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Bentivogli e Taisch: tecnologia, formazione, investimenti! O non si va da nessuna parte..

di Filippo Astone e Laura Magna ♦ Dieci anni dopo il fallimento di Lehman Brothers ci lecchiamo ancora le ferite. Per produrre lavoro e ricchezza, gli imprenditori devono metterci i soldi e rendere le loro aziende più tecnologiche che mai. I lavoratori devono studiare, studiare, studiare e poi ancora studiare. Non ci sono altre strade

La tecnologia? Non è nemica dei posti di lavoro ma, anzi, ne crea. Perché il problema non sono i robot, ma un’istruzione inadeguata. Formazione per aumentare la produttività del lavoro, per imparare a usare le tecnologie disruptive, per chiudere il gap delle professionalità che non ci sono ma sono necessarie, per riqualificare i lavoratori più anziani.Gli imprenditori? Ce ne sono moltissimi bravi, ma anche tanti che hanno la colpa di non avere voluto investire nelle loro aziende. Senza metterci i soldi nelle imprese si può finire solo male. E la colpa non è solo della politica che tutti accusano, ma anche di una certa imprenditoria. I prodotti di successo, quelli che fanno guadagnare? Interconnessi, “verdi” e personalizzati. Parole di Marco Taisch, professore al Politecnico di Milano, vero e proprio “guru” del manifatturiero, e di Marco Bentivogli, sindacalista, capo dei metalmeccanici della Cisl. L’uno e l’altro sono importanti riferimenti di Industria Italiana che, non a caso, li intervista spesso e condivide totalmente queste idee. L’ultima volta in cui sono state espresse in modo strutturato è stato durante un convegno del Politecnico di Milano, organizzato per capire come è cambiata l’Italia dieci anni dopo Lehman. Vi hanno partecipato professori di fama e anche un imprenditore come Massimo Doris, amministratore delegato di Banca Mediolanum. Noi non abbiamo voluto fare una cronaca del convegno, ma tirar fuori i pensieri più interessanti.

 

Marco-Bentivogli-Segretario-Generale-Fim-Cisl-2015
Marco Bentivogli, Segretario-Generale Fim Cisl

 

 

Dieci anni dopo Lehman: non abbiamo recuperato niente e ne soffre anche l’industria

In Italia, l’industria ha perso un quarto della propria produzione e il Pil vale l’8% in meno rispetto al 2007. Quello che il 15 settembre del 2008 è stato riportato dalle cronache come il fallimento di una grande banca yankee, assurto a simbolo del tracollo della finanza, ha segnato un punto di svolta anche nell’economia reale. Lo chiamano il decennio perduto: e la verità è che, dieci anni dopo Lehman, non ne siamo ancora usciti, almeno in Italia, proprio per il contraccolpo subito dalla nostra manifattura e perché la manifattura ha un peso importante: seconda in Europa e sesta nel mondo con la Lombardia terza regione manifatturiera del continente dopo Baden-Württemberg e Bavaria, con ben quattro regioni (oltre alla Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto) nella top ten dell’industria europea. Proprio perché la manifattura è il nostro centro e la produttività il nostro punto debole, la tecnologia – in cui l’Italia investe poco e in maniera non efficace – diventa cruciale.

 

 

 

«Lehman Brothers ha avuto aspetti reali molto importanti – dice Fabio Sdogati, ordinario International Economics del Polimi – lo vediamo sull’Italia. Tutti gli indicatori macroeconomici tracciano un quadro fosco: Pil reale (-8,36%) e produzione industriale sono inferiori rispetto al 2008. Anche a causa della recessione del 2011-2012 in area euro e a quella, solo italiana, del 2014. Intanto, secondo Eurostat, la Spagna è tornata dove era, Francia e Germania sono cresciute rispettivamente del 2,87% e del 10,59%. Tassi di crescita in ogni caso miserabili, che non indicano nessuna ripresa reale. Siamo in una fase di stagnazione secolare. E tuttavia la struttura industriale dell’Italia è duale: da un lato Pmi che funzionano con tutti i limiti del caso e che stanno nel mercato interno, dall’altro multinazionali tascabili, che continuano a esportare in maniera comparabile a quanto accadeva nel periodo precedente alla grande crisi. Queste imprese hanno superato rapidamente e bene il crollo della recessione».

 

Il problema della produttività reale del lavoro, che è peggiorata

Quello che realmente va cambiato, pena la soccombenza, è la produttività reale del lavoro: che è peggiorata ancora rispetto a quella del 2007. «L’espressione produttività del lavoro non deve trarci in inganno: non dipende dalla buona volontà dei lavoratori, ma dipende dagli investimenti, dagli strumenti che il lavoratore ha a disposizione: è il capitale che genera produttività. Gli investimenti fissi lordi in Italia sono anch’essi più in basso rispetto al 2007», afferma Sdogati, che cita alcuni numeri che dimostrano che l’età media dei beni strumentali nelle imprese italiane è peggiorata drasticamente dalla grande crisi: se prima i 6,5 anni di vita media del capitale erano paragonabili a quelli di Francia e Spagna (la Germania era a quota 5,5 anni nel 2007) dopo la grande recessione abbiamo smesso di investire per rinnovare le macchine «con la conseguenza che si arriva oggi a un’età media di 8 anni per i beni strumentali, con la derivata prima che si discosta significativamente da quella delle altre economie. Anche la spesa in R&S è bassissima, poco sopra l’1% ed è carente quella nella Pmi. Piccolo non è bello: è sofferenza, una media di 3,9 impiegati per azienda ci colloca in una scala dimensionale troppo piccola. Non ci sono le Pmi nel settore export che è l’unico che va bene. Le Pmi non riescono a reggere la competizione internazionale».

 

La carenza di investimenti in Italia sta alle radici del decennio perduto: «per uscirne ci sono tre elementi chiave: investire in innovazione anche attraverso lo Stato, investire in formazione in maniera massiccia e mirata, puntare sull’internazionalizzazione», afferma ancora Sdogati.

 

_Marco Taisch
Marco Taisch, ordinario di operation management & advanced and sustainable manufacturing system, Politecnico di Milano

Quello che la finanza ha fatto in termini di danni all’economia, si recupera puntando su tecnologia e competenze

Queste sono le leve per avere anche più lavoro. Lo sostiene Marco Taisch, ordinario di operation management & advanced and sustainable manufacturing system del Polimi. Il cui ragionamento è limpido: non si può migliorare la produttività se non si lavora sul prodotto, se non si adeguano cioè i prodotti alle richieste del mercato, attraverso lo strumento della tecnologia. E non si possono usare le tecnologie abilitanti se su di esse non si fa formazione. «Tecnologia vuol dire produttività e per questo nasce l’equivoco che sia nemica dei posti di lavoro. In realtà la tecnologia nel medio periodo è un acceleratore del numero di posti di lavoro: perché fa aumentare dunque i volumi, producendo minori costi e maggior fatturato e dunque incidendo in maniera positiva sulla competitività», afferma Marco Taisch, «alla base ci sono però le competenze: iper e super ammortamento delle macchine dovranno necessariamente essere seguiti da un ammortamento dei costi per la formazione delle persone».

 

Le competenze: si definiscono a partire dal prodotto che domanda il consumatore

Un prodotto che è verde, interconnesso e personalizzato. Allora, quali sono i passi da compiere? Il primo è «definire quali siano le competenze di cui le imprese nei prossimi anni avranno bisogno: per farlo abbiamo bisogno di analizzare che cosa è successo negli ultimi dieci anni ai prodotti e chiederci quali sono i prodotti del futuro. Oggi si parla diffusamente di smart product, prodotti connessi, in grado di raccogliere dati e di scambiare con altri prodotti, con la fabbrica che li ha prodotti, con l’azienda che li ha venduti e sono prodotti che in questo modo. Ma sono anche prodotti che devono diventare sempre più “verdi”: il tema della sostenibilità ambientale non è un tema un tema nuovo ma diventa sempre più importante. Il 60% dei consumatori durante il processo di acquisto è attento al fatto che quel prodotto sia in qualche modo verde molti cominciano a chiedersi se quel prodotto sia anche stato realizzato in uno stabilimento sostenibile, allargando il concetto a tutta la fliera», spiega Taisch.  Aumenta, ancora, la personalizzazione: oggi su modelli normali di auto si può già scegliere tra un numero di varianti tra le 6.000 e le 8.000 per arrivare a 40mila combinazioni possibili nel caso delle auto di lusso.

 

Customizzazione e just in time

«Anche questa customizzazione è abilitata dalla tecnologia, e in particolare dalla possibilità di avere a disposizione materiali e soluzioni che consentono opzioni prima irrealizzabili. Il cambiamento dei prodotto ha poi indotto un mutamento anche nei modelli di business», prosegue Taisch: «la produzione oggi è sempre più just in time. Fenomeno che interessa i prodotti e di conseguenza chi li progetta e produce: è in atto una evidente riduzione del tempo di ideazione, di realizzazione, di consegna. Una velocità che è innestata nel dna dei consumatori di domani. Ancora, se una volta il prodotto veniva realizzato e comprato diventando proprietà del cliente finale,  per diventare competitivi poi abbiamo dovuto aggiungere qualcos a al prodotto in termini di servizi. Un trend che è cresciuto al punto che oggi siamo arrivati in certi mercati a vendere il servizio erogato dal prodotto. Il prodotto fisico è quasi sparito dalla transazione economica: tuttavia dietro al servizio – pensiamo al car sharing – deve continuare a rimanere il supporto infrastrutturale e fisico attraverso quale il servizio viene erogato. Se non si tiene bene a mente si rischia di prendere un’ubriacatura: il futuro forse è fatto di servizi, e i servizi fanno parte e si appoggiano su un importante settore manifatturiero».

 

Tutto il nostro benessere dipende dall’industria

Dunque, quanto vale oggi il manifatturiero in Italia? Se uno guarda al dato secco, l’industria vale il 16% del Pil, ma se si somma tutto l’indotto – per restare nell’esempio della vettura, i sistemi informativi, l’elettronica, i servizi connessi, la logistica, la manutenzione – ecco che il valore arriva al 50%: la metà della nostra ricchezza nazionale dipende dall’industria.

Industry 4.0 e Iot: una rivoluzione culturale che migliora il lavoro

I modelli di business cono cambiati grazie alle tecnologie di quella che è la quarta rivoluzione industriale e solo attraverso le tecnologie si può restare competitivi in questo contesto. La quarta rivoluzione si basa, secondo Taisch, «sostanzialmente all’Iot, che a sua volta è fatto di sensoristica e genera tantissimi dati che devono essere archiviati – nel cloud – e poi analizzati per trarne informazione e valore. I Big data vengono analizzati da intelligenza artificiale e machine learning che pertanto entrano nella fabbrica 4.0. Infine, l’automazione che è un retaggio della terza rivoluzione ma che è mutata: era fisica, un robot che si sostituiva a un umano in un mansione manuale,  ma se oggi usiamo gli algoritmi l’automazione diventa cognitiva, consiste in capacità di elaborare dati e informazioni che si sovrappone al lavoro umano, e ne richiede di più e di migliore qualità».

 

La tecnologia fa aumentare fatturato e produttività

Quello che realmente ha di diverso questa rivoluzione dalle altre nell’ambito industriale è che questa è innanzitutto culturale, e dunque più sfidante. «Una rivoluzione culturale perché abbiamo una nuova variabile: i dati, che sono un fattore produttivo tanto quanto le materie prime, il lavoro e il capitale. Ed è inutile pensare di fare la trasformazione digitale se i processi sottostanti non sono adatti. Se digitalizziamo senza snellire i processi andiamo a digitalizzare lo spreco. A me non piace tanto parlare di internet delle cose perché IoT vuol dire parlare degli oggetti, mentre in realtà un’azienda è fatta di persone, di processi. Allora forse il modo corretto di raggiungere quella produttività necessaria a far aumentare la competitività è pensare alla value chain; dobbiamo connettere le imprese con le imprese», spiega Taisch. Che snocciola alcuni numeri.

 

«La digitalizzazione è un acceleratore delle imprese. Elaborando dati di Unicredit, abbiamo estrapolato da un campione di imprese quelle 4.0 scoprendo alcune cose interessanti. In un orizzonte temporale di 5 anni (2010-2015) le imprese 4.0 hanno avuto un fatturato più alto (fatto 100 quello al 2010, nel 2015 era pari a 116 contro 108, un differenziale dell’8%) e migliore redditività. Nel 2010 l’ebitda margin ammontava al 7,2% contro il 5,8% delle imprese non 4.0; il Roi al 3,8% contro il 1,5%. Cinque anni dopo la differenza in redditività era aumentata sia per quanto riguarda ebitda margin che Roi (a 9,9% e 6,1% per le imprese 4.0 contro 5,8% e 1,7% per il campione complessivo). Il costo del lavoro è aumentato da 50.300 mila a 55.200 euro per le 4.0, mentre per il campione è rimasto fermo a 42mila euro. Ma quello che sembra un dato negativo diventa positivo quando si guarda al valore aggiunto per dipendente: che è passato da 73.600 a 92.200, mentre per il campione è rimasto fermo a 57800 euro. Vuol dire che c’è un fattore di aumento della produttività. In definitiva investire in tecnologia aumenta il valore delle imprese».

Bentivogli: basta con la fuffa anti-tecnologica

«Non se ne può più di sentire la solita storiella per cui la tecnologia è cattiva e manda a casa le persone. Fuffa pura. E’ vero il contrario. La Panda ha potuto essere nuovamente prodotta in Italia grazie a nuove tecnologie e a una moderna organizzazione degli stabilimenti».

Bentivogli e le gravi responsabilità di alcuni imprenditori

Le imprese non sono esenti da colpe, secondo il sindacalista della Fim Cisl. Quelle italiane, ferme, poco aperte all’innovazione e spesso chiuse nel mercato domestico hanno compiuto spesso scelte sbagliate. «L’anno prima della grande recessione, l’indagine annuale che Mediobanca compie abitualmente sulle medio-grandi imprese italiane, mostrò che la gran parte degli utili realizzati nell’anno   2007 fu investito nel benessere degli azionisti, delle famiglie proprietarie, ma non nell’impresa. Qui, secondo me, c’è un po’ il concime che poi ha creato la crisi. Per cui il germe di un capitalismo che sgretola le sue basi morali si vede già da prima del 15 settembre 2008. Ne siamo usciti? Non lo so, ma quello che è rilevante sarebbe capire se abbiamo compreso la lezione…Io temo che no, non l’abbiamo compresa».

Il segretario generale Fim-Cisl ricorda come manifattura e finanza di Lehman siano indissolubilmente legate: «La crisi è stata tanto grave anche perché il 2007 era stato l’anno record di produzione dell’acciaio, un anno di festa. Tutti i settori consumatori di acciaio segnavano una domanda in crescita, e questo è in genere un ottimo indicatore di salute delle economie mondiali. Passare da un picco a un tonfo ha ovviamente esaltato il fenomeno. Inoltre, mentre crollava Lehman, Alcoa, secondo produttore mondiale di alluminio, aveva venduto in tutto il mondo tutto il suo secondario, e aveva tenuto in casa solo la produzione primaria. Tutti i proventi di quella vendita furono investiti in Lehman e bruciati in una notte: per cui le crisi non sono necessariamente addebitabili a colpe astratte, la globalizzazione, il turbocapitalismo, ma c’è un problema di autorevolezza di chi fa le scelte e le fa sbagliate».

 

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Barack Obama, ex presidente USA

A tal riguardo il presidente Barack Obama che rimandò indietro le tre big dell’auto prossime al fallimento che gli avevano presentato dei piani di rilancio fotocopia e senza anima, «dimostra che quando si assumano, anche da parte delle istituzioni, posizioni forti e chiare, le cose cambiano. Quando poi le corporate sono state in grado di fornire progetti solidi ad esempio ne è nata Fca e tutto quello che conosciamo», dice Bentivogli.

La lezione non è stata ancora imparata da tutti gli imprenditori

Per Bentivogli questa consapevolezza non è stata del tutto acquisita dai nostri imprenditori, né, probabilmente dai sindacati che vivono un momento di crisi anch’essi. «Il rischio vero attuale consiste per l’Italia nel suo immobilismo, nel fatto che dal punto di vista delle istituzioni economiche internazionali e nazionali non è cambiato nulla. Un’ evidenza amplificata nel nostro Paese dove si gioca ancora tutto sugli aspetti relazionali e poco su meritocrazia e autorevolezza: questo ci fa perdere credibilità, ne fa perdere a tutto il sistema e chi ha da investire qualcosa va sicuramente altrove. Nel periodo post Lehman i lavoratori metalmeccanici non capivano cosa avessero a che fare con i mutui subprime e perché andassero in cassa integrazione e perché l’Italia stesse perdendo 600.000 posti di lavoro nelle industrie a causa di un evento che avveniva Oltreoceano. Il ruolo del sindacato in quel momento sarebbe dovuto essere quello non di individuare nemici ma di fornire spiegazioni ed eventualmente soluzioni.»

 

La sede della Lehman Brothers a New York. Siamo nel 2006 (photo by Mattia Landoni)

 

«È importante oggi aver riscoperto che bisogna ridisegnare le priorità delle nostre strategie. Una è la formazione. Io sono tra coloro che sostengono che il diritto soggettivo alla formazione dei lavoratori sia in assoluto il più importante. Noi abbiamo conquistato 8 ore annue nel contratto nazionale per tutti i 1.600.000 metalmeccanici. Un grande risultato, ma nulla se si guarda al Belgio dove sono previste 80 ore all’anno o alla Germania dove sono oltre 100 e alla Scandinavia dove si superano le 200. E chiaro che per quanto si punti sulla qualità il delta è così abnorme che non ci sia neppure da discutere sul fatto che siamo appena all’inizio di un cammino necessario. Cammino che le imprese devono compiere e che il sindacato può accompagnare svolgendo un ruolo dirimente; puntare sulle persone non significa andare a saturare i cataloghi degli enti di formazione, ma valutare piani formativi adeguati al mondo del lavoro attuale e alla domanda delle imprese».

 

Per l’Italia una bassissima quota di ore dedicate alla formazione nel contratto dei metalmeccanici

 

Come uscire dalla stagnazione

Per Bentivogli ci vogliono formazione e abbattimento dei costi indiretti. Da studiare il coinvolgimento dei lavoratori, una nuova prospettiva che viene cavalcata da alcune imprese. «Proprio in questi giorni, la Manfrotto, leader mondiale dei cavalletti per le macchine fotografiche, ha fatto un accordo che prevede la partecipazione di un rappresentante sindacale nel consiglio di amministrazione: questo a cascata permette di stare a contatto con le strategie aziendali e di poter discutere anche i piani formativi in modo che non siano cose disallineate dalle strategie di impresa e dei fabbisogni formativi dei lavoratori. Questo è il mattone uno di un piano di certificazione delle competenze che in Italia di fatto ancora non c’è. Si parla sempre, anche in seno a Federmeccanica, di riformare l’inquadramento professionale, cioè come viene assegnata la professionalità e le mansioni, ma la cosa viene sempre rimandata. Eppure l’inquadramento del nostro contratto è del 1973: non c’è più un lavoratore in fabbrica che era in forza nel ’73, ci sono delle mansioni che non esistono più e sono aasenti  quelle che nel frattempo sono emerse. Allora, se mancano le basi, se non inglobiamo neppure nei contratti quello che accade nel frattempo nel mondo, come si fa ad agire sulla produttività? In Italia abbiamo il clup (costo del lavoro per unità di prodotto) più alto d’Europa e i salari più bassi: il salario non è mai più del 17% e nel dentro il clup ci sono tutti gli altri costi indiretti che sono frutto di un habitat ostile al fare impresa che altri paesi non subiscono».

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2 Comments

  1. Si, sarei d’accordo sulla storia della preparazione culturale dei lavoratori. Ma mi chiedo sempre e comunque come mai una persona che ha lavorato per anni nella formazione del personale, che è già in possesso dei requisiti che il mercato ricerca con affanno, solo perché ha più di cinquanta anni debba essere messo fuori dal mercato produttivo. Sarei grato se mi fosse data una risposta esauriente, perché questa potrebbe essere il momento di unione delle forze culturali che tanto nei Vostri articoli viene raccontata.

    • Caro Giovanni, noi siamo giornalisti. Non siamo né imprenditori né politici, quindi non abbiamo le risposte in tasca per tutto. Noi raccontiamo, facciamo parlare i protagonisti, ma una risposta
      per tutto non l’abbiamo, non è il nostro mestiere. E’ vero, gli ultra-cinquantenni sono discriminati, ed è una cosa che fa schifo. Personalmente mi spiace molto

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