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STAIN

Banca Ifis aggredisce le stelle del made in Italy

di Piero Macrì ♦ Con il progetto Fattore I della banca, vengono monitorate le interazioni delle micro e piccole e medie aziende italiane con il mondo digitale. I risultati ottenuti dallo studio saranno incrociati con i dati Marketwatch Pmi: obiettivo individuare i fattori di successo delle piccole e medie imprese. Ecco  quali sono le caratteristiche che già rendono alcune di loro “stellari”

«Ha sempre meno senso guardare al passato per capire il futuro. Occorre partire dal presente ed essere capaci di leggere i big data e tradurli in conoscenza reale in modo da poter indirizzare azioni e prospettive di sviluppo». E’ con queste affermazioni che Alberto Staccione, direttore generale di Banca Ifis, presenta il progetto Fattore I per il monitoraggio delle interazioni delle micro e piccole e medie aziende italiane con il mondo digitale. Come interagiscono i protagonisti del made in Italy con social network, web, forum e blog? Quali le idee, le opinioni, i problemi, gli argomenti, le notizie che più vengono discusse, commentate e lette?

 

Luciano Colombini
Luciano Colombini, ad Banca Ifis

 

Banca Ifis, che ha come fondatore e azionista Sebastien Egon Von Furstenberg,  è ora guidata da  Luciano Colombini, proveniente da Banca Finint e subentrato meno di due mesi fa a Giovanni Bossi, ad per 24 anni.  Grazie all’ascolto e alla lettura del web, e avvalendosi di tecniche e metodologie di machine learning, Banca Ifis ha individuato tre macro-trend: ecosostenibilità, trasformazione digitale e supporto pubblico, quest’ultimo inteso come facilitazioni e accordi per migliorare il modo di fare impresa (vedi riquadro sottostante). Da ottobre 2018 a marzo 2019 sono state oltre 550 mila le azioni (articoli, post, forum, menzioni) e reazioni (commenti, risposte e retweet) relative a 138 mila autori unici ad essere monitorate. I risultati ottenuti saranno analizzati in forma massiva su una base procedurale che verrà definita incrociando i dati dell’ultimo Marketwatch Pmi 2019, il rapporto periodico Ifis sullo stato delle Pmi che quest’anno enfatizza le cosiddette Pmi stellari, aziende con performance superiori alla media il cui punto di forza è rappresentato dalla sinergia tra tecnologia, competenze e business strategico.

 

 

 

L’attività sarà coordinata in qualità di supervisore scientifico da Stefano Micelli, docente di economia e gestione delle imprese dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Obiettivo è individuare il Fattore I, ovvero l’insieme di elementi che determinano il successo di un’impresa. Insomma, per usare un’espressione digitale, Banca Ifis vuole individuare “l’algoritmo” che può orientare le imprese a compiere un percorso sostenibile in un mercato sempre diverso e mai uguale a sé stesso. Un algoritmo di sviluppo d’impresa 4.0 dove conta sempre di più valorizzare e mettere a fattore comune piattaforme tecnologiche, risorse umane e visione imprenditoriale.

 

Stefano Micelli, docente di economia e gestione delle imprese dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

Le Pmi stellari: più produttività, investimenti e personale

In base al nuovo Marketwatch di Ifis – 61.762 le Pmi coinvolte di cui il 47% microimprese con un fatturato fino a 2 milioni di euro e realtà fino 50 milioni e 250 dipendenti – nel periodo 2016-2018 l’ecosistema del made in Italy ha riportato un aumento medio di ricavi del 7,8% passando da 257,4 a 277,4 miliardi), investimenti in crescita del 4,6% e un miglioramento del 9,5% in termini di valore di autofinanziamento. In particolare, si distinguono per risultati e performance superiori alla media 1.085 aziende, quelle che Ifis definisce le Pmi stellari. Queste aziende riportano una variazione dei ricavi del 44%, marginalità in aumento del 16% e un Roe del 31,5%.

Le stelle del made in Italy si distinguono anche per un altro particolare: sono tra quelle che hanno messo a segno un aumento di produttività del 4,2%, risultato assolutamente anomalo rispetto alla tendenza generale che si è ravvisata anche tra le imprese che hanno evidenziato nel biennio performance positive. Non solo, sono quelle che hanno investito di più e hanno assunto di più (+25,3%). Queste evidenze saranno la base su cui andare a declinare i risultati emersi dal monitoraggio big data delle interazioni digitali con l’obiettivo di comprendere più in profondità quali sono i modelli di business che caratterizzano le aziende top performance. I risultati sono attesi per il prossimo novembre.

 

Tecnologie, competenze e interpretazione originale della trasformazione digitale

«Dai dati che abbiamo a disposizione – afferma Stefano Micelli – emerge un grande sforzo per un miglioramento delle performance. Si distingue un made in Italy magari poco conosciuto ma vivace. In particolare quello legato alla meccanica, all’impiantistica, all’automotive e al chimico-farmaceutico, mentre permane una difficoltà strutturale nel comparto delle costruzioni, che ancora oggi non trova una chiave di lettura per uscire dall’impasse post crisi 2008». Accanto al miglioramento della performance economica il dato positivo è il miglioramento della posizione finanziaria.

«Le aziende stanno imparando ad autofinanziarsi: si mette fieno in cascina e si acquisisce una posizione più solida grazie anche alla capacità di costruire al meglio il proprio indebitamento. Ci si avvicina infatti anche a prodotti finanziari diversificati che vanno dal tradizionale leasing e credito commerciale a strumenti più sofisticati come i basket bond. Interessante sarà per noi analizzare il dna delle Pmi stellari. Dai risultati ancora parziali emerge che sono aziende, che oltre a scommettere sulla tecnologia, sono capaci di interpretare il 4.0 in maniera originale e, soprattutto, sviluppare un forte interesse nello sviluppo delle risorse umane. Una vera novità, poiché la gara per i grandi talenti era in parte estranea a questo comparto e marginalizzata al perimetro della media e grande impresa. In questi contesti la crescita di produttività è legata a una maggiore capacità nel coniugare al meglio tecnologie, competenze e visione strategica».

 

Alberto Staccione, direttore generale di Banca Ifis
Il big data per l’individuazione delle tendenze emergenti

Il progetto big data di Ifis intende scoprire tendenze, gusti, scenari, bisogni e opinioni relativi ai singoli settori di mercato, fattori che le imprese devono tenere conto per avere successo. «La sfida più grande per la maggior parte delle aziende è oggi rappresentata dalla capacità di acquisire un vantaggio competitivo lavorando sui dati in quanto forniscono “intelligenza” per attività di pianificazione e definizione delle politiche di business», commenta Carmelo Carbotti, responsabile ufficio studi della banca.

«Osservando i big data è possibile esplorare i dati raccolti senza alcun pre-concetto. Interazioni sui social network, discussioni in un blog o in un forum, conversazioni su twitter, notizie pubblicate dalle testate giornalistiche. Tutto questo offre informazioni preziose sui principali interessi, preferenze e aspettative rendendo possibile individuare le tendenze emergenti. Tutto ciò è dato dalla possibilità di accedere a quello che gli utenti sperimentano o commentano volontariamente su internet (dati dichiarati) ma anche a quello che fanno (osservazione dei comportamenti e delle reazioni). Da questo punto di vista, i big data rappresentano il nuovo prisma attraverso cui osservare la società o, come nel nostro caso, i settori produttivi».

Dall’analisi spunti di riflessione per tutto il comparto delle Pmi

«Con il nuovo progetto abbiamo iniziato a introdurre dei profili di analisi innovativi», spiega il direttore generale di Ifis. «Lo abbiamo fatto cercando di ascoltare il web con processi strutturati che consentissero di individuare trend, opinioni, argomenti e riflessioni che animano il dialogo delle imprese del made in Italy. Obiettivo è offrire una lettura originale e spunti di riflessione per tutto il comparto. Banca Ifis nasce con un fortissimo dna orientato alle Pmi, nasce dal mondo imprenditoriale e per il mondo imprenditoriale per rispondere alle esigenze finanziarie delle pmi con prodotti e approcci al credito dedicati, soprattutto a quella parte piccola e frazionata d’imprese che ha bisogno di maggiore supporto. Per noi Pmi significa soprattutto piccola e microimpresa, quella che oggi risulta essere più abbandonata, anche dal sistema bancario tradizionale.»

«Nostra intenzione – aggiunge Staccione – è offrire una leva per la creazione di cultura d’impresa in quanto elemento fondamentale per passare dalla capacità di saper fare alla capacità di saper crescere e competere sui mercati. Tutti noi operiamo in un contesto dove ha sempre meno senso guardare al passato per cercare di immaginare il futuro. Occorre ascoltare il presente ed è questo l’obiettivo del progetto, tradurre le conversazioni d’impresa e identificare i pattern o modelli che possano determinare l’algoritmo di successo o quanto meno l’algoritmo di sostenibilità d’impresa».

Le tre macrotrendenze emerse dal web listening

Ecosostenibilità – La sostenibilità ambientale sta diventando parte integrante e determinante delle strategie aziendali. Emerge che azioni importanti nei confronti dell’impatto ambientale del proprio business si riflettono nel coinvolgimento di tutti i partner della catena di fornitura di un’impresa.

Trasformazione digitale – Il processo di adozione delle nuove tecnologie sta trasformando tutti gli aspetti chiave di un’organizzazione. La digital transformation non si limita a business innovativi o a start-up digitali ma è un processo che abbraccia aziende di qualsiasi dimensione e operanti in mercati differenti.

Supporto pubblico – L’innovazione tecnologica sarà applicata direttamente ai processi produttivi di ciascuna realtà imprenditoriale e l’ecosostenibilità cambierà i prodotti e la modalità di realizzarli. Il mercato ritiene che questa fase epocale si possa affrontare solo con un partenariato pubblico-privato supportato da agevolazioni e accordi.

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