento di valutazione cruciale. Rimango allineato con il governo su questo tema. Se vuole la mia opinione personale, però, le dico che ritengo la Tav inutile, un’opera che non risponde alle esigenze del Paese e sono certo che si possano ancora fermare i lavori. La Tav è obsoleta e il nostro Paese, che è l’hub del Mediterraneo, non ha di certo bisogno di una una mobilità che va verso la Francia, mentre avrebbe la necessità di una via su ferro che porta al Nord Europa. Il nostro maggior “cliente” è la Germania, per servire il quale non si usa certamente la Tav. Stiamo sprecando tempo e risorse in un’opera che non avrà alcun valore aggiunto, invece di dedicarci a infrastrutture utili.

D.Parliamo della Cdp: con il nuovo amministratore delegato Fabrizio Palermo, la Cassa Depositi e Prestiti diventerà di fatto la banca pubblica per gli investimenti, come recita il contratto di governo?

R. La Cdp è un’azienda importante del Paese che gestisce i risparmi degli italiani e che garantisce una visione di insieme dello sviluppo delle imprese di Stato che possano fare da volano allo sviluppo di tutte le imprese. Sarà il perno della politica industriale del Paese. Io sono convinto che con una visione di sistema l’Italia potrà essere di nuovo un player capace di giocare in un contesto globale: e si eviterebbero situazioni come quella in cui eccellenze domestiche entrano in competizione – mi riferisco alla vicenda che in questi giorni ha visto contrapposte Leonardo e Fincantieri sulla partita Vitrociset, per cui i due colossi della Difesa invece avrebbero potuto lavorare in sinergia. La Cassa depositi e prestiti deve agire sul modello delle strutture omologhe francesi e tedesche, anche per sostenere l’export: per cui varrebbe la pena che la controllata Sace (che si occupa di fornire servizi assicurativi e finanziari per l’internazionalizzazione, ndr)  avesse una presenza più capillare sul territorio.

D. In pratica volete chiedere alla Cdp di remunerare il risparmio degli italiani e fare allo stesso tempo politica industriale. Non potrebbero essere due missioni in contraddizione?

R. No, perché lo Stato è un investitore paziente: fa investimenti che diano un ritorno ma non ha l’esigenza di fare speculazioni in tre mesi, guarda su un orizzonte temporale più ampio, di anni. Dunque gli obiettivi non entrano in conflitto.

 

D. In tema di politica industriale, qual è dunque in dettaglio la strategia del governo? Volete riportare la manifattura al centro facendone un reale punto di forza? Confermare o estenderete i pacchetti Calenda sul 4.0?

R. La manifattura va portata senza dubbio al centro in un Paese che è al secondo posto in Europa e al sesto nel mondo. Il settore può fare da traino alla ripresa. Confermeremo senza dubbio Industria 4.0 migliorando i passaggi che hanno generato criticità. A me piacerebbe allargare iper e super ammortamento anche alla formazione. Se  si implementa con macchinari nuovi e non si hanno in organico persone in grado di usarli, lo Stato ha il dovere di incentivare le imprese affinché queste possano formare le competenze. In questo ambito si inserisce anche la politica del reddito di cittadinanza. In generale la politica industriale è a favore di investimenti utili, per incrementare la dotazione di infrastrutture strategiche. Quali sono queste infrastrutture strategiche? La banda larga, reti idriche che contengano la dispersione dell’acqua oggi superiore al 40%. Il criterio è sempre quello dell’analisi costi-benefici.

D. Lei è Sottosegretario agli Affari Regionali: dunque si occuperà anche dei fondi FERS che arrivano dall’Europa e che dovremmo imparare a spendere meglio e in modo più proficuo per lo sviluppo del Paese. Cosa farà?

R. C’è un tema cruciale sui finanziamenti europei. Come noto, l’Italia è un contributore netto dell’Ue, ossia versa nelle casse dell’Unione più di quanto riceva con i fondi per lo sviluppo regionale, la competitività o la ricerca: in media, tra il 2014 e il 2016, l’Italia, tra dare e avere, ha speso ogni anno 3,5 miliardi. Ma il vero problema da affrontare è che i differenziali tra non vengono utilizzati in investimenti ma in spesa corrente, il che non genera efficienza, né sviluppo.

D. L’ex premier Matteo Renzi aveva proposto di limitare potestà legislativa delle Regioni in alcuni settori per evitare il conflitto con lo Stato e tra le varie Regioni: lei cosa ne pensa? Sarebbe potuto essere anche un modo per un utilizzo più efficiente delle risorse?

R. La Costituzione prevede il principio di sussidiarietà: bisogna avvicinare le risorse ai territori quando gli enti locali sono in grado di gestirle bene. Con dati numerici si può ottimizzare il processo, fermo restando il fatto che alcune materie richiedono che lo Stato resti il soggetto titolato alla gestione esclusiva o almeno quello che deve fornire una visione di regia sistemica. Chiaramente la gestione delle grandi reti di trasporto e dell’energia deve essere avocata dallo Stato in accordo con le Regioni che si occupano delle normative di dettaglio. Ambiente e formazione possono essere invece delegate ma agli enti locali che sono in grado di gestire le risorse. Si può fare e si farà: non c’è in agenda di rivedere il titolo V della Costituzione al momento. Le priorità per il Paese sono altre.

Ha collaborato Laura Magna

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