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direttore Filippo Astone

Assofond: l’industria di fonderia italiana seconda in Europa

La produzione di componenti metallici realizzati con la tecnologia della fusione ha fatto registrare, nel 2018, un fatturato pari a 6,8 miliardi di euro. Ma guerra dei dazi, Brexit e crisi dell’automotive hanno contribuito a una flessione del comparto. Serve una politica industriale di lungo periodo

L’Italia si conferma, anche nel 2018, il secondo Paese in Europa per produzione di componenti metallici realizzati con la tecnologia della fusione, con 2,3 milioni di tonnellate di getti realizzati (in crescita del +1,2% sul 2017), un fatturato complessivo di 6,8 miliardi di euro (+2,1% sul 2017) e un sempre maggiore utilizzo di materiali da riciclo come materia prima (circa il 75% del totale). Sono i dati che emergono dall’assemblea annuale di Assofond, l’associazione di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane: oltre 1.000 imprese che danno lavoro a quasi 30.000 addetti e che si collocano al cuore del settore manifatturiero: realizzano infatti prodotti ad alto valore aggiunto per comparti quali l’automotive, la meccanica varia, le macchine agricole, la nautica, il trasporto aereo e ferroviario, la produzione di energia elettrica.

Da luglio 2018 in poi, in linea con l’andamento dell’economia globale, anche le fonderie hanno però registrato un’importante frenata della produzione, che ancora oggi stenta a riposizionarsi sui livelli di un anno fa. Una conseguenza del rallentamento di tutti i principali settori committenti (automotive in primis), ma anche delle scelte politiche del governo, che non si sono fin qui dimostrate allineate alle esigenze del settore industriale.

«La fonderia italiana si conferma un’eccellenza nel panorama della meccanica mondiale – sottolinea il presidente di Assofond Roberto Ariotti – Da qualche mese, però, qualcosa si è inceppato. Lavoriamo in una situazione congiunturale globale sfavorevole: ci sono i dazi di Trump, c’è la guerra commerciale con la Cina, c’è la Brexit. Potremmo essere alla vigilia di una tempesta perfetta. E in Italia, nel frattempo, c’è un governo che fa solo propaganda, che pensa ai minibot, che guarda con scetticismo all’Europa. Invece noi abbiamo bisogno di più Europa, abbiamo bisogno che non vengano imposte nuove tasse sui fattori produttivi (lavoro ed energia), abbiamo bisogno di protezione dal dumping sociale ed ecologico, abbiamo bisogno che si potenzino gli istituti tecnici e le forme di collaborazione fra scuole e impresa, abbiamo bisogno che si completi la transizione all’economia circolare e che si facciano passi avanti sui decreti end of waste».

Il calo della produzione. Fonte Assofond

I dati: il calo prosegue nei primi mesi del 2019

La dinamica negativa della produzione industriale delle fonderie, che ha avuto il suo momento peggiore a novembre 2018, è proseguita anche nei primi mesi del 2019. Solamente a gennaio, infatti, si è ottenuta una spinta in termini congiunturali (+1,6% su dicembre 2018), mentre negli altri mesi la situazione è peggiorata, con valori sempre negativi, fino al -0,8% di flessione di aprile su marzo 2019.

In termini tendenziali, anche se il segno negativo è meno marcato rispetto al mese di marzo, la perdita di aprile – ultimo mese per il quale sono disponibili i dati Istat – rimane significativa: -6,9% rispetto allo stesso mese del 2018. L’indice della produzione industriale – fatta 100 la media del 2018 – nell’anno in corso si è del resto sempre posizionato su un livello più basso, fino a raggiungere ad aprile il minimo di 94,7 punti.

Indice mensile di produzione. Fonte Assofond

Dall’analisi dei dati a livello disaggregato emerge che nei primi mesi del 2019 sia le fonderie di ghisa sia quelle di metalli non ferrosi presentano una dinamica ribassista: dopo un primo trimestre quasi in linea con la media dello scorso anno, ad aprile 2019 l’indice della produzione delle fonderie di ghisa è sotto di 7 punti percentuali rispetto alla media dell’anno precedente, mentre le fonderie di metalli non ferrosi perdono fino a 11,9 punti percentuali. In forte controtendenza le fonderie di acciaio, che, sempre ad aprile, fanno invece segnare un balzo notevole, con un risultato superiore di 19,1 punti percentuali sulla media del 2018 e vicino al picco massimo fatto segnare a giugno 2018: l’incidenza di questo comparto non è tale però da permettere un significativo impatto sul dato aggregato.

Analisi dei dati a livello disaggregato. Fonte Assofond

 

L’economia circolare delle fonderie: un caso di successo, ma servono i decreti end of waste

Il comparto delle fonderie mette in pratica da sempre un meccanismo di economia circolare molto avanzato: è grazie a queste imprese e alla loro tecnologia, infatti, che buona parte dei rottami metallici giunti a “fine vita” viene riciclata e riutilizzata per realizzare nuovi prodotti. Le fonderie producono manufatti industriali o artistici portando a fusione i metalli, colandoli in forme di materiale refrattario o in stampi metallici e facendoli raffreddare in modo da far loro acquisire la forma desiderata. Grazie a questo processo si possono produrre manufatti di piccole o di grandi dimensioni: si va dai dischi freno montati sulle auto fino a componenti per impianti eolici da decine di tonnellate, passando per oggetti diversissimi fra loro come ad esempio componenti interni dei motori a scoppio o elementi di arredo urbano.

Roberto Ariotti, presidente Assofond

Negli ultimi anni, la percentuale di materiali di recupero utilizzata in sostituzione della materia prima vergine è cresciuta costantemente, arrivando a toccare i due terzi del totale. Ciò significa da un lato ridurre, in un’ottica di valutazione del ciclo di vita integrato del prodotto, l’impatto ambientale dovuto all’estrazione, trasporto e lavorazione del minerale di ferro, dall’altro contribuire a smaltire un rifiuto che altrimenti rischierebbe di essere disperso nell’ambiente. Anche gli scarti della produzione sono reimpiegati nel processo: il 95% delle terre esauste usate in fonderia, ad esempio, viene riutilizzato in sostituzione di sabbie e terre provenienti da attività estrattive.

«Il dato relativo agli scarti riutilizzati potrebbe ancora migliorare – sottolinea Ariotti – se si facessero passi avanti sull’end of waste: le sabbie esauste che non possiamo reimpiegare direttamente nelle nostre aziende possono infatti essere utilizzate in sostituzione di sabbie “vergini” da altri settori produttivi o per realizzare per rilevati stradali o per recuperi ambientali. La loro classificazione come rifiuto, però, impone lungaggini burocratiche e costi di gestione tali da far spesso preferire il ricorso a sabbie provenienti da estrazione, con notevoli danni per l’ambiente. Abbiamo calcolato che se tutte le sabbie esauste prodotte dalle fonderie e oggi scartate venissero riutilizzate al posto di sabbie vergini, dalla mancata estrazione si potrebbe generare ogni anno un risparmio di quasi 25.000 tonnellate di CO2. Se consideriamo che un ettaro di bosco imprigiona in media 3,5 tonnellate di CO2, per ottenere un simile risultato bisognerebbe piantare 7.200 ettari di bosco ogni anno».

L’industria di fonderia in Italia. Fonte Assofond

Fonderie e occupazione: il lavoro c’è, ma mancano le figure professionali

Sono oggi circa 30.000 i lavoratori delle fonderie italiane: il comparto si caratterizza per una marcata stabilità del lavoro (il 96% degli addetti è assunto a tempo indeterminato), per un turnover ridottissimo e per ampie prospettive di crescita per i giovani che decidono di entrare a lavorare in fonderia.

«Al di là dei luoghi comuni – conclude Ariotti – il lavoro in fonderia è oggi un impiego che garantisce buone possibilità di crescita e che è fatto di ingegno, tecnologia e alta specializzazione. Ciò nonostante, incontriamo molte difficoltà a trovare figure professionali adeguate alle nostre esigenze. I percorsi formativi offerti dagli istituti tecnici sono poco frequentati dai nostri ragazzi, e ancor meno lo sono gli Its, le scuole di specializzazione tecnica post diploma, che in Italia contano circa 11.000 studenti contro gli oltre 800.000 della Germania. Anche questo è un aspetto su cui la politica potrebbe intervenire, supportando la presenza di questi istituti nelle aree a maggior vocazione industriale e favorendone la crescita».

I settori committenti delle fonderie. Fonte Assofond

 

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