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Tutto quello che c’è dietro la visita di Gentiloni al Pirellone e in Brianza

in Inside/Politica industriale

di Marco de’ Francesco ♦ L’ Italia e è il secondo polo produttivo per la farmaceutica in Europa. Notizia non sottolineata da Gentiloni nel suo tour milanese a sostegno della candidatura del capoluogo per la conquista dell’EMA. Tra i punti di forza la presenza di 50 facoltà medico scientiche  in Lombardia  e di 1.100 centri ricerca; dall’Human Technopole al JCR di Ispra. Per non dire delle vicine EFSA di Parma ed EFT di Torino e della forte base  manifatturiera della Brianza

 In fondo, le due sessioni ( Milano e Monza-Brianza) della visita del premier Paolo Gentiloni (vedi Industria Italiana) fanno parte di un unico racconto. Quello delle aziende resilienti alla crisi. Da un lato quelle della Brianza, per lo più appartenenti a quattro distretti importanti (meccanica, chimica, elettronica e mobile/design) che hanno dato vita a una sorta di fabbrica diffusa, che scambia competenze, forniture, macchinari, collaboratori. Aziende che, seguendo una precisa strategia industriale dilatata sul territorio, non hanno proceduto a delocalizzazioni, se non in minima parte. Dall’altro quelle dell’industria farmaceutica, che presentano risultati simili sia in fatto di conduzione familiare sia in termini di resilienza e che oggi costituiscono, a livello nazionale, uno dei principali motori dell’economia e delle esportazioni italiane.

 

Soffermiamoci sul mondo del pharma. L’Italia è diventata negli anni il secondo Hub produttivo per la farmaceutica del continente, seconda solo alla Germania. Mentre la manifattura subiva forti contrazioni (-7%) nella seconda fase della crisi – che è poi come si è sistemato il mondo a seguito della globalizzazione – l’industria farmaceutica è cresciuta del 15% in soli 5 anni, dal 2010 al 2015. E ora macina fatturati col segno più per il 10%. Il valore della produzione delle aziende di comparto operative nello Stivale si attesta attorno ai 30 miliardi di euro, con una quota export pari al 73%. Non basta l’Italia è prima in Europa per numero di imprese, addetti e fatturato nelle Pmi farmaceutiche.

 

In Italia sono operative nel settore due categorie di aziende: i colossi stranieri come GSK , presenza storica, che risale al 1904 a Siena e al 1932 a Verona, dove ha sede l’headquarter; Novartis, che ha due stabilimenti, a Torre Annunziata e a Rovereto; la Bayer, che a parte la sede milanese e la delegazione romana, ha potenzialità produttive che si basano su tre siti industriali, Garbagnate Milanese, Segrate e a Filago nella bergamasca. L’altra categoria è rappresentata da una costellazione di medie imprese nostrane di origine famigliare, altamente specializzate in prodotti biotech e in malattie rare. Queste aziende – Recordati, Menarini, Chiesi, Fidia, solo per ricordarne qualcuna – rifuggono dal modello generalista, e fanno bene: i big globalizzati presidiano il mercato di massa e non c’è niente da fare. Ma sono aziende che esportano l’80% della produzione, hanno ricavi per 13 miliardi, ottimi margini, investono in ricerca (1,4 miliardi) e in innovazione e sono attive sul mercato delle acquisizioni.

Sia le aziende brianzole che quelle medie della farmaceutica dunque sono guidate da famiglie, anche se le prime possono talora vantare alberi genealogici più robusti. L’associazione è sfuggita al premier: un peccato, perché sarebbe stato interessante comprendere il suo punto di vista e le possibili strategie tagliate su un modello aziendale che ha generato il meglio del Made in Italy. Certo è che le seconde potrebbero godere del trasferimento dell’EMA (European Medicines Agency) da Londra al Pirellone, operazione che potrebbe tradursi, secondo il dossier presentato a Milano, (vedi Industria Italiana) nella realizzazione di un Hub scientifico di valore europeo.

 

Il Pirellone: la nuova sede dell’ EMA?

Non si tratta certo di una fola. Né – lo speriamo – di uno specchietto per la grassoccia allodola Ema. L’Agenzia ingolosisce molto per due motivi: ha un alto budget (300 milioni) e produce rilevanti ricadute in termini di indotto, con circa 500 meeting organizzati ogni anno, per un totale di 65mila partecipanti. Il che spiega anche perché Milano abbia messo in fila tutta le sue specialità: qualità della vita (trasporti efficienti, cibo e ristorazione da leccarsi i baffi, cultura, bellezze architettoniche), centralità del design e del fashion internazionale, disponibilità immobiliare (saranno circa 900 i dipendenti Ema in trasloco da Londra) e persino quella educativa-ricreativa per l’infanzia (sono 500 i bambini previsti in arrivo) .

 

Insomma l’EMA – che serve un mercato di milioni di persone e lo ricordiamo «è responsabile della valutazione scientifica, della vigilanza e della sorveglianza della sicurezza dei medicinali nell’UE. Protegge la salute pubblica e animale in 28 Stati membri dell’UE e nei paesi dello Spazio economico europeo assicurandosi che tutti i medicinali disponibili sul mercato comunitario siano sicuri, efficaci e di alta qualità» – atterrebbe da Londra a Milano, assicurandosi una signora location. Soprattutto però produttiva e ad alto tasso di R&D.

 

La presentazione del dossier per la candidatura di Milano ad ospitare l’ EMA

Come ha ricordato il governatore della Lombardia Roberto Maroni, che assieme a Gentiloni e a Enzo Moavero Milanesi, delegato del governo per la candidatura italiana,  ha presenziato alla conferenza stampa di presentazione della candidatura «l’EMA si posizionerebbe nel contesto della città-metropolitana e di una Regione che hanno i numeri per vincere: 13 università con 50 facoltà medico scientifiche, 1.100 centri ricerca tra pubblici e privati, 19 istituti di cura a carattere scientifico, 9 cluster tecnologici e due infrastrutture (nell’area milanese, ndr) in via di realizzazione: Human Technopole (area Expo) che con l’impegno del diventerà il centro d’eccellenza europea sulla ricerca nella genomica e la Città della salute e della ricerca (ex area Falck di Sesto San giovanni) destinata a diventare altrettanto nella ricerca oncologica. ».

 

Produzione di farmaci Teva
Produzione di farmaci Teva

Pensare a un Hub scientifico europeo come si prefigura nel dossier dunque è più che fattibile, potendo Milano contare anche sulla vicinanza allo JRC (Joint Research Centre, noto anche come Centro comune di ricerca) di Ispra (Va), all’ EFSA (European Food Safety Authority) di Parma e all’ETF (European Training Foundation, nota come Fondazione europea per la formazione professionale) di Torino.

Ora, non è detto che l’Ema finisca a Milano con buona pace di Gentiloni. Per inciso, è risultato alquanto singolare che il premier, nel suo grido anti-decoubertiano («con tutto il rispetto per lo spirito olimpico, ce la giochiamo per vincere. Sappiamo che le partite si vincono o si perdono ma questa partita Milano, la Lombardia e l’Italia la giocano per vincere») abbia omesso qualsiasi riferimento all’industria farmaceutica, che pure potrebbe giovarsi assai dell’attività dell’Hub. Barcellona, Copenaghen, Vienna e Bratislava daranno filo da torcere, perché non vogliono farsi sfuggire la ghiotta occasione. Pare che un pensierino l’abbiano fatto ben 22 città, ma non tutte arriveranno a consegnare il dossier a fine mese. L’aggiudicazione  sarà resa nota a fine settembre. Ma nel caso si riuscisse nell’impresa, sarebbe auspicabile che la vicenda non si traducesse in una questione di mera ospitalità di abbienti funzionari comunitari con famiglie al seguito; anche considerando la tolleranza che questo Paese ha storicamente riservato verso carrozzoni di ogni genere, sarebbe invece opportuno che la struttura desse subito vita all’Hub scientifico, per sostenere il lavoro dell’altro Hub, quello produttivo, di cui, in questi anni e nonostante i meriti, non si è mai parlato abbastanza.

 

Il territorio denzamente popolato della Brianza visto dai monti di Lecco

La Brianza delle aziende familiari, resiliente e attenta alla persona

«Uno degli elementi secondo me fondamentali del successo e che poi sono un elemento fondamentale delle economia non solo brianzola, ma dell’Italia tutta, è la dimensione sociale.» Così ha detto il Presidente del Consiglio parlando alla Caimi Brevetti, ultima tappa della puntata brianzola della sua visita. «Io sono colpito – spiega – dal fatto che le imprese che ho visitato oggi in Brianza sono tutte imprese che, in un modo o nell’altro, investono sul welfare aziendale, sulla dimensione sociale e ambientale del loro lavoro, sul rapporto con il territorio, sulla valorizzazione delle persone che lavorano in azienda: questo, per me, è un insegnamento straordinario per l’intero Paese.»

Sul punto Industria Italiana ha già indagato. È stato sottolineato che il 20,3% di imprese resilienti alla crisi è un dato elevatissimo rispetto a quelli ottenuti in analisi effettuate in altri contesti italiani, dove il risultato varia dal 5 al 10-15%. Forse questo risultato ha a che fare con un modello tipico, quello di industria diffusa, coesa e collaborativa, che ha funzionato da collante nei momenti critici. Una comunità territoriale che si riflette nei valori aziendali e nell’attività manifatturiera. Una sorta di modello circolare.

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Brianza, presenza record di imprese

Sempre in una analisi precedente di Industria Italiana, risultava che a Monza e Brianza il manifatturiero genera direttamente il 27,4% del Pil, contro il 15% al livello italiano, il 25% della Germania e il 20% auspicato dall’Unione europea per tutta l’eurozona. Sembra in effetti frutto di una strategia. Comunque sia, è stato rilevato che, in valore assoluto, Monza e Brianza, con 7,4 miliardi di euro, è la sesta provincia europea per valore aggiunto manifatturiero, dietro, nell’ordine, Brescia (10,1 miliardi), Bergamo (9,7 miliardi), la tedesca Wolsburg (8,6 miliardi), Vicenza (8,6), Boblingen, pure in Germania (7,6 miliardi).

Grande è la propensione all’export: in Brianza, quello manifatturiero pro-capite è in media di 9.888 euro, contro i 6.253 euro al livello italiano. I “nomi”, poi, si sprecano: Brugola, Candy, Rovagnati, Sol, Sapio, Gruppo Fontana e Parà, per esempio. E se è vero che la Brianza non delocalizza, è anche vero che è al centro dell’interesse di grandi corporation, che qui hanno piazzato importanti stabilimenti. Solo per fare alcuni nomi, Stm, Phillips, Basf, Arcelor, Cisco e Schindler.

Una realizzazione VRV

Il primo ministro ha dapprima varcato i cancelli dello stabilimento di Ornago del Gruppo VRV, azienda a proprietà familiare il cui Presidente è Alessandro Spada. Una azienda presente sul mercato dal 1956 e composta da diverse società che operano nella progettazione e nella fabbricazione di apparecchiature a pressione per i settori Oil&Gas, petrolchimico, della raffinazione, dei fertilizzanti e criogenico. Il gruppo è strutturato in due divisioni – Criogenica e Oil&Gas – e dispone di stabilimenti in Italia, Francia e India con circa 800 dipendenti e i suoi prodotti sono esportati in oltre 80 Paesi con un fatturato superiore ai 150 milioni di euro .

Caimi Brevetti
Fase di progettazione a Caimi Brevetti

La visita è proseguita alla Giorgetti, storica azienda di Meda, fondata nel 1898, che si occupa della produzione di mobili d’arredamento ed è terminata alla Caimi Brevetti, con sede a Nova Milanese, Pmi e insieme un’importante azienda del settore del design che dispone di brevetti di rilievo. Secondo Bonomi «la visita del Premier presso queste nostre aziende, cuore del manifatturiero della Brianza e bandiere del Made in Italy in tutto il mondo, testimonia la vivacità del nostro tessuto produttivo e la capacità dei nostri imprenditori di fare innovazione e sviluppo pur mantenendo attenzione al territorio, alla tradizione e all’impegno in progetti utili alla coesione sociale».

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