direttore Filippo Astone

Server di HPE

Nuova Hpe: ecco come sara’ davvero il mondo post digital transformation

in Innovazione/Inside

di Filippo Astone ♦ Fabbriche interconnesse, auto che si guidano da sole, robot. L’umanità 4.0 vedrà circolare decine di Zettabyte di dati, raccolti e rese fruibili da milioni di server. Ecco perché la nuova Hpe si focalizza sui server e abbandona il resto. Dalle parole del ceo italiano Stefano Venturi a Bologna, emerge il ritratto non solo di una delle maggiori aziende IT, ma soprattutto della società futura nell’era in cui i dati saranno la nuova materia prima.

Hpe è il punto di arrivo di Hewlett Packard, che è la più antica azienda di informatica dopo Ibm e, fino alla scissione in due parti (Hp inc. per stampanti e pc e, appunto, Hpe per tutte le attività aziendali) era anche la più grande del mondo. Nei tempi recenti, la ceo Meg Whitman sta attuando una strategia “disruptive” come ama dire lei, convinta che il vero innovatore debba innanzitutto rivoluzionare se stesso. La nuova Hpe intende dimagrire fino a dimezzarsi, specializzarsi esclusivamente nei server e in tutto il mondo dei servizi e del software che vi è legato, diventando leader di questo mercato per dimensioni e redditività.

Dopo e durante questo processo, la nuova Hpe procederà a una campagna serrata di acquisizioni focalizzate che le consentirà di ridiventare grande, di re-ingrassare dopo il dimagrimento. Una volta Hewlett-Packard (fondata nel 1939 da Bill Hewlett e David Packard) era un colosso dell’informatica presente in tutte le aree possibili, dai server ai dispositivi di connessione, dai pc e alle stampanti, dal software ai servizi. Adesso si occuperà solo di server e dei relativi servizi, anche se lo farà non come una product company, ma come una solution and service oriented company.

In questo articolo racconteremo la nuova strategia di Hpe attraverso le parole che Stefano Venturi, Amministratore Delegato Hpe in Italia  ha usato qualche giorno fa alla grande convention che si è tenuta a Bologna e che ha avuto come ospite d’onore proprio la ceo Whitman. Non sono parole virgolettate, perché si tratta di una nostra sintesi e scelta. Ma sono i concetti che ha espresso lui. Lo facciamo non solo perché Hpe è una realtà importante per il mondo dell’economia reale e dell’innovazione, il mondo che Industria Italiana si propone di raccontare, ma soprattutto perché attraverso la metamorfosi di Hpe si può capire meglio come sarà il nuovo mondo 4.0. O, almeno, come si presume che diventerà. Il tema, quindi, va ben oltre l’IT in senso stretto.

Meg Whitman e Stefano Venturi sul palco della convention di Bologna

Il mondo 4.0 si basa sui dati, ossigeno del pianeta che respira.

L’Economia 4.0, come è ormai noto, si basa sulla produzione e circolazione continua di grandi masse di dati, che devono muoversi liberamente per il mondo interconnesso e senza barriere, completamente allineato. L’analisi di quei dati produce informazioni che fanno funzionare le aziende e, anche, le vite delle persone. Insomma i dati saranno l’ossigeno del pianeta che respira, come ama dire Venturi. E digital transformation significa far evolvere le proprie aziende e strutture per consentire a loro di respirare meglio.

In particolare, le sfide per le aziende sono:

Essere veloci. Sia nella digital transformation e sia, soprattutto, nei processi di business che seguiranno.
Seguire l’evoluzione delle fonti di big data: per un’azienda deve diventare fondamentale riuscire, secondo una logica di miglioramento continua, a identificare le nuove fonti e incorporarle nelle piattaforme di Data Management.
Catturare, gestire e archiviare tutti i dati aziendali per preservare storia e contesto.
Analizzare scientificamente i dati per ‘arricchirli’ di senso utile e ‘non ovvio’.
Rilasciare dati velocemente e liberamente a tutti coloro che hanno necessità.

Hpe: il coraggio di focalizzarsi.

«In Hpe siamo al punto dell’estrema focalizzazione,- ha detto Venturi – un’operazione di grande coraggio. Da quando c’è Internet sono avvenute due grandi rivoluzioni: la prima è stata il world wide web che ha sconvolto il mondo; e poi sono arrivati i social assieme ai mobile. Adesso sta avvenendo la terza rivoluzione, resa possibile dall’unione di tre forze: la disponibilità di dati determinata dall’aggregazione dell’Internet of Things (parliamo di volumi abnormi); l’esistenza di nuovi algoritmi matematici che elaborano questi dati in maniera leggera, veloce e che danno risposte intelligenti a quesiti vari, variegati e in arrivo da fonti diverse; il cloud che apre un mondo ibrido, cloud che vuol dire capacità innovativa a costo zero o molto limitato per quelli che sono i nuovi entranti e dalle challenge dei clienti.Durante le due precedenti rivoluzioni chi ha vinto è stato chi si è focalizzato a fare una sola cosa, chi si è concentrato su uno dei pezzi della tecnologia. Quella esperienza è diventata la nostra regola da applicare alla nuova stagione del fare computing.

”vogliamo trasformare l’information technology. Non si tratta solo di computer più veloci, certo saranno anche i più veloci, ma saranno soprattutto protagonisti di un computing radicalmente diverso„

 

Una stagione all’insegna della parola open, il computing sarà aperto.

Mi piace qui ricordare che HP è stata la prima e l’unica grande multinazionale americana a scegliere di andare su opensource con Linux tantissimi anni fa e ancora oggi è l’unica che spinge a tutti i livelli non solo open standard ma soprattutto open source dove possibile. E per tornare a quest’origine dei veri ingegneri (che erano Billy Yunet e Dave Button, erano due fondatori, due ingegneri puri che volevano il meglio in ogni settore), ci siamo organizzati per essere focalizzati e per collaborare e quindi fare ecosistema con tutti i nuovi inventori che i metteranno a punto software, nuove modalità di servizi e i nostri partner. Siamo ambiziosi: vogliamo trasformare l’information technology. Non si tratta solo di computer più veloci, certo saranno anche i più veloci, ma saranno soprattutto protagonisti di un computing radicalmente diverso. »

Stefano Venturi, Amministratore Delegato Hpe Italia

Lo mission di Hpe: accelerare la digital transformation.

Premesso questo, l’obiettivo ultimo di HPE è velocizzare la Digital transformation in ogni settore, pubblico e privato, col manifatturiero in testa. Venturi insiste più volte su un concetto per lui fondamentale: la tecnologia per Hpe non è commodity. Hpe vuole essere il leader delle infrastrutture tecnologiche. Per questo si è focalizzata su tre aree all’insegna della tecnologia: IT ibrido software definment, Intelligent Edge, Servizi e partner.

Il mondo sarà sempre più ibrido.

«Noi crediamo -ha detto Venturi- che il mondo sarà sempre di più ibrido. Cerchiamo di capire bene cosa sia un “mondo sempre più ibrido”. Immaginiamo di entrare in un’azienda tipo o immaginiamo il lavoro di un IT manager. Se scattassimo una foto vedremo che alcuni stock di dati sono mantenuti in home, altri presso hosting, altri ancora in un software service. Perché questi dati siano utilizzabili e utili sarà necessario armonizzarli, anche economicamente (basti pensare all’incidenza dei costi di licenza, ai tempi di risposta non adeguati ecc). Ora moltiplicate questa foto all’infinito e avrete visualizzato un mercato.

Un mercato che noi vogliamo aggredire con il nostro IT Hybrid software defined, vogliamo aiutare le imprese tradizionali a costruire e gestire la loro tecnologia ibrida. Ovvero far piazza pulita di un insieme caotico di piattaforme hardware specifiche per il carico di lavoro e di IT fantasma ed evitare aumento di costi, di rischi e di difficoltà di gestione.  L’ IT ibrido dà vita alla combinazione ideale di IT tradizionale, cloud privato e cloud pubblico. Perché offre la possibilità di integrare nuove tecnologie dove necessario e di mantenere i sistemi legacy dove opportuno.

”il cloud per quanto smisurato possa essere non potrà mai accogliere i tanti server che sarà necessario installare localmente.Noi puntiamo a pensare server capaci di rispondere all’ultralocal„

 

Il mondo ibrido a portata di mano grazie ai server.

Come intendiamo farlo? Offrendo la nostra tecnologia server. Abbiamo target importanti. Ambiziosi direi – in termini di ricavi e di quote di mercato – ma i numeri non li diamo. Posso dire che il mercato dei server crescerà sicuramente. Ma la vera domanda da farsi è un’altra: dove crescerà la presenza di server?. Ci sono molte scuole di pensiero, noi pensiamo che la maggiore crescita sarà nell’IT ibrido.

L’ibrido prevarrà numericamente sul cloud.

Ci sono studi che prevedono larga presenza di server in cloud. Noi su questo abbiamo una visione un po’ diversa: il cloud per quanto smisurato possa essere non potrà mai accogliere i tanti server che sarà necessario installare localmente. E questo perché il cloud non può fronteggiare un’eventistica puntuale (per esempio le attività su una grande nave o su una piattaforma). Noi puntiamo a pensare server capaci di rispondere all’ultralocal. Per esempio: nano server da applicare ai sensori. E questo esempio ci porta alla seconda grande area di interesse di HP, l’Intelligent Edge.

 

Intelligent Edge per il pianeta che respira.

«Internet of things è una parola che sentiamo da tempo. – ha detto Venturi -Io amo definire l’IoT “il pianeta che respira”: cioè è tutto quello che c’è là fuori, qui dentro, tutto quello che avviene in questo istante e che deve essere monitorato. Raccogliere i dati, è questo il primo passaggio. Ed è per questo che abbiamo pensato, progettato e vendiamo tecnologia destinata all’ Edge Computing. Il concetto di Edge – che in italiano letteralmente significa confine – si può spiegare ricordando che i dispositivi generano continuamente dati che devono essere valutati al fine di prendere decisioni o intraprendere azioni. L’Edge è il punto di prossimità rispetto ai vari strumenti che li raccolgono (device) ed è qui che i dati possono essere analizzati per essere “puliti” e interpretati, così da consentire anche decisioni in tempo reale. Noi vogliamo raccogliere ed elaborare dati in modo intelligente. Cosa vuol dire in modo intelligente? Significa incamerare dati, rielaborarli e trasformarli in metadati alla periferia prima di trasferirli al centro. E questo è un approccio che deve essere colto velocemente soprattutto nel manifatturiero: la digital transformation non può attendere.

”la complessità delle connessioni e lo sviluppo delle interazioni richiedono e richiederanno quantità di energia e risorse. Se non si agisce uno step local la trasmissione dei dati al centro diventa onerosa„

 

I dati per essere utilizzati vanno lavorati in periferia: per questo occorrono i server.

Bisogna accelerare per accompagnare i processi in atto secondo principi di sostenibilità economica e ambientale: la complessità delle connessioni (basta pensare che ogni sensore ha un suo proprio IPA, ovvero una etichetta numerica che lo identifica sulla rete e di conseguenza gli fornisce il percorso per essere raggiunto da un altro dispositivo il quale a sua volta lo deve riconoscere) e lo sviluppo delle interazioni richiedono e richiederanno quantità di energia e risorse. Se non si agisce uno step local la trasmissione dei dati al centro diventa onerosa in termini economici e in termini di tempo per la risposta.
Il vecchio sistema di lavoro basato sul networking è già alle corde. Ecco che HPE sta già lavorando a costruire il futuro nell’Edge Computing.

Un esempio molto concreto è legato all’automotive: noi lavoriamo su molteplici progetti nel segmento delle automobili connesse. Grazie all’approccio Edge abbiamo rilevato un pericolo a cui molti costruttori non avevano pensato e che noi abbiamo risolto: ovvero, il cyber crime può, grazie agli hacker, utilizzare il sensore della pressione degli pneumatici dell’automobile, per accedere al sistema e corrompere così i dati, compromettendo il funzionamento della vettura.

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Google car

Si è parlato di Niara Technology : è da lì che esce l’intelligenza artificiale applicata alla sicurezza di Edge, è intelligenza comportamentale. Nel momento in cui andiamo incontro a una società basata sui things, che generano dati grazie ai quali il mondo prenderà decisioni, dobbiamo essere sicuri di offrire sicurezza su quanto entra, su quanto viene generato, e soprattutto che i sensori non diventino porte attraverso cui passano attacchi informatici malevoli.

”occorre condurre insieme ai nostri clienti il più velocemente possibile la transizione dalle vecchie architetture alle nuove architetture. Più velocemente questa avverrà, più i vantaggi saranno cospicui per tutti„

 

Il nuovo modo di fare computing.

Dunque stiamo già oggi percorrendo il cambiamento in atto nei sistemi produttivi. La questione semmai è un’altra: occorre condurre insieme ai nostri clienti il più velocemente possibile la transizione dalle vecchie architetture alle nuove architetture. Perché più velocemente questa avverrà, più i vantaggi saranno cospicui per tutti. Il tema è che i nostri clienti scontano una certa lentezza. E spesso si arroccano dietro la questione costi. Occorre invece spiegare – e noi lo facciamo in ogni sede – che il nuovo modo di fare computing, anche su ciò che è esistente, a parità di perimetro, è meno costoso.

Se parti da zero – nessuno in realtà parte da zero – è addirittura enormente meno costoso. Il problema – non da tutti colto – è che andiamo incontro ad un’era in cui i dati saranno la nuova “materia prima”. Le aziende e i sistemi Paese che avranno le infrastrutture per trattare questa materia per trarne informazioni saranno quelle che domineranno il mondo e i mercati.

Servizi e partner.

Il nostro obiettivo dunque è accelerare la trasformazione digitale. E possiamo farlo perché siamo i numeri uno – e vogliamo continuare ad esserlo – nell’ambito dei server a livello di valore mondiale; lo stesso vale nel mondo dello storage totale (storage esterno e quello interno ai nostri server). E ancora, nel networking sofisticato wireless aperto siamo i numeri uno di mercato. Tutto questo è potuto accadere e dovrà continuare ad accadere perché tecnologie e competenze nostre e quelle dei nostri partner viaggiano insieme.

E qui si gioca la terza area: la combinazione tra ciò che rimane dei nostri servizi e i nostri partner appunto. Noi abbiamo mantenuto delle piccole unità di servizi che vanno dall’assistenza tradizionale ma anche alla technology consulting che hanno lo scopo di rendere nella maniera più rapida possibile ai clienti il passaggio verso quello che è il nuovo mondo. Più velocemente noi li guideremo verso questo nuovo mondo, più noi guadagneremo marketshare e faremo loro un favore . La nostra strategia è di farlo assieme ai nostri partner sul territorio.

La sede di HPE Italia a Cernusco, Milano

Hpe Pointnext.

I servizi per la digital tranformation vengono erogati attraverso Hpe Pointnext. Questo portafoglio di attività è finalizzato ad aiutare le aziende in due direzioni: digitalizzare le operation “core”; innovare i propri prodotti e servizi grazie al digitale e ai nuovi modelli di business che si renderanno possibili. Pointnext promette alle aziende di: ottimizzare le proprie infrastrutture; articolare un sistema di partner “best in one”; ridurre la complessità in tutte le aree di business; raggiungere la massima velocità di funzionamento possibile.

The Machine: il primo computer (server) che vede al centro la memoria e non la cpu.

Essere leader delle infrastrutture tecnologiche dicevo. Crediamo che in questo campo ci sarà una vera rivoluzione copernicana. E con The Machine noi saremo protagonisti di questa rivoluzione. La Macchina. Io lo definisco un programma a lungo termine, per intenderci tipo 2020. Intanto, dobbiamo essere chiari: The Machine non si applica sin da subito su tutto, ma già ora abbiamo clienti che ci confermano che su determinati ambienti dà risultati straordinari.

Machine è la strada giusta, certo prima che gli ambienti cambino ci vorrà del tempo. Non si tratta solo di un computer semplicemente più veloce, su questo fronte proporremo tra breve i server Gen 10. Machine è molto di più. Intanto è il frutto di un enorme investimento, in pura ricerca avanzata. Ma soprattutto è la prova visibile della rivoluzione verso sé stessa che HPE sta facendo. Spinoff, acquisizioni, open source e open data, hiperconvergenza, edge computing sono altrettanti lemmi della grammatica dell’azienda. Una grammatica disruptive: facciamo tecnologia che renda obsoleti i nostri stessi sistemi.

E così circa cinque mesi fa abbiamo lanciato questa grande macchina: il primo computer al mondo memory centric, ovvero il primo computer che vede al centro la memoria e non più il caro vecchio microprocessore, la CPU (in gergo per Central processing unit). Chiamiamola rivoluzione copernicana perché cambia completamente il modo in cui viene concepita la Macchina.

”non si tratta solo di un computer semplicemente più veloce, ma del più grande computer single-memory del mondo, con i suoi 160 Terabyte di memoria„

 

Un nuovo paradigma per l’era dei Big Data: il memory driven computing.

Il prototipo che abbiamo presentato circa due mesi fa è il più grande computer single-memory del mondo, con i suoi 160 Terabyte di memoria. Questa è la versione “muscolare”, in futuro ci sarà un ampio portafoglio di possibilità e di articolazioni. Ciò che è importante mettere in evidenza è il paradigma denominato Memory-Driven Computing, un’architettura appositamente creata per l’era dei Big Data. Il Memory-Driven Computing mette al centro dell’architettura informatica la memoria, con le inefficienze dell’approccio tradizionale, nell’ambito del quale memoria, storage e processori interagiscono oggi tra loro. Così il Memory-Driven Computing riduce il tempo necessario a risolvere problemi complessi da giorni a ore, da ore a minuti, da minuti a secondi. Il tutto, per produrre intelligence in tempo reale.

La velocità al centro del computing.

Immaginiamo insieme cosa vuol dire: nell’health care sarebbe possibile utilizzare The Machine per inserire tutte le cartelle mediche del mondo e ricavarne dati utili per la ricerca biomedicale. Ma anche si potranno immettere tutti i dati relativi alle automobili a guida automatica. Si può solo immaginare le correlazioni che The Machine potrà dispiegare. La scienza dei Big Data del resto è all’inizio, ma già oggi possiamo vederne gli sviluppi: i dati raccolti ed elaborati ci permettono di ricostruire trend, pattern, elementi importanti per fare business o marketing, per profilare comportamenti. Mettere al centro la memoria comporterà due cose: elaborazione dei dati in tempo reale e costi veramente bassi.

Ma non c’è solo questo. Tra le scommesse che stiamo sperimentando c’è di abbattere drasticamente l’energia impegnata per l’input e output: l’80% dell’energia di un computer è sprecata dall’input e output tra CPU di RAM e memoria Vogliamo utilizzare sia dei nuovi chip che funzionino a ottica che chip a drogaggio tradizionale (con drogaggio, si intende l’aggiunta al semiconduttore puro di piccole percentuali di atomi non facenti parte del semiconduttore stesso allo scopo di modificare le proprietà elettroniche del materiale. Il drogaggio in genere aumenta la conducibilità elettrica del semiconduttore ndr. )

L’Italia al centro di Hpe: costruire una comunità.

Stare dalla parte dell’industria, e in generale del cliente, oggi in Italia significa per HPE costruire una comunità, la comunità del futuro. Come ho detto dobbiamo accelerare la digital trasformation, dove accelerare significa accrescere la componente culturale e le competenze. A partire da quelle dei più giovani e del management industriale. A questo proposito, un progetto che mi è molto caro è FABLAB@HPE. Lo abbiamo studiato col Ministro dell’educazione e della ricerca a partire da una considerazione: la centralità dell’alternanza scuola-lavoro destinato ai ragazzi delle superiori. A nostro avviso, c’era bisogno di dare una spinta soprattutto alle aziende un po’ pigre a prendere in considerazione questi ragazzi giacché generalmente si tende a prendere laureati.

In realtà noi già da tre anni siamo attivi sul fronte formazione aderendo a CoderDojo, un movimento globale non profit nato nel 2011 in Irlanda che ha come scopo la promozione del pensiero computazionale tra i ragazzi (coding). Coderdojo ha adottato un linguaggio di programmazione a blocchi del MIT (Massachussets Institute of Technology) per insegnare ai ragazzi a programmare: nel corso di una giornata i nostri giovanissimi questi imparano a costruire dei software per videogame e software di utilità.

”stare dalla parte dell’industria  oggi in Italia significa per HPE costruire una comunità, la comunità del futuro. Dobbiamo accelerare la digital trasformation, dove accelerare significa accrescere la componente culturale e le competenze„

 

FABLAB@HPE dunque è una estensione di un’esperienza. L’obiettivo per gli studenti in alternanza scuola-lavoro è quello di gli insegnare a diventare insegnanti utilizzando il metodo CoderDojo così da essere capaci di estendere competenze Coding, cioè come si conduce il lavoro di squadra, come si gestisce un progetto, come si gestisce la comunicazione, come si gestiscono i conflitti, come si gestisce un budget. Insomma tutte cose che alla più parte di noi, quando frequentavamo le scuole superiori, nessuno ha mai neppure suggerito. Negli Stati Uniti invece già alle medie inferiori si impara a fare lavoro di squadra, a interagire, a gestire dei progetti. Costruire la comunità di domani è per noi decisivo e per questo stiamo procedendo a stimolare dei Fan club, da cui dovrebbero uscire ragazze e ragazzi capaci di insegnare ai più piccoli. Abbiamo 4 o 500 studenti che a loro volta ne hanno coinvolti altri 2000. Pensiamo nei prossimi 4 o 5 anni di toccare 10000 studenti e poi magari lo svilupperemo e sarà anche di più.

 

Hpe Innovation Lab.

E creare ecosistemi innovativi è anche alla base di Hpe Innovation Lab. Non a caso ho lasciato questo capitolo per ultimo, perché vorrei fosse chiaro che per noi L’IT si deve adattare alle esigenze industriali e non il contrario. Con Hpe Innovation Lab perseguiamo questa strategia. Il nostro obiettivo è di generare 19 punti di innovazione, con 15 partner e quattro distributori. Per accelerare la digital transformation sul territorio nazionale era necessaria la capillarità, la prossimità al territorio, la vicinanza agli imprenditori, l’aggregazione delle competenze. Ed è quello che stiamo facendo. Inoltre non nascondo che gli Hpe Innovation Lab vogliono diventare interlocutori e protagonisti dei Digital Innovation Hub, centri che si dovranno costituire sul territorio, secondo le indicazioni del Piano Calenda per l’Industria 4.0. I Digital Innovation Hub si “appoggeranno” a Confindustria e a R.ETE. Imprese Italia, per aiutare le Pmi italiane nella trasformazione verso l’Industria 4.0. Noi collaborando con Confindustria siamo già a buon punto a Parma e abbiamo avviato un percorso analogo a Bari.

 

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